E LE PIETRE STANNO A GUARDARE! SCAVARE NEL PASSATO PER IL FUTURO: IL PUNTO SULL’ARCHEOLOGIA IN SARDEGNA


di Mario Salis

Il passato è finito. Morto e sepolto, non restano che i suoi frammenti. I lavori che si fermano: semplici pietre che impediscono la posa di altri strati. Intervento della Soprintendenza, le assicurazioni degli amministratori comunali sulla prosecuzione delle opere. Perché il passato non può bloccare il futuro. È accaduto a Cagliari nel corso del rifacimento della piazza Gramsci, quando senza troppi sforzi è venuto alla luce un cippo funerario di età romana, in buono stato di conservazione. Nulla di quanto più spesso e diverso può capitare a Roma oppure a Milano, neppure lei immune del suo passato. Del resto, nel capoluogo sardo, solo negli anni Ottanta un’improvvisa voragine in viale Trieste aveva restituito una statua di analogo periodo, pressoché intatta.

“Il passato non è mai morto, non è nemmeno passato”. Lo sosteneva William Faulkner, americano sconosciuto del Mississippi finché nel 1949 non gli viene assegnato il Nobel per la letteratura. Lui che era considerato romanziere modernista quanto Ernest Hemingway, al punto di contendergli il primato col suo stile essenziale e diretto.

Il passato non blocca il futuro come l’archeologia non può essere considerata un intralcio. Che scoperta! Scavare nel passato per il futuro? Sconfortato per i destini della sua Sicilia Leonardo Sciascia in un confronto epistolare con Italo Calvino, scriveva che affinando l’abilità di scavare nel passato magari si trovano appunti per il futuro. Ma nel Mezzogiorno di Francesco Compagna che aveva previsto con largo anticipo un processo di una sua desertificazione, fare i conti col passato restava un piacere per l’autore del Visconte dimezzato mentre cresceva l’amarezza per lo scrittore di Racalmuto. Trovando però nuovi stimoli per continuare a scrivere.

Il ritrovamento di un nuovo reperto archeologico oltre che costituire una notizia, diventa un formidabile strumento di comunicazione. L’avvio di un lungo percorso che può confermare conoscenze già acquisite, sollecitare nuove intuizioni, altre prospettive ma allo stesso tempo smentire tutto per ricominciare da capo. Il patrimonio storico culturale di un territorio si affaccia sul mercato. Anche se l’impatto a prima vista può sembrare dissacrante, imbarazzante per alcuni settori accademici, suggestivo e stimolante per chi invece li accusa di una sorta di regime di monopolio. Interessa sempre di più aspetti economici importanti come nel settore del turismo e del lavoro. Il futuro che scava nel passato: la tecnologia digitale applicata a processi di alfabetizzazione del consumo culturale, estesa ad innovativi metodi di ricerca e divulgazione scientifica.

Coinvolgenti ricostruzioni 3 D da far impallidire la trilogia di Ritorno al futuro, speciali televisivi con inquadrature basse, il fiato corto del commentatore sui basalti della Roma Imperiale, avventurandosi nelle viscere del sottosuolo fino al Cisternone, in prossimità dell’Anfiteatro romano di Cagliari. Di nuovo lungo i suoi corridoi, finalmente con il sospiro del campo lungo che dalla sua arena si allarga sulla sommità delle gradinate di calcare bianco. Lì, dove già hanno osato negli anni Cinquanta i tavoloni sorretti da ardite strutture di tubi Innocenti per le stagioni liriche estive, tra le sonorità dei birroncini Ichnusa lasciati rotolare fragorosamente al colmo del melodramma. E perfino le esibizioni di musica leggera di Peppino di Capri e Gino Paoli o quella partenopea di Giacomo Rondinella. Osteggiati da un pubblico a dir poco goliardico ed intemperante, con il gusto un po’ amaro di cose perdute del sapore di sale di quegli anni, che col boom economico aveva tanto da dimenticare. Restano visibili, i segni dell’ingloriosa e consunta legnaia dei grandi eventi, senza poter immaginare seduti fino a diecimila spettatori, tanto quanto bastava ad occultare con il tavolato quelle splendide vestigia. Purtroppo non i quintali di rifiuti accatastati, manco a dirlo, dentro gli antichi “vomitari”. La battaglia civile incompresa e presto dimenticata del Defensor Karalis professor Antonio Romagnino, che già non sono in pochi anche oggi, a rimpiangere i riflettori nell’anfiteatro.

