ANDREA TUSACCIU, DIRETTORE D’ORCHESTRA A BRUXELLES: “LA MUSICA CLASSICA IN ITALIA? SCONOSCIUTA E UMILIATA”

ph: Andrea Tusacciu

di Giovanni Runchina

Lo stato di salute? Pessimo. Le cause? Politica onnipresente e precariato dilagante. L’Italia, patria dell’opera, stecca clamorosamente, stretta tra assenza di programmazione e l’indifferenza generale dei suoi cittadini spesso privi, non per colpa loro, di cultura musicale.

Andrea Tusacciu non ricorre a perifrasi: «Lo stato di salute della musica in Italia è disastroso e questo è sotto gli occhi di tutti. Purtroppo la direzione dei teatri è sempre più in mano alla politica e questo certamente non giova ala produzione artistica. Recentemente ho avuto modo di vedere da vicino la situazione del Lirico di Cagliari: com’è possibile che ci siano artisti di grandissimo valore che sono precari da più di quindici anni? Per quanto riguarda invece la cultura musicale questa è assente quasi del tutto dall’educazione nazionale. Non m’illudo che sia insegnata la pratica di uno strumento come in Germania, ma io ho finito il liceo classico senza mai aver avuto un’ora di storia della musica Inoltre dobbiamo ammettere che in Italia, complice la maggior parte dei programmi televisivi, viene sempre più esaltata la mediocrità. Quando finiranno questi schifosissimi reality show e i vari programmi di tv spazzatura? Che senso hanno?»

Trentaquattro anni, nato a Cagliari ma molto legato a Carloforte, professione direttore d’orchestra, Andrea risiede a Bruxelles: «In questo periodo ho progetti regolari in Italia e in Belgio, nei prossimi mesi dirigerò in Francia e in Germania. Vivo all’estero da undici anni, quattro dei quali trascorsi a Parigi. La scelta su Bruxelles è stata conseguenza della mia ammissione, sette anni fa, al Conservatorio Reale, dove ho avuto la fortuna di studiare direzione con Ronald Zollman. Poi ho frequentato tante masterclass in varie parti del mondo, l’ultima con Lorin Mazeel l’anno scorso, poco prima che morisse».

Tante le soddisfazioni colte in giro per l’Europa: «Sicuramente è stato molto emozionante dirigere in due delle sale più belle in assoluto, la Philharmonie di Berlino e il Palais des Beaux Arts di Bruxelles. Per me è inoltre motivo d’orgoglio organizzare da tre anni il Carloforte Music Festival, dove ho l’occasione di collaborare con solisti eccezionali come Anna Tifu, che oltre a essere una carissima amica è sicuramente la violinista italiana più apprezzata del momento».

Un percorso ricco di esperienze eppure frutto di passione spuntata quasi casualmente e cresciuta in anni di duro e disciplinato lavoro: dal pianoforte sino alla direzione. «Nella mia famiglia non ci sono musicisti professionisti, però mia madre suonava il pianoforte da ragazza, e quando avevo undici anni, ho iniziato a pasticciarci sopra; poi tramite amicizie comuni sono entrato in contatto con la migliore insegnante di questo strumento della città, e sono riuscito a farmi accettare come suo allievo. Da quel momento in poi ho seguito la strada della formazione in conservatorio prima a Cagliari e poi a Parigi e a Bruxelles. Il vecchio ordinamento dei conservatori prevedeva dieci anni di studi, e dopo il diploma mi sono perfezionato per altri dieci anni. I pilastri della mia formazione pianistica sono stati Arlette Giangrandi, e in seguito Franco Scala, Germaine Mounier, Jean Marc Luisada, Eugene Moguilevsky. Poi, quando si comincia la direzione d’orchestra, bisogna colmare le eventuali lacune, avevo già studiato composizione, analisi, orchestrazione per anni, ma un direttore d’orchestra deve approfondire queste in un modo diverso: più che esecutore, deve letteralmente mettersi nei panni del compositore. Modelli? Ne ho tanti e se ne citassi uno, sarei molto a disagio. Un direttore si forma soprattutto guardando gli esempi dei suoi predecessori, e noi viviamo in un’epoca che ci permette di trovare tantissimo materiale, ad esempio su youtube. Per sintetizzare le due domande in un’unica risposta, ammiro tantissimo l’eleganza del gesto di Kleiber, la chiarezza di Muti, il carisma di Abbado, l’energia di Bernstein, la tecnica di Maazel, la memoria di Gatti, ma la lista sarebbe ancora lunghissima. E poi tanta cultura ed esperienze di vita, i grandi che ho citato andavano e vanno ben oltre la musica. Perciò a chi intende fare il musicista consiglio non solo d’avere passione fortissima ma anche i mezzi economici per poterselo permettere».

Per il futuro si augura due cose: «Vorrei riuscire a vivere di sola musica e mi piacerebbe al contempo trovare un modo per avvicinare le persone alla musica classica, sono ancora troppe quelle che non conoscono questo splendido universo».

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