PER UNA SCUOLA “VERA” DA CONSEGNARE ALLE PROSSIME GENERAZIONI: NON CONDIVIDERE INTEGRALMENTE LA RIFORMA SCOLASTICA DEL GOVERNO

nella foto l'autrice della lettera

di Bruna Murgia

Sono un’insegnante di ruolo nella scuola primaria di Torino, specializzata sul sostegno, abilitata all’insegnamento su classe comune presso SDFP e dal MIUR all’insegnamento della lingua inglese, che assiste e cerca i partecipare, nei limiti del possibile, alla comprensione dell’impianto del progetto di “riforma” proposto dal governo.

Premesso che

–      sono convinta che la scuola di oggi necessiti di riforme strutturali, sia nei contenuti che nella metodologia, capaci di guardare ai bisogni formativi di ogni persona che può attuarsi anche attraverso l’individuazione di strumenti di valutazione di tutto il personale della scuola – dal dirigente agli insegnanti,  dagli ATA amministrativi agli ATA ausiliari – con una particolare attenzione alle diverse competenze che ognuno deve possedere

–      Penso ad una riforma capace di proporre una didattica in cui ritorni ad essere preponderante la pedagogia, unitamente a tutte le altre componenti delle scienze umane, che passa attraverso l’acquisizione di strumenti professionali concreti e  capacità relazionali forti che, insieme, concorrono a sviluppare e a promuove le abilità degli alunni.

–      Una riforma attenta alla sicurezza nella scuola in cui ogni giorno in nostri alunni/figli entrano per apprendere saperi indispensabili per vivere in modo autentico le diverse esperienze della vita, che concorrono a far di loro dei cittadini capaci di pensarsi in continuità con ogni altro essere umano del/nel mondo.

–      Una riforma attenta ai bisogni formativi degli alunni, capace di guardare a tutte le componenti culturali presenti nella nostra società così composita e articolata. 

–      Una riforma in cui non sia solo la norma astratta  a dettare i bisogni formativi personali  dei discenti che il più delle volte si concretizza nella compilazione di un PDP che solo con grandi fatiche e senso di abnegazione i docenti riescono ad attuare: nella scuola un docente deve potersi occupare dei bisogni personali di ognuno – nella realtà  della scuola primaria che conosco – di  24/25 alunni per classe…. .

–      Un riforma che abbia a cuore la realizzazione di una scuola motivante per gli insegnanti e per gli allievi non dovrebbe e non può essere pensata in termini di progettazione triennale che inserisce gli insegnanti in un albo regionale a cui i dirigenti possano attingere per attuare il progetto formativo – a tal fine è utile ricordare che esistono diversi livelli scolastici: la scuola dell’infanzia e la scuola media di primo grado sono articolate sui tre anni; scuola primaria si svolge nell’arco di cinque anni e la scuola superiore di secondo grado è più variegata nella sua articolazione, ma pur sempre superiore a tre anni.

–      Una riforma capace di assegnare un Dirigente Scolastico in ogni Istituto, che sappia promuovere e garantire l’attuazione di processi formativi sulla base delle necessità territoriali –  basterebbe questo per consentire la giusta individuazione delle specificità dei docenti assegnati sulla base del punteggio che corrisponda alla posizione in una graduatoria dove l’insegnante ha scelto di inserirsi – senza farlo diventare un “comandante solitario”.

–      Una riforma capace di ripensare al ruolo di responsabilità del Collegio dei Docenti in cui ognuno di assume l’onere e l’onore di rispondere alle interpellanze/bisogni educativi-formativi della società.

–      Una riforma seria della scuola non dovrebbe inserire il blocco della mobilità (su questo pare che la Commissione stia già lavorando in termini di mobilità straordinaria per il 2016/2017, ma la decisione finale non la si conosce). Uno sguardo più attento alla società civile darebbe al governo la possibilità di riflettere sulla necessità di consentire a uomini e donne, che lavorano attivamente per favorire la realizzazione di una società più giusta, nonché per garantire ai propri figli la soddisfazione dei bisogni – e mi riferisco al diritto di accesso ai beni primari – l’opportunità di poter “tornare” ognuno alla propria casa e di progettare la vita con la propria famiglia.

–      Una seria riforma della scuola dovrebbe restituire a tutti coloro che la “fanno” ogni giorno, che hanno una prospettiva di 42 anni di lavoro prima della tanto agognata pensione, che sarà circa il 60% dello stipendio attuale – sono svariati anni che il nostro contratto è congelato –, la dignità del lavoro in cui sia ricostituita la dimensione dell’interazione con la realizzazione di una progettazione individuale e sociale. E tutto questo non accade anche perché la classe politica  si dimostra incapace di rinunciare ai privilegi acquisiti nel tempo da norme astratte, completamente prive del concetto di equità. Di fatto, ogni giorno assistiamo alla concretizzazione di un progetto politico che guarda all’attuazione di una giustizia commutativa, piuttosto che realizzare progetti sociali in termini di giustizia distributiva, che guardi ai bisogni particolari senza cancellare quelli della moltitudine. Concretamente un uomo, una donna che lavorano nella scuola oggi non sono in grado di garantire una vita dignitosa ai propri figli… .

Servirebbe un governo capace di includere nella “progettazione” politica il sentire della società civile nella convinzione che efficienza e solidarietà – in termini di riconoscimento dei bisogni reali e non assistenzialistici – rimandano ad una circolarità in cui la seconda rende possibile l’ulteriore sviluppo personale e comune.

In linea generale, invece, sembra possibile affermare che sia diventato piuttosto difficile riconoscere nell’attuale organigramma politico un reale progetto di democrazia  (siamo tutti consapevoli che essa  non è la somma del particolare e quindi non è espressione dell’universale) – che si riflette anche nel progetto di riforma scolastica ben lontana dal rispondere alle reali necessità della scuola. 

La voce della società civile deve poter ritrovare la sua voce anche nell’espressione delle norme scritte di modo da riscoprire il valore di tutte quelle persone, che con le loro le azioni hanno reso possibile la realizzazione di una società libera; libertà, da intendersi in termini di responsabilità – che ci è stata data  e per questo abbiamo il dovere morale di consegnarla alle generazioni che verranno –.  Di fatto sembra che i diritti fondamentali siano letti nella dimensione di un tempo unico, sospeso, dove persino la coscienza ha abbassato la voce, alimentata da un’eco che ritorna nell’ambito di azioni celebrative che giacciono nell’attesa della successiva ricorrenza.

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