ERA DISOCCUPATO E DELUSO, ORA HA UNA DITTA E PORTA LA SARDEGNA NEL MONDO: ANDREA MULAS, ALLE MARATONE IN COSTUME SARDO

Andrea Mulas


di Ignazio Dessì

Quando partecipa alle maratone più importanti del mondo non indossa pantaloncini e maglietta ma uno dei costumi tradizionali della Sardegna. Andrea Mulas, 43 anni, di Oristano, corre per realizzare un sogno: far conoscere l’Isola dei nuraghi, la sua cultura e la sua storia, portando una testimonianza di fratellanza e di pace”. E il suo progetto, Message, coinvolge persone di ogni età unendole in una sinergia positiva.

“Ero senza lavoro e senza futuro – racconta – e mi preparavo a varcare il mare, ad andarmene in ‘Continente’, come si dice dalle mie parti, o forse all’estero. Ma un giorno capitò una cosa che sconfina nel paranormale. Ero con un amico, in una zona di mare del Sinis, quando fui pervaso da una consapevolezza. Dovevo correre. Una specie di richiamo interiore mi chiedeva di farlo, per me e la mia Terra. Cominciai così ad allenarmi”, racconta Andrea che da allora effettivamente corre. Corre con le ali ai piedi e una missione nel cuore. “Mi hanno preso per pazzo all’inizio, poi hanno capito”, spiega con un accattivante sorriso.

All’inizio chiede aiuto agli amici, poi coinvolge i concittadini. Alcuni sfoderano la macchina fotografica, altri tirano fuori la videocamera, il taccuino, il tablet, il microfono o l’iphone. Sono tanti, intercambiabili e animati dallo stesso spirito: promuovere la loro Terra. E il progetto decolla assumendo una forma particolare. “Ero povero e senza mezzi, cosa potevo fare per essere ascoltato a livello internazionale? L’unico modo per esportare la mia cultura, far pesare le problematiche della mia Isola era raggiungere i luoghi battuti dai media”, spiega il maratoneta. Dove si disputano le maratone internazionali si accalcano le testate giornalistiche più importanti del mondo, circolano telecamere, fotoreporter e cronisti. Così Andrea decide di indossare il costume e impugnare uno stendardo con i simboli della sardità.

Si iscrive alla prima maratona, quella di Amsterdam, nel 2007, poi arrivano Dubai, Atene, Il Cairo, Berlino e tante altre. Quando sfreccia in costume, in mezzo a migliaia di atleti anche famosi, non passa inosservato e il suo impegno raccoglie frutti copiosi. “In certi posti non sapevano nemmeno dove stava la Sardegna – spiega – e non conoscevano certo l’importanza storica dei Giganti di Mont’e Prama. Ora lo sanno”.

Il Filippide sardo si sente appagato dal contribuito alla causa della sua Terra e quella dedizione lo premia regalandogli tante soddisfazioni personali. “Oggi ho perfino un lavoro e non devo scappare per procurarmi il pane”, afferma con orgoglio. In effetti l’ex disoccupato ha messo su una ditta artigianale che si occupa di rifinitura d’interni, monta parquet e controsoffitti, realizza pareti e pavimenti. “La gente mi riconosce e mi stima – afferma – Promuovendo la Sardegna ho finito col promuovere anche me stesso. Ed ora, dopo una dura gavetta, il lavoro non manca e mi chiamano da un capo all’altro dell’Isola”.

Tanti i ricordi indelebili. Il più bello quello della maratona in Egitto. “A Luxor mi incitavano dicendo ‘è tornato Ramses’. Mostravo la mia pergamena e mi gridavano insciallah. Era bellissimo”. L’emozione più grande arriva però quando dei bambini scalzi, nei loro abiti logori, cominciano a corrergli a fianco tenendogli a turno la mano sudata con le manine sporche di polvere. Erano i giorni delle Primavere arabe e in quel gesto c’era tutta la loro miseria ma anche la loro speranza. Quale occasione migliore per brandire uno stendardo in pergamena con la scritta in egizio antico NyNy accanto all’immagine di un bronzetto nuragico. Un saluto universale e di fratellanza, ribadito dal “salude” in caratteri sardi. “Perché io credo che gli antichi nuragici avessero anche una scrittura”, precisa Andrea. “Ero quasi in estasi – continua – Così, negli ultimi 2 chilometri, all’altezza del tempio di Hatshepsut, l’antica regina del Nilo, invece di seguire il percorso previsto mi trovai ad attraversare la Valle dei re. Come se le anime degli Shardana – gli antichi guerrieri sardi divenuti guardie personali dei faraoni – mi chiamassero”.

Per intercessione di presenze ancestrali o per volontà innata, una cosa è sicura: quel giorno qualcosa accadde e il maratoneta del Sinis capì che si può diventare più forti riprendendosi la propria cultura, assumendo una coscienza di popolo, conquistando una identità e aprendosi agli altri. Anche in ciò sta il segreto per cambiare in positivo il proprio destino, nonostante difficoltà e ostacoli che possono arrivare da più parti. Correre col costume nero oppure bianco e rosso di Oristano ha questo senso. “Non significa essere eccentrici o fare i pagliacci, ma lanciare un urlo di dolore per sé e il proprio popolo”. Per questo Mulas porta sempre della terra delle sue parti e la scambia con quella del luogo dove corre. “In Egitto però portai al governatore di Luxor anche una piccola testa shardana in ossidiana, perché il ricordo di quei valorosi guerrieri fosse tramite tra quel popolo e il nostro”.

Ed ora si profila all’orizzonte la regina delle maratone, quella di New York. E come sempre non sarà soltanto una gara. “Il 1 novembre andrò in America per completare il mio progetto. Sarà l’epilogo di un lungo sogno”, dichiara Andrea che sbarcherà nella Grande Mela senza chiedere nulla a nessuno. “Ora posso realizzare le mie aspirazioni da solo”, sospira.

Ai ragazzi che non vedono futuro vuole dire di “credere in se stessi, crederci veramente. Io prima balbettavo e avevo paura di mettermi alla prova – confessa – poi ho deciso di prendere in mano la mia esistenza e correre davvero la mia gara”. In effetti, oltre a macinare chilometri, Andrea ha cominciato a  informarsi, prendere coscienza della sua storia e dei suoi diritti. Prima non sapeva nulla dei nuragici e degli shardana, e nemmeno del suo territorio e delle sue prerogative e soprattutto non conosceva le sue possibilità. “E’ come se abbia resettato tutto ricominciando da zero”, spiega con una nuova consapevolezza. Correre i 42 km è coinciso con un cambio di ritmo anche nella corsa della sua vita.

A New York porterà anche la sua protesta ispirandosi – fa sapere – a Tommie Smith e John Carlos, gli atleti neri che alle Olimpiadi del 1968 a Città del Mexico sollevarono il pugno col guanto per protesta contro le discriminazioni. “Il mio di pugno si alzerà contro l’idea malsana di portare in Sardegna scorie nucleari, contro le pale eoliche e il fraching, a favore del riconoscimento della lingua sarda, per ribadire che gli antichi nuragici erano gli Shardana e urlare che la storia della Sardegna va studiata a scuola. Per ricordare Sisinnio Poddi, il vecchio agricoltore che negli anni ’60 scoprì i Giganti e di cui nessuno parla. Questo voglio fare prima di appendere le scarpette al chiodo”, promette Mulas. Come un novello Dio Toro che ara la sua terra e feconda dunque la Dea madre, come un instancabile Gigante che corre, libero e leggero, sulle pianure del Campidano e sulle strade del mondo.

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