PROSPETTIVE, NON NOSTALGIA: I GIOVANI EMIGRATI SARDI E LA STORIA FUTURA DELLA SARDEGNA ANCORA TUTTA DA SCRIVERE (CONTRIBUTO AL DIBATTITO DEL VI CONGRESSO F.A.S.I)

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di Stefania Calledda

Oggi, la Sardegna deve affrontare una nuova emigrazione, una diaspora le cui caratteristiche sono molto diverse rispetto al passato e che bisogna contestualizzare all’interno delle sfide del presente. A partire è sempre più una generazione con alti livelli di istruzione o specializzazioni professionali di alto livello, e lo fa perché l’isola o meglio la classe dirigente dell’isola, si dimostra non in grado di investire nelle sue stesse risorse umane, incapace di garantire un futuro agli stessi giovani che ha dispendiosamente preparato. Anche quando la scelta migratoria non è dettata direttamente dal bisogno, il legame con l’isola persiste, ritrovandosi all’interno di un patrimonio etnico condiviso, che è lingua, usi e costumi, storia e letteratura.

Oltre a questa nuova ondata migratoria, dobbiamo orgogliosamente ricordare che si aggiunge il contributo dei giovani della seconda è della terza generazione, figli e nipoti di migranti, coloro che non sono nati in Sardegna e che pure si riconoscono nello stesso universo culturale e simbolico dei loro avi.

Ebbene, come per ogni storico e decisivo cambiamento, non manca un passaggio travagliato anche all’interno delle nostre associazioni: le spinte innovative dei più giovani spesso si scontrano con le resistenze dei più anziani, e ancora più grande risulta la scarsa partecipazione dei giovani alle attività associative, che snobbano le stesse, sentendo una distanza siderale tra il loro percepirsi cittadini d’Europa e del Mondo e la propria origine.

Qual è allora l’anello mancante? Credo, e la questione è appunto sul tavolo della discussione e il mio solo uno spunto per la riflessione, che prima di tutto sia necessario un dibattito sul proprio ruolo, che deve confrontarsi con i cambiamenti che investono il presente e il futuro: questo non significa ripudiare il percorso compiuto da ogni circolo, ma valorizzarlo grazie anche a ciò che la tecnologia, oggi, offre.

Quella che stiamo affrontando è una battaglia contro gli stereotipi, una medaglia a due facce che da una parte ci vede impegnati a rompere un’immagine di Sardegna monca, sterile, la ciambella delle vacanze che impoverisce le variegate opportunità di un’isola che, come ha scritto Marcello Fois, appare per complessità piuttosto un Continente; dall’altra è per noi giovani complicato passare il messaggio che l’associazionismo sardo non è solo folklore, pane carasau e vino, non è il circolo bocciofilo o il ritrovo degli anziani per ricordare i vecchi tempi di una Sardegna che non c’è più, oggi le associazioni sarde sono chiamate a confrontarsi con i problemi reali di una nuova generazione più precaria, più impoverita, più sola, laddove le istituzioni e i sindacati non hanno più risorse per affiancare questi stessi ragazzi, lasciando un vuoto di prospettive.

Quello dei giovani sardi che decidono di emigrare, nella loro temeraria resistenza a una volontà che li vorrebbe cancellare nella loro identità di sardi e annullare come soggetti partecipi della crescita e dello sviluppo della cultura a cui si sentono di appartenere, è un incalcolabile patrimonio su cui le istituzioni sarde dovrebbero investire, piuttosto che privare di risorse questa rete attiva sempre più volta al perseguimento della promozione di quella Sardegna di eccellenze, che si apre alle nuove sfide della digitalizzazione e dell’economia 4.0, che non rinnegano millenni di civiltà agropastorale, ma ne rivisitano competenze, conoscenza del territorio, ricchezza di capacità e di saper fare artigiano.

Tutto questo non si può fare senza un riconoscimento pieno del valore del lavoro volontario della rete delle associazioni sarde, un impegno gratuito che viene donato a quella Sardegna e al suo popolo che ancora non sa, non comprende, il senso di questa grande mobilitazione nazionale e internazionale degli emigrati sardi.

La missione di ogni sardo nel mondo è condividere un patrimonio culturale che non è solo dei sardi, ma dell’umanità: rivendico con orgoglio la nostra specificità etnica, non giudicandola migliore o peggiore di altre, ma concorrente a un’idea di progresso che non può più fare a meno del confronto multiculturale, superando secoli di colonialismo e varie forme di apartheid, di cui gli stessi sardi hanno esperienza.

Incredibile notare come nel 2016 infrastrutture interne, collegamenti aerei e marittimi da e per la Sardegna, siano più conformi a un Paese del Terzo Mondo, che a una regione europea, per i quali c’è da meravigliarsi di quanti esempi di eccellenza imprenditoriale sopravvivano nonostante quel vulnus mai rimarginato che fa del mare una condanna, piuttosto che una risorsa inestimabile.

Quello che oggi i giovani sardi emigrati, impegnati nella promozione di questa immensa ricchezza culturale, richiedono ai sardi, siano essi rappresentanti delle istituzioni o semplici cittadini, è chiaramente il riconoscimento di essere un valore aggiunto nel processo evolutivo della regione, considerando, lo ripeto ancora, i finanziamenti all’emigrazione come investimento e non come onere dal quale cercare di liberarsi.

Noi giovani sardi emigrati guardiamo alla Sardegna in prospettiva e non con nostalgia. La nostra Sardegna è la Sardegna che verrà e noi non staremo a guardare, saremo parte di questa storia che deve ancora accadere.

Stefania Calledda è:
Consigliere con delega alla Cultura – Associazione “Grazia Deledda” di Vicenza
Responsabile Giovani FASI per Vicenza (Circoscrizione Nord-Est)
Responsabile Donne FASI per Vicenza (Circoscrizione Nord-Est)

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