CULLE VUOTE E BARE PIENE: LA LENTA EUTANASIA DEI SARDI


di Nicolò Migheli

Gli indicatori demografici presenti nel rapporto Istat 2015 non sorprendono gli addetti ai lavori. Confermano tendenze che stanno diventando strutturali. Meraviglia invece la totale assenza di reazione della politica, nonostante l’allarme dei centri studi e della stampa. Politica distratta dal contingente che ha rinunciato a progettare il futuro, anzi con le sue azioni finisce con l’aggravare il problema. La media del numero dei figli per donna in Sardegna è dell’1,10, ultima tra le regioni italiane. Un punto netto sotto la soglia di sostituzione che è di due figli per due genitori. In pratica un dimezzamento della prossima generazione.

Anche l’età media del parto è la più alta in Italia: 32,3. Dato che condividiamo con il Molise. Cresce anche l’età media dei sardi 45,7, che rispecchia la composizione sociale della popolazione. Da zero a 11 anni l’11,8 della popolazione; tra i 15-64 anni il 66,1; oltre i 65 il 22,1. Un indice di dipendenza strutturale – rapporto tra popolazione in età non attiva (0 e 65 anni e più) e la popolazione in età attiva (15-64 anni)- del 51,3. La dipendenza degli anziani- rapporto tra la popolazione oltre i 65 anni con quella attiva- del 33,4. L’indice di vecchiaia del 187,2.

Dati da crisi demografica. La piramide delle età rovesciata, la base esigua composta da individui giovani contro un vertice anziano che si allarga sempre più. Un tasso di crescita naturale della popolazione pari a meno 3,3 ‰. Il 2015 è stato anche l’anno dell’aumento progressivo dei decessi, un 7,4 in più rispetto all’anno precedente. Le ragioni dell’invecchiamento della popolazione sono molteplici e finiscono per essere concause del disastro. Perché i sardi hanno smesso di fare figli? Si potrebbe affermare che è una tendenza generale di tutti i paesi ricchi, però in Sardegna vi sono elementi che inducono ad una ulteriore riflessione.

La prima è che la base di donne fertili, finito il baby boom degli anni 60 e primi 70, si è notevolmente ridotta. La seconda, è questo è un dato positivo in qualsiasi modo la si pensi, è che le donne sarde da svariati anni sono le prime in Italia nel consumo della pillola contraccettiva. Un riappropriarsi del proprio corpo, un decidere come e quando generare, che trova radici nel ruolo forte che le donne hanno sempre avuto nella nostra società.

Questo però non basta, anche in Svezia o in Francia l’uso della pillola è abbastanza alto e nonostante questo i figli si fanno. Quel che manca è lo stato sociale, quel che manca è una rete di servizi che aiutino le mamme sin dalla gestazione. Le reti familiari non riescono più a supplire all’assenza del pubblico. Il panorama generale di disoccupazione, sottoccupazione e precariato favoriscono l’esigenza di posticipare la maternità, non a caso l’età media è cresciuta, con il rischio di entrare in quella fascia di “puerpere attempate” , definizione ingenerosa, ma questa è. Se si fanno i figli in età avanzata, è quasi normale ricorrere di più ai servizi sanitari, questi però con i tagli diventano sempre più costosi.

Di conseguenza i figli li fa chi se li può permettere, chi può loro offrire un futuro dignitoso e una tranquillità economica. Oggi si assiste al paradosso che le famiglie numerose di tre o più figli sono quelle benestanti, mentre prima avveniva il contrario. Non così avviene in Francia, ad esempio, dove un programma di assistenza alle madri, nel giro di quarant’anni ne ha fatto il paese più giovane d’Europa. La media dei figli per donna è di 2. Chi ha due bambini riceve un contributo di 130 euro al mese che diventano 300 se sono tre. Nel paese d’oltralpe, le madri possono contare su servizi pubblici diffusi.

Qui da noi i figli sono un costo che è diventato insopportabile per le famiglie con redditi bassi. Non solo le sarde, ma anche le donne immigrate hanno smesso di fare figli. La loro fertilità resta più alta, 1,68 figli per donna, l’età più bassa, 28,4 ma le nascite sono diminuite. Su questo comportamento sono possibili due spiegazioni, la prima è che lavorando hanno poco tempo da dedicare ai bambini e non possono contare sulle reti familiari dei loro paesi d’origine; l’altra, che anche loro tendono ad uniformarsi al modello dominante della famiglia con pochi figli.

Crescono invece i decessi, siamo una società vecchia e le morti aumentano. Sul picco dell’anno passato, in mancanza di dati medici disaggregati, è ancora impossibile un ragionamento completo. L’effetto del taglio sulle prestazioni sanitarie si farà sentire nel tempo. Però qualche avvisaglia già si nota, per la prima volta dal dopoguerra ad oggi diminuisce l’aspettativa di vita alla nascita. 79,7 per i maschi e 85,0 per le donne, registrando un meno 0,3%. Decimo di punto da non prendere alla leggera. I sardi stanno correndo verso una società insostenibile fatta di vecchi sulle spalle di pochi giovani. Una morte dolce che sancirà nel tempo la nostra scomparsa.

Non sarà né il primo né l’ultimo popolo a sparire davanti allo sguardo freddo della Storia. Solo che ora tocca a noi. È possibile fermare queste tendenze? In parte sì, chiedendo alla politica di esercitare fino in fondo il suo ruolo, di pensare in una prospettiva pluridecennale; di mettere in opera servizi e aiuto alle famiglie, di qualsiasi tipologia e genere siano. Basta imitare la Francia. Sì può pero continuare a procedere come prima, far finta di niente, sperando che chi verrà farà. Se sarà così l’ultimo che resta si ricordi di chiudere la porta e spegnere la luce.

http://www.sardegnasoprattutto.com/

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