ISLA LEJANA, QUE ABANDONAS LOS HIJOS AL VIENTO Y AL SOL: IL VENTO DI SARDEGNA IN AMERICA LATINA


di Antonio Muglia

Un soffio di vento sussurra queste parole: Isla lejana, que abandonas los hijos al viento y al sol. Appartengono a un poeta-scrittore che si chiama Giancarlo Farris. Proprio da lui parte questo viaggio nel mondo dell’emigrazione sarda in America Latina. Un mondo di ricordi, di nostalgia verso la propria madre terra, per quella Sardegna lontana che “abbandona i figli al vento e al sole”; un mondo fatto, però, anche di tanto coraggio e di riscatto professionale. Farris questi versi li ha scritti intorno al 1994, pubblicati in un libriccino dal titolo Impressioni d’argilla, uscito in versione bilingue. Il titolo di quella struggente poesia: Grito lejano, grido lontano. Ha scritto queste strofe a Lima, diventata ormai la sua città in pianta stabile alla fine degli anni Ottanta. Oggi Giancarlo ha quasi sessantadue anni e insegna, da trent’anni, all’Istituto italiano “Antonio Raimondi”, una delle più importanti scuole private della capitale peruviana. Carattere vulcanico, narratore instancabile, ha il sorriso sempre sulle labbra, anche se gli domandi cosa rappresenta oggi per lui la Sardegna. “Un sogno”, risponde. Un luogo, cioè, ormai presente solo nei ricordi. “L’ultima volta che sono tornato l’ho trovata triste, tutti si lamentano che non ci sia lavoro”. Per descriverla, la prima cosa che gli viene in mente è il quadro di Munch, Sera sul viale Karl Johan, “dove sotto a un cielo cupo le persone sono tutte ben vestite, ma senza speranza”. Lui è andato via dall’Isola pur non essendo, diciamo, costretto. Appena laureato, sarebbe sicuramente entrato a far parte del corpo docente di qualche scuola del cagliaritano, ma ha deciso di buttarsi nell’avventura latinoamericana. La stessa sorte però non capita a tanti giovani sardi che si trovano a prendere la via dell’aeroporto. In Sudamerica, così come in altre parti del mondo, di sardi se ne trovano a bizzeffe. Da Panama a Capo Horn, da Natal a Piura, il subcontinente trabocca di storie di isolani più o meno strappati alla propria terra natia. Per restare in Perù, si può raccontare dell’esperienza di Alessandro Piras, originario di Orroli, laureato in Economia e Commercio a Cagliari, partito nel 2013 con l’idea di fare una vacanza. Corteggiato, stregato e ammaliato dalla terra degli Incas, si è messo a cercare lavoro e l’ha trovato in pochissimo tempo. O di Simone Pisu, biologo marino, responsabile per una organizzazione non governativa di progetti legati allo sviluppo della pesca. Simone è arrivato in Perù passando per il Brasile, scegliendo di abbandonare una Sardegna dove “promesse e contratti non si concretizzano mai”. C’è anche Elisabetta Mannai, una super consulente per aziende e professionisti. Svolge

un lavoro che a Cagliari non avrebbe mai potuto fare, il coach motivazionale. Come lei, anche Pier Paolo Tremendo forse avrebbe trovato qualche difficoltà nell’Isola ad aprire le lunghe ali del suo entusiasmo. Chef, imprenditore, proprietario di una catena di ristoranti e anche presidente dell’Associazione sarda “Ulisse Usai”: Pier Paolo è un lavoratore instancabile che nei ritagli di tempo mette a disposizione della televisione il suo umorismo contagioso. Tra i decani dell’emigrazione spicca Antonio Simeone, arrivato a Lima negli anni Sessanta nonostante un contratto a tempo indeterminato alla miniera di Montevecchio, stracciato per l’esigenza di conoscere il mondo. Oggi Antonio è uno dei più bravi e grandi imprenditori del Perù. Ma l’America Latina è grande, ha territori vastissimi che a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento l’emigrazione sovvenzionata aveva intenzione di riempire con forza lavora europea. Così, oggi come allora, molti sardi tentano la fortuna, solo per citare due esempi, anche in Brasile e in Argentina, due nazioni che sono ai vertici delle statistiche Istat per il numero di emigrati italiani. E in Argentina, che non è esattamente una El Dorado – stretta com’è tra problemi finanziari e crisi perenni – i sardi puntano ancora le prue delle loro vite. Valeria Scintu, classe 1986, di Cabras, vive a Buenos Aires da tre anni. Prima si trovava a Dublino e in Spagna. In pratica la Sardegna, da un punto di vista professionale, finora non l’ha mai presa in considerazione. Iside Casu, grafica sassarese, nella capitale argentina è arrivata per lavoro e si è fermata per amore. Mentre Daniele Pinna ha fatto il percorso inverso: ci è arrivato per seguire sua figlia (nata da madre argentina) e ha poi potuto esprimere tutte le sue capacità di chef. Daniele, cresciuto a Guardia Grande, comune di Alghero, si è fatto largo a suon di risate e di piatti prelibati, conquistando il mercato della capitale, per poi diventare anche un personaggio di peso nei migliori programmi televisivi di cucina. In Brasile, all’ombra del Cristo Redentore, altri sardi operosi si danno da fare. C’è l’algherese Luca Lupino, manager Adidas, il muratore-imprenditore sassarese Gianni Nuvoli, lo chef di Ballao Silvio Podda, che a quasi cinquant’anni ha smesso i panni del rappresentante aziendale per infilarsi in quelli di ristoratore di successo. Le storie da raccontare sarebbero un’infinità, perché sono un’infinità i sardi nel mondo. E ancora più grande è il numero dei sardi che, pur rimanendo nell’Isola, sognano di partire per mancanza di lavoro.

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