CRESCERE AD HONG KONG: JOSTO MARCO PILLONI, DALLA “SCONOSCIUTA” SARDEGNA AL FASCINO ORIENTALE

ph: Josto Pilloni

Dr. Pilloni, alcuni anni fa, dopo aver preso una laurea in lingue, decise di andare agli antipodi per fare una esperienza formativa. Cosa si aspettava di trovare dall’altra parte del mondo e cosa ha trovato? Si, l’idea era proprio quella di lasciare non solo l’Italia, ma anche l’Europa. Quelli dopo la laurea sono anni importanti che vanno sfruttati al massimo. Città come Hong Kong e Singapore e Paesi come la Cina e il Giappone mi avevano da sempre affascinato. Sapevo che sarebbe stato difficile puntare da subito ad uno di questi posti, così inizialmente scelsi di andare in Australia, un’altra nazione che mi attirava particolarmente, in attesa di capire come potermi approcciare all’Asia. Sinceramente, prima di partire pensavo a tante cose, tra tutte sicuramente mi aspettavo di trovare una società dinamica e meritocratica dove poter fare una bella esperienza di qualche anno. Allo stesso tempo sapevo che mi avrebbero aspettato numerose sfide e che sarebbe stato difficile inserirsi e affermarsi. Devo dire che le mie aspettative sono state pienamente confermate.   

In che modo quell’esperienza l’ha cambiata? Dove, e soprattutto, come vive oggi? In questi anni sono cambiato moltissimo. Sono cresciuto tanto sia professionalmente che personalmente. Ho acquisito una visione cosmopolita che reputo essenziale al giorno d’oggi. Appena arrivato a Hong Kong mi dissero: “1 anno a Hong Kong equivale a 5 anni, ma anche di più, in Italia. Qui in tanti ci provano ma molti rientrano a casa con la coda tra le gambe!”. Devo dire che quella frase mi fece riflettere e non poco. Quando iniziai a lavorare capii esattamente il perché. L’Asia non è l’Europa e la società e il mondo del lavoro sono completamente diversi da come noi li intendiamo. Bisogna accettare questa realtà ed imparare a conviverci traendone il massimo, altrimenti, appunto, si rientra a casa. Dopo l’esperienza in Australia e alcune esperienze lavorative tra Hong Kong e Shenzhen, attualmente vivo e lavoro a Hong Kong Island presso una società che si occupa di visual merchandising per brand di lusso. Oltre ad aver a che fare con clienti importanti, ho la responsabilità di gestire un team di project manager. È un lavoro che mi appassiona tanto, mi permette di viaggiare e che mi da modo di entrare in contatto con tantissime persone da tutto il mondo.

Si dice che è possibile togliere un sardo dalla Sardegna, ma non la Sardegna da dentro un sardo. Negli ultimi anni, è ripresa una feroce migrazione di sardi verso il resto del mondo. Cosa la spinse a partire e come è cambiata la sua visione della sua terra d’origine? Nonostante debba ammettere che mi trovo benissimo a Hong Kong, sono pienamente d’accordo con questa frase e, come me, sono sicuro anche tanti miei amici che vivono all’estero. Avendo scelto di studiare lingue, avevo gia’ l’idea di partire una volta terminati gli studi. Diciamo che la situazione stagnante nella quale riversava e riversa tutt’ora la Sardegna non ha di certo contrastato questa mia volontà. Vivere a Hong Kong mi ha permesso di sviluppare un punto di vista esterno. Se prima potevo solo intuire il potenziale inespresso della nostra terra, adesso lo visualizzo perfettamente. La Sardegna, nonostante sia una terra bellissima, ha tantissimi problemi e, vista da qua, la situazione sembra drammatica. Ho grande ammirazione per tutte quelle persone che mandano avanti una propria attività, un proprio progetto, nonostante tutte le difficoltà dovute ad una gestione penosa della cosa pubblica.

