“RACCONTI DI IMMAGINI – IL LIBANO DEI CEDRI PERDUTI”: INTERVISTA ALL’INVIATA DI GUERRA SABRINA FARA

ph: Sabrina Fara

di Gian Piero Pinna

L’Associazione Culturale Fotografica Dyaphrama di Oristano, nell’ambito delle sue attività, promuove periodicamente degli incontri con personalità di spicco nel campo della cultura, dell’informazione e della fotografia. Per l’appuntamento nella sede sociale dell’associazione in via degli Artigiani 8/c a Oristano, che si terrà sabato 5 Marzo 2016 con inizio alle ore 17,  la scelta è caduta sulla giornalista professionista freelance, Sabrina Fara, che farà una conferenza su, “Racconti di Immagini – Il Libano dei cedri perduti”. La giornalista, nel corso dell’incontro, parlerà di una sua recente esperienza come inviata di guerra in Libano, con l’ausilio di un reportage fotografico, costituito da una serie di suggestive immagini.

“Sono nata nel 1977 a Oristano – spiega la giornalista – ma sono cresciuta a Macomer, tra i tavoli del ristorante di mamma Carmela e zia Anna Maria. Sono una che è ancora in cerca di una sua precisa collocazione professionale, nonostante due lauree magistrali conseguite nell’Ateneo turritano: una in Lettere moderne e una in Scienze etno-antropologiche; un master post lauream in management del turismo culturale e naturalistico, oltre a vari corsi di specializzazione in editoria e comunicazione. Da circa tre anni sono iscritta all’albo dei giornalisti professionisti – continua – Ho studiato e lavorato tra Sardegna, Spagna e Toscana. Dopo varie peripezie e non pochi stage, sono stata assunta nella redazione di una radio locale isolana. Attualmente conduco una vita da freelance disoccupata, soggiornando più o meno stabilmente in vari luoghi e non luoghi. Viaggiare è tra le tante cose che preferisco”.

Come è nata la tua avventura in terra di Libano?

Il mio viaggio nella terra dei Cedri, nasce dalla mia passione per il giornalismo e dalla curiosità che da sempre mi spinge verso la conoscenza di altri luoghi e altre culture. Oltre a essere una giornalista, infatti, sono anche un’antropologa interessata a studiare forme di organizzazione sociale differenti da quella di appartenenza. Il Libano è un luogo privilegiato, in questo senso, il paese vive da sempre in una condizione multietnica e multi religiosa. Nella piccola nazione, che conta circa quattro milioni di residenti autoctoni, lo Stato riconosce ufficialmente diciotto confessioni religiose. Il flusso migratorio annovera attualmente una cospicua presenza di palestinesi, molti dei quali vivono confinati nei campi profughi, e di siriani in fuga dalla guerra. L’esperienza del Libano, può mostrare al Medio Oriente che la libertà religiosa e la convivenza di più etnie non costituiscono un freno per la società. Perché dove ci sono opinioni e giudizi diversi, che si confrontano, è più concreta e fondata la possibilità di una critica reciproca che fa crescere e tendere al meglio. Certo, gli equilibri sono delicati e il paese è stato attraversato, in passato, da sanguinose guerre civili. Negli ultimi anni non sono mancati gli scontri e i morti e la stabilità interna è altalenante, ma sembra difficile che il paese possa ricadere nell’incubo del conflitto civile. I libanesi non vogliono più farsi la guerra e non sembrano più disposti a distruggere il paese, o quel che gli è rimasto, dopo quindici anni di conflitti e oltre venti di distruzione e ricostruzione. Attualmente, a preoccupare di più, è il rapporto con il vicino Israele, che rimane sempre burrascoso. Con l’Isis alle porte di casa, inoltre, non c’è da stare sereni. L’attentato di Beirut, messo in atto dal Califfato lo scorso novembre, ha causato più di quaranta morti e circa duecento feriti.

Per quale motivo sei finita in zona di guerra?

Alla fine del 2014,  dopo diversi anni di lavoro, sono stata licenziata improvvisamente da una radio locale di Oristano. Una mattina mi è stato detto di lasciare le chiavi della redazione e di andarmene a casa. Ero stata assunta con i contributi regionali del Master & Back e, dopo aver portato alla società circa novantamila euro di fondi pubblici, non mi aspettavo di restare senza lavoro dall’oggi al domani, oltre tutto, senza un minimo di preavviso, né di considerazione a livello umano. Passato lo shock del momento, ho cercato altre strade e mi sono iscritta a un master di specializzazione per inviati in aree di crisi. Il corso è dedicato alla collega Maria Grazia Cutuli, inviata del Corriere della Sera, uccisa in Afghanistan nel 2001. Cosi mi sono ritrovata in Libano, insieme ad altri sette colleghi, provenienti da diverse regioni d’Italia.

Che impatto hai avuto quando ti sei trovata in quei luoghi?

Sono stata nel Libano meridionale, nella zona cuscinetto protetta dalla missione internazionale Unifil delle Nazioni Unite. L’impatto è stato sconcertante, cioè quello di una regione dove non si respira aria di guerra, ma si vive in costante tensione con Israele. Le scintille tra i due paesi non mancano e ogni tanto partono colpi d’artiglieria da una parte e dell’altra. Anche recentemente le milizie sciite libanesi di Hezbollah, hanno fatto esplodere un ordigno al passaggio di una pattuglia israeliana nelle vicinanze della “linea blu”, che delimita il cessate il fuoco, in base alla Risoluzione 1701 dell’Onu. Israele ha risposto prontamente all’attacco, sparando verso il confine. L’esempio fa capire la fragilità delle condizioni di sicurezza nella zona, pervasa anche da altri problemi. Primi fra tutti, la mancanza di infrastrutture adeguate, non esiste la rete elettrica e idrica, e la sporcizia è diffusa. I rifiuti, infatti, non vengono raccolti e fuori dai villaggi i cumuli di immondezza bruciano 24 ore su 24. Anche a Tiro, la città più popolata del Libano meridionale, una discarica a cielo aperto fuma perennemente accanto alle coltivazioni di arance e banane. I luoghi, però, sono meravigliosi. La costa ricorda molto quella del nostro Sinis e la tipica vegetazione mediterranea, cresce ovunque rigogliosa.

Che cosa ti ha colpito di più della tua esperienza come inviata di guerra e come vivono quell’esperienza i militari italiani

Gli oltre mille militari italiani in Libano, non vivono la paura delle missioni in Afghanistan o in Iraq. Rispetto agli altri teatri, dove sono impegnate le nostre forze armate, il paese dei Cedri ha un quadro più sereno. La popolazione residente nella zona cuscinetto, inoltre, vede di buon occhio la presenza dei caschi blu e in particolare di quelli tricolore. Oltre alla bellezza dei luoghi, mi ha colpito vedere la linea di confine tra il Libano e Israele: due paesi che si guardano in cagnesco attraverso punti di avvistamento e un rete elettrificata che corre per centocinquanta chilometri. È un immagine surreale, che mette una certa tristezza. A questo, aggiungo anche i visi dei bambini che corrono dietro i mezzi blindati per chiedere cibo e acqua. Il Libano meridionale, è un luogo splendido, ma abbandonato dalle istituzioni e dal governo.

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