La storia come spettacolo, va di scena l’archeologia: sensazionalismo: suggestioni ed equivoci, condivisioni e polemiche. A molti, questo ha fatto pensare e discutere lo speciale Sardegna di Voyager di Roberto Giacobbo. Più divertito che impensierito dalla parodia di kazzenger, resiste alla gag di Crozza, figuriamoci ai dileggi in rete. Un caravanserraglio da Atlantide agli Shardana, che molti pensavano un gruppo musicale di Villacidro che conobbe una certa notorietà negli anni Sessanta. Le capre dai denti dorati, la Caprera di Garibaldi e su tutti i Giganti di Mont’e Prama. Definita la più grande scoperta archeologica del Mediterraneo imparentata, per via del 1974 stesso anno del ritrovamento, con l’esercito di terracotta dell’imperatore cinese Shi Huangdi.

Meglio di quanto non abbia finora fatto la Regione Sardegna nella promozione dell’isola, è stato osservato. Certo rileggere le considerazioni che salutavano nel 2011 il varo dell’0sservatorio regionale sul turismo “uno strumento decisivo nel supporto e per il potenziamento di tre settori: turismo, artigianato e commercio . in un mercato come quello turistico sempre più proteso verso l’uso delle nuove tecnologie e sempre più veloce è fondamentale stare al passo con i tempi”. Verrebbe da chiedersi che fine ha fatto il turismo culturale visto che tre turisti su quattro sono ancora attratti dal mare della Sardegna. Molto più facile apprendere la verità dalle inchieste di Gian Antonio Stella quando la Norvegia riesce a vendere con disarmante facilità le bellezze dei suoi fiordi.

Non mancano gli incoraggiamenti, come quelli di Mario Tozzi geologo e divulgatore di “Gaia” che si dichiara sorpreso come l’isola non sfrutti adeguatamente il mito di Atlantide. Accade invece che una nota rivista nazionale di viaggi, che nei suoi trent’anni di onorata pubblicazione ha dedicato quattro speciali alla Sardegna, scambi l’opera di uno scultore estemporaneo per un reperto delle terme di Tharros. Siamo in terra dei Giganti, ma poco più giù l’atmosfera è da siesta messicana confermata anche dalla esotica denominazione di alcuni locali di ristoro. A parte il clima di generale abbandono interrotto dal passaggio di un trenino gommato e dagli stalli a pagamento sullo sterrato. E ci si scandalizza se i pugilatori con gli arcieri possono finire ancor prima al supermarket che a Superquark. L’archeologia come la ricerca può presentare molte insidie. Le giuste aspettative di un suo ruolo sociale, attraverso la spettacolarizzazione, possono penalizzare lo studio del passato fino a banalizzarlo, invece di esaltarlo con un efficace lavoro di comunicazione di concetti corretti e di moderna tecnica narrativa. Senza per questo farla diventare fantarcheologia.

I musei che diventano luoghi di attività didattica e di straordinario potere divulgativo. L’archeologia sperimentale relativamente di recente ha scoperto il suo vasto potenziale di comunicazione con l’uso di strumenti multimediali. Ciò non significa che l’archeologo debba cambiare mestiere rispetto a quelli che gli sono stati attribuiti od accostati: un cercatore di tesori come nei fortunati filoni cinematografici; addirittura psichiatra per via delle testimonianze di Freud che oltre alla sua collezione di antichità greche, romane ed egiziane dichiarava di aver in realtà letto più di archeologia che di psicologia; un detective story per l’utilizzo degli indizi e delle tracce sul terreno.