Ci può raccontare qualcosa dell’immagine della Sardegna nel resto del mondo? Anzitutto, quanti sanno della sua esistenza? E fra quanti la conoscono, che idea è quella dominante nel loro immaginario? Tutti i giorni incontro persone nuove e, nonostante quasi nessuno conosca la nostra terra, alla domanda “da dove vieni?” rispondo sempre “dalla Sardegna”. So che il non aver idea di dove sia crei abbastanza imbarazzo nell’interlocutore e, ai fini della comunicazione verbale sia molto più facile rispondere “dall’Italia”, ma a me piace far passare il messaggio che do estrema importanza alla mia terra e che tengo a condividerne tutto con chi ho di fronte. Le pochissime persone che la conoscono non ne hanno un’idea ben chiara. Magari hanno sentito dire che c’è un bel mare, ma tutto finisce lì. Alcuni ci sono stati in vacanza, ma sono molto pochi e solitamente la loro è stata una visita di mezza giornata da crocieristi. La Sicilia e molto spesso anche la Corsica sono più conosciute.

Ci ha confidato che spera, un giorno, di poter tornare e dare il proprio contributo alla crescita della Sardegna, mettendo sul piatto quel che ha appreso altrove. Cosa pensa che serva, alla Sardegna, per fare il salto di qualità? Quali sono, a suo giudizio, i punti di debolezza e quelli di forza di questo territorio? Assolutamente. Sono partito proprio con l’intento di acquisire conoscenze e metodologie da sfruttare un domani in Sardegna.  Bisognerebbe fare un lungo discorso politico. Per farla breve, posso dire che i nostri punti di debolezza sono la scarsa lungimiranza (che si ripercuote nei mancati investimenti in settori strategici per il nostro sviluppo) e l’inadeguatezza di fronte alle sfide del mercato internazionale. Ci sono tante possibilità di sviluppo e ricchezza fuori dalla nostra isola, il problema è che non siamo capaci di afferrarle perché ne manca la comprensione da parte nostra. I punti di forza sono tanti e vengono tutti dalla nostra terra, dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni. Abbiamo una natura spettacolare. Da poco ho fatto vedere una foto di un tramonto con vista sul Pan di Zucchero ad una coppia di giapponesi. Hanno pensato immediatamente che sarebbe stato il posto ideale per la loro luna di miele. Peccato che non ci siano tutti questi turisti giapponesi a Masua. Questo è un piccolissimo esempio per spiegare il potenziale inespresso che abbiamo e che non riusciamo a sfruttare. Il valore di un prodotto avviene attraverso la conoscenza di quel prodotto stesso e di tutto ciò che ad esso è collegato. Per fare il salto di qualità la Sardegna dovrebbe investire tantissimo nell’istruzione, perché siamo noi i primi a non conoscere le ricchezze che abbiamo. Ma questo non basta. Non possiamo pensare di vendere il prodotto Sardegna nel mondo senza sapere quale sia il nostro target di riferimento e soprattutto quali siano le particolarità che lo possano attrarre. Queste ultime competenze si possono acquisire solamente con anni di esperienza all’estero.

Vivere in uno degli snodi finanziari delle cosiddette tigri asiatiche (paesi in crescita con economie in espansione su scala planetaria), conoscerne usi, costumi e modi di lavorare, l’avrà spesso posta in bilico fra interno ed esterno, turista, viaggiatore e lavoratore. In che modo quei luoghi si valorizzano, salvaguardano e promuovono? Cosa dovrebbe apprendere la Sardegna da quei modelli, ammesso che qualcosa sappia o possa apprendere? Il termine tigri asiatiche (o 4 dragoni) fu azzeccatissimo per descrivere lo sviluppo delle economie di Hong Kong, Singapore, Taiwan e Corea del Sud nella seconda metà del 20° secolo. Grazie a delle politiche virtuose e alle proprie caratteristiche socio-culturali, questi Paesi hanno avuto uno sviluppo rapido e inarrestabile. Bisogna dire che questi Paesi o Città Stato hanno un sistema efficientissimo: servizi e trasporti all’avanguardia e una burocrazia snella favoriscono qualsiasi tipo di attività. Inoltre, tra la gente esiste un grande senso civico. C’e’ un profondo rispetto per i beni pubblici, nonchè per quelli privati. Il rispettare significa anche valorizzare, ed e’ perciò superfluo dire che un posto con queste caratteristiche acquisti da subito maggior valore agli occhi di un turista. La Sardegna non è assolutamente ancora pronta per la sfida del mercato globale. Lentamente, qualcosa sta cambiando grazie soprattutto all’iniziativa di alcuni giovani imprenditori. Il problema è che l’iniziativa del privato dev’essere supportata e facilitata da un apparato governativo che, al momento, è in fase decadente. Ma se la politica è lo specchio della società, è proprio su quest’ultima che dobbiamo intervenire urgentemente.

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