DOVREMMO CHIEDERE SCUSA AI FAMILIARI DI FAUSTO PIANO: LA MORTE IN LIBIA DEL TECNICO DI CAPOTERRA, L’OSTAGGIO “DIMENTICATO”

ph: Fausto Piano

di Nicolò Migheli

Se lo chiedeva una mia amica. Com’è che per la liberazione di Rossella Urru si è mobilitata la Sardegna e l’Italia, sono stati costituiti gruppi di pressione e appoggio sulle reti sociali. In Campidoglio a Roma sono stati esposti striscioni, rimossi dopo che la volontaria ha raggiunto la libertà; mentre per Fausto Piano non è avvenuto nulla di tutto ciò? Se oggi i familiari del tecnico di Capoterra rifiutano la visita di persone delle istituzioni, si chiudono nel loro immenso dolore, è anche causa della nostra indifferenza. Non sapremmo mai come sono andate veramente le cose.

Se Fausto e il suo collega sono stati uccisi intenzionalmente dai rapitori o se le loro morti sono state un “effetto collaterale” nel tentativo di liberazione. Se quell’intervento delle milizie, o forse di team di forze speciali, abbia interrotto una trattativa mentre si cercava di pagare un riscatto? Interrogativi che avranno risposta in ricostruzioni che mai verranno portate a conoscenza dei cittadini, resteranno in file nascosti, coperti da segreto di stato. Le mobilitazioni si sa non è che possano molto. Non servono a forzare le decisioni dei rapitori che hanno obbiettivi politici o di solo ricavo che non sono mutabili.

Le autorità e chi conduce la trattativa spesso le considera un intralcio. Meno se ne parla è meglio è. Nel silenzio e fuori dal cono di attenzione della pubblica opinione si ha maggior libertà. Chi tratta invoca il silenzio stampa nel timore che qualsiasi indiscrezione rompa i fili sottili che lo legano agli emissari con cui conduce trattative rischiose. Quindi le manifestazioni per la liberazione degli ostaggi sono inutili? No. Sono un modo per far sentire ai familiari che non sono soli. Che la loro ansia e il dolore sono condivisi. Magari con un mi piace su face book. È poco, ma è meglio del silenzio indifferente.

Resta comunque la domanda iniziale, perché per Rossella sì e per Fausto no. Si possono intuire delle spiegazioni. Sono anni che viaggiatori, giornalisti, volontari di ONG, sacerdoti vengono rapiti in quel pozzo senza fondo che sono i paesi in guerra. È pensabile che sia insorta una certa assuefazione, che ormai la risposta cinica sia: se la sono andata a cercare. Però il caso di Fausto Piano non risponde alla casistica richiamata. Lui era un tecnico, uno che lavorava da anni in giro per il mondo. Come tanti sardi che dopo la crisi dell’industria hanno seguito le vie del petrolio e le imprese che fanno lavori collegati all’estrazione e raffinazione del greggio.

Era un sessantenne che non portava con sé la carica simbolica dell’impegno per gli altri come un sacerdote, un volontario, ma solo la fatica quotidiana di guadagnarsi uno stipendio per mantenere la sua famiglia. Il disagio di stare lontano dagli affetti accumunato a una qualsiasi altra emigrazione. Che il suo lavoro si svolgesse in luoghi pericolosi poco importava, lo sapevano in pochi, parenti, amici, colleghi. Fausto ha poi commesso una ingenuità. Ha pubblicato sul suo profilo facebook delle fotografie dove veniva ritratto al fianco di un semovente d’artiglieria; in un’altra con un AK 47 in mano. Immagini che nei giorni della notizia del sequestro sono state riprese dai media.

Chi si impegna in attività di sensibilizzazione del vasto pubblico per la liberazione degli ostaggi, sono persone che vengono da movimenti pacifisti o da una certa sinistra allargata, terzomondista, che considera i rapiti delle ONG, i sacerdoti, ma anche i giornalisti – il più delle volte freelance e giovani- come persone simili, appartenenti allo stesso gruppo culturale. Persone con cui si condividono impegno e visone del mondo. Fausto, non è stato vissuto così. Quelle immagini hanno alimentato stigmi e pregiudizi. Quella fotografia con un un’arma imbracciata ha fatto sorgere dubbi. Ci si è dimenticati che lui fosse lì per svolgere un lavoro pacifico.

Che quel fucile d’assalto, magari prestato da una qualche guardia giurata, era giustificato per la sua sicurezza e per quella dell’impianto. A causa di quella immagine si sono insinuati i peggiori sospetti. Cosa faceva realmente lì? Era un contractor camuffato da tecnico? Quindi uno che quel rischio doveva metterlo in conto? Tutte illazioni che hanno nel pregiudizio l’unica spiegazione e nessuna giustificazione. In troppi l’hanno pensata così. In troppi si è preferito il silenzio. Dovremmo chiedere scusa ai familiari per un comportamento superficiale e a Fausto il perdono per averlo ignorato. Richieste che non serviranno a sopprimere il senso di colpa. In ogni caso servono da monito.

Per non ripetere l’errore, se la vita ci porrà di nuovo davanti a simili avvenimenti tristi.

http://www.sardegnasoprattutto.com/

2 risposte a “DOVREMMO CHIEDERE SCUSA AI FAMILIARI DI FAUSTO PIANO: LA MORTE IN LIBIA DEL TECNICO DI CAPOTERRA, L’OSTAGGIO “DIMENTICATO””

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