DUECENTOMILA MORTI PER I TERREMOTI, 448 MILIARDI DI DANNI: L’ITALIA E’ “UN PAESE NEL FANGO”: IL LIBRO DI ERASMO D’ANGELIS


di Ignazio Dessì

Quanto costa in termini di tutela della natura, della sicurezza dei cittadini e di esborso economico non preservare l’habitat ed eludere l’opera di prevenzione che sarebbe necessaria? Tenta di spiegarlo con dovizia di cifre e particolari Erasmo d’Angelis in un libro: “Un Paese nel fango”, edizioni Rizzoli. L’autore, fino a qualche mese fa responsabile a Palazzo Chigi della Struttura di missione sul dissesto idrogeologico, snocciola dati allarmanti. Noi contiamo 499.511 frane, di cui 2.940 attive, pari al 69 per cento di tutte quelle rilevate in Europa. Da noi vivono 21,8 milioni di cittadini in 5 milioni e mezzo di edifici privati “ubicati in zone a pericolosità sismica”. E non stanno in condizioni migliori circa 75mila edifici pubblici strategici come scuole, ospedali caserme o municipi”. Un quadro davvero poco edificante, a guardar bene. Niente da meravigliarsi se davanti alle prove di forza della natura, l’incuria sciorinata ci impone prezzi altissimi. Dal 1860 ad oggi sono 200mila i morti sotto le macerie dei terremoti. Non meno di 5.455 le vittime nei 2.458 comuni coinvolti in disastri causati negli ultimi 50 anni dall’acqua, a cui vanno sommati 98 dispersi, 3.912 feriti e 752mila sfollati.

Ad essere attenti non solo ai prezzi sociali ma anche ai costi puramente economici c’è ugualmente da dolersi di tanta negligenza. “Gli economisti parlano di fiumi di denaro versati dallo Stato e dagli altri enti territoriali per gli interventi a posteriori, di risanamento”. Ci si riferisce a oltre “7 miliardi l’anno dal dopoguerra ad oggi”. E, come fa notare l’autore, se facessimo il conto complessivo dagli anni ’50 ai giorni nostri ci troveremmo di fronte a qualcosa come 448 miliardi di euro. Chiarendo per altro, soprattutto a beneficio dei meno sensibili, che la situazione continua a peggiorare. Basta leggere il report 2014 del Wwf , Riutilizziamo l’Italia, per rendersene conto. Si continua a costruire, a cementificare, abbattere boschi e macchia mediterranea, a deviare corsi di fiumi e costruire in zone pericolose, spesso abusivamente. Un dato si fa notare in particolare: dal 1951 gli abitanti sono cresciuti del 26%, l’urbanizzazione del 367%. Impressionante. Come altri dati: dopo il 2000 la quota media di cemento pro capite è di 369 metri quadri a testa, il consumo di suolo di 73 ettari al giorno, ovvero “8 metri al secondo” come evidenzia D’Angelis. Cosa significa tutto ciò? Niente di più di quanto afferma l’Istat, in definitiva: “assistiamo a un impatto ambientale negativo in termini di irreversibilità della compromissione delle caratteristiche originarie dei suoli, dissesto idrogeologico e modifiche del microclima”. Cosa dobbiamo aspettarci se, stando a quanto sottolinea il direttore de l’Unità, “sono stati ricoperti d’asfalto e cemento persino 34mila ettari vietatissimi all’interno di aree protette spesso a pericolosità idraulica”? Che speranze possiamo nutrire quando senti il sindaco di Olbia, la città sarda martoriata dalle alluvioni, ammettere che “i problemi nascono dai tre condoni edilizi degli ultimi 30 anni che hanno sanato situazioni di palese e pericolosa illegalità. Con case costruite perfino nell’alveo dei fiumi”? La città costiera della Gallura si è ritrovata nel tempo – sempre secondo l’attuale sindaco – “sedici quartieri abusivi”. E “dovrei – chiede il primo cittadino – espropriare ora le case di migliaia di persone e abbatterle? Impossibile”. Nella prefazione del libro di D’Angelis Matteo Renzi ostenta ottimismo. “Oggi vediamo al lavoro operai e ingegneri e non solo avvocati e giuristi”, dice. Speriamo sia sempre più così. Perché con l’acqua non si scherza, come sottolineava il sommo Leonardo da Vinci, quando osservava che “essa disfa li monti e riempie le valli”, invitando a rispettarla e temerla. Come andrebbe rispettata e temuta tutta la natura che all’insipienza degli uomini fa pagare prezzi altissimi. “Sarebbe stato salutare per le casse dello Stato e per l’occupazione investire in prevenzione. Quante vite, strazi, rovine e vergogne ci saremmo risparmiati”, osserva D’Angelis alla fine delle sue pagine. Ed è difficile dargli torto.

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