QUANDO EVA MANGIO’ LA MELA DELLA CONOSCENZA IN SARDEGNA: DONNA E TEOLOGIA, INCONTRO CON IL PROF. ANDREA OPPO

il professor Andrea Oppo

di Ilaria Muggianu Scano

Siamo da oltre due anni esatti nell’era Bergoglio però non sembra chiarissima la differenza tra il catechismo,  quel corso settimanale che conduce i ragazzi cattolici alla Cresima e sapere Teologico, quello con cui tutti i filosofi di professione si sono dovuti affrontare almeno una volta nella vita.

Con il Concilio Vaticano II, fortemente voluto da Papa Giovanni XXIII – che segnò un’irreversibile linea di demarcazione con la Chiesa del passato -, lo studio della Scienza Teologica si aprì all’intero mondo laico e per la prima volta anche alla donna. In Sardegna l’evento coincise con il trasferimento della Pontificia Facoltà Teologica da Cuglieri alla centralissima via Scano di Cagliari, dove si trova tuttora dalla sua erezione avvenuta il 5 agosto 1927. L’Ateneo venne affidato da Pio XI alla Compagnia di Gesù, la stessa di Papa Francesco. Nel 1971, dunque, nel cuore cagliaritano, il laico mangia il pomo del sapere. 

E la donna?  Se fino al Concilio Vaticano II è impensabile un suo diritto di critica, ora può persino studiare ‘le cose di Chiesa’ sempre state ad esclusiva prerogativa sacerdotale. Ma in concreto cos’è cambiato nella storia del pensiero ora che sono trascorsi cinquant’anni da quel momento? Ci accompagna in questa riflessione una figura emblematica all’interno della Facoltà, un docente che è paradigma di apertura e investimento sulla grande potenzialità laica in campo teologico, professor Andrea Oppo. Quarantaquatrenne di origini sarde ma di formazione cosmopolita, studia tra Firenze, Dublino, Londra e Mosca dove sviluppa i suoi studi su Dostoevskij diventando uno slavista di fama. Docente di Filosofia e Scienze Umane, è colui che si occupa degli accordi di collaborazione con gli altri Istituti accademici e culturali della Sardegna, tra le altre iniziative, è stato promotore nella Facoltà Teologica, della Philosophy for children (Filosofia per bambini). 

Professor Oppo riesce a farci penetrare in un mondo blindato alla donna, o così inteso nell’immaginario collettivo. Esiste, in Facoltà, un’apertura alla docenza femminile? Direi di sì: ci sono tre docenti donne. Non sono poche considerando quello che avveniva in passato. Potrebbero essere di più, certo. Ma occorre anche fare i conti con un numero di laureati in Teologia che parla per lo più al maschile. È una storia antica, che fa parte di una tradizione. Ma i tempi, mi pare, mostrano già un cambiamento in atto.

Ritiene che gli studi teologici possano essere affrontati, con buoni esiti da un ateo? Quanto incide la componente confessionale nel percorso di studi?  Non ha grande rilevanza, a mio modo di vedere. O non dovrebbe averla: mi piace pensare che anche un ateo possa iscriversi a Teologia e approfondire questa disciplina antica e nobile. Ha invece molta importanza l’onestà intellettuale nel porsi davanti allo studio e alla conoscenza. Ma questo vale in qualsiasi campo del sapere. Il problema nasce sempre quando allo studio e all’amore per il sapere si mischiano l’ideologia e la logica “amico/nemico”.

Tra le sue frequentazioni teologiche letterarie esistono autrici femminili? Esiste una Teologia femminile o la ritiene una ridicola ghettizzazzione filosofica? Nel pensiero contemporaneo esiste una percentuale elevata di ottime filosofe che hanno tanto da dire. Ci sono figure influenti nell’ambito della semiotica filosofica (Julia Kristeva), dell’etica (Philippa Foot), della filosofia politica (Martha Nussbaum) e anche della filosofia della scienza (Mary Hesse), ma i nomi da fare sarebbero tantissimi. Esiste certamente anche una teologia al femminile ed è una questione molto seria. Non ritengo, nel modo più assoluto, che esista alcuna differenza tra capacità di speculazione al femminile e al maschile, certo si può parlare di sensibilità diverse ma non di “vocazioni di genere” per uomini e donne.  Il discorso sul riequilibrio tra uomini e donne non si limita, purtroppo, alla sola sfera teologica. Ho vissuto a lungo all’estero e, compiendo gli inevitabili paragoni, posso dire che in Italia siamo molto lontani da quello che altrove è la normalità: donne alla direzione delle maggiori testate giornalistiche, donne ai vertici di importanti aziende e della politica. Allo stesso modo per ciò che riguarda gli studi teologici, in Sardegna come nel resto d’Italia, io penso che non ci saranno studentesse numerose di Teologia finché la donna non desidererà “vedersi” teologa e non lo farà – non per inferiorità intellettuale, o campi d’interesse diversi rispetto all’uomo – finché non sarà la società ad esigere che la donna sia anche teologa. Quando questo avverrà la donna sarà in grado di offrire un apporto significativo agli studi teologici in misura molto maggiore di quanto non stia già avvenendo.

La sua metodologia coniuga aspetti filosofici e teologici del sapere. Quali sono le vicendevoli contaminazioni?  La Teologia ha attinto in larga parte al mondo filosofico greco. Per statuto la facoltà è costituita da un biennio di studi filosofici – persino più ricco di insegnamenti filosofici rispetto ad altre facoltà teologiche – che introduce al triennio teologico e che si completa nei successivi due anni di Licenza. La vera contaminazione avveniva in un passato abbastanza recente perché tutti i docenti di filosofia erano quasi sempre o sempre dei sacerdoti. Ora la componente laica ha contribuito, in qualche misura, a distinguere i percorsi: oggi ci si iscrive in Teologia non solo in vista dell’ordinazione sacerdotale. In tale direzione si può leggere anche l’apertura alle donne.

Come ha appena detto, il percorso teologico, tradizionalmente, conduce all’ordinazione sacerdotale. Per una donna quali sono i reali sbocchi lavorativi oltre l’insegnamento?  Oggi, più che in passato, in realtà multietniche in cui la religione ha un peso politico, economico e culturale, avere un esperto di religioni che si occupi di cooperazione internazionale, di integrazione sociale e culturale, che conosca esattamente quali sono i punti interni alla Teologia e quelli conflittuali relativamente alla società in cui deve operare, non può non essere fondamentale a livello diplomatico e culturale, e quel tipo di formazione può avvenire in un modo molto appropriato in una Facoltà Teologica.

Eva nasce donna libera. Ha un unico vincolo: non deve pretendere di conoscere. Potrà farlo mordendo il succoso pomo proibito. Travalica il limite. Ora conosce e quindi arriva la condanna.  Nessun dolore è più forte di una mente tenuta lontana dalla verità. Se è vero che, come afferma Ratzinger “Non siamo autorizzati a trasformare il Padre Nostro in una Madre Nostra” perché la donna ancora prova un fascino per l’indagine Teologica? Del resto per quante volessero occuparsi di “cose di Chiesa” non ci sono forse abbastanza simulacri cui ispirarsi? Dalla Maddalena per le più vivaci a santa Rita per le più pazienti, fino al modello più inimitabile e da imitare per dogma: la madre di Cristo. Tutte meno che una, quella che ha voluto la conoscenza sopra ogni cosa.

* LaDonnaSarda

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