Il suo compito non facile e faticoso resta quello di ricostruire il passato con metodo scientifico. Le scorciatoie abbreviano ma non completano i percorsi. Riflettori sempre accesi sul patrimonio culturale sardo mentre al Museo archeologico di Milano e fino al 29 novembre, inaugurata il 7 maggio, resterà aperta la mostra “L’Isola delle Torri – Tesori dalla Sardegna nuragica” e “Le Torri dell’Isola, la Sardegna nelle immagini allestita in collaborazione tra la Regione e la Soprintendenza. I Giganti sono presenti in 3D attraverso un’installazione museale realizzata dal CRS4, con la possibilità di osservare virtualmente ogni dettaglio delle sculture. Ma è il presente che deve fare i conti col passato e il futuro. Dopo tutto, è il secondo a creare meno problemi perché le pietre stanno ancora a guardare e i sassi non parlano mai da soli. Ciò che può accadere, che la forza di attrazione delle grandi scoperte finisca per oscurare il lavoro in altri insediamenti, che ancora non hanno svelato tutti i loro segreti o che potrebbero completarli, se si tratta di territori circostanti. Possibile! Forse più improbabile, per le ristrette politiche di bilancio che affliggono la cultura, invece di generare un virtuoso effetto di trascinamento per le zone limitrofe. Potrebbe essere il caso del nuraghe di s’Uràchi a San Vero Milis, poco più di 12 chilometri da Cabras. Circa duemilacinquecento abitanti, che diventano 50 mila nella stagione estiva, con la frequentata Marina di Putzu Idu e su Pallosu, lungo i suoi 20 chilometri di coste e spiagge.

Un insediamento archeologico complesso, imponente con almeno quindici torri delle sette visibili, feritoie difensive, un fossato. Altri quindici nuraghi nel raggio di nove chilometri. Segnalato nel 1935, i primi scavi sono del Professor Lilliu nel 1948 che riprendono nel 1979. Oggi giunti a quota otto, con i risultati dell’ultima campagna presentati come di consueto il 25 luglio scorso, alla presenza di molti turisti. Il secondo del suo genere in Sardegna, che ha restituito un milione di frammenti catalogati e studiati nel Museo del Comune, oltre allo splendido torciere bronzeo di tipo cipriota.

L’area espositiva chiusa, ancora in fase di allestimento, è di tutto riguardo, mille 300 metri quadrati con annessi laboratori, perfino delle vasche che preservano alcuni ritrovamenti nell’area marina. Purtroppo i recenti stanziamenti della Regione hanno privilegiato le strutture già aperte e non quelle in fase di completamento. Sì! Perché in Sardegna esistono i musei comunali. Sono scomparse le Province, ai GAL non sembra essere riservata miglior sorte dopo alcune esperienze travagliate. I Consorzi dei Comuni si sa, devono contenere i costi e non sempre sono luoghi ideali per conciliare protagonismi o peggio ancora rivalità. Ma come tutelare la memoria e valorizzare la risorsa culturale. La lezione viene sempre dal passato: “non cerchiamo solo mura ma ricostruire il sistema sociale di chi abitava in quei luoghi” come ricorda l’appassionato archeologo Alfonso Stiglitz, direttore scientifico di un progetto triennale di indagine archeologica del Comune di San Vero Milis con Peter van Dommelen della Brown University di Providence. La civiltà nuragica come luogo d’incontro di un sistema rurale e difensivo, oggi tra studiosi provenienti dagli Stati Uniti, Inghilterra Spagna ed Olanda.

Il passato non ama i clamori perché talvolta hanno segnato la sua tragica fine. Reperti, epoche diverse collassate una sull’altra, riutilizzati in periodi successivi. Così riemergono dalle tenebre, anche se oggi moderne attrezzature permettono di scandagliare quasi sempre il territorio sottostante. I veri segreti, come quelli dell’animo, talvolta inspiegabili, sembrano invece annidarsi nel presente. Passato e futuro non possono non comunicare, bisogna continuare a scavare.

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