IL SOGNO N.B.A.: DA OLBIA, IL CESTISTA LUIGI “JESUS” DATOME RIFIORISCE AI BOSTON CELTICS

un canestro di Luigi Datome

di Andrea Sini

La primavera è un trifoglio verde in un giardino del Massacchussets, è un parquet incrociato sul quale pendono i drappi di 17 titoli di campioni del mondo. La primavera di Luigi Datome da Olbia è una maglia dei Boston Celtics con un numero speciale e una nuova vita fatta di sogni e opportunità. Più minuti, più punti, più fiducia. Quaranta giorni fa il capitano della nazionale italiana si faceva il sedere piatto nella parte più lontana della panchina dei Detroit Pistons: tre scampoli di partita in quattro mesi, con mille dubbi sul suo futuro nel campionato delle stelle. Il primo anno in Nba non era stato il massimo: 34 presenze, 7 minuti e 2,4 punti di media, ma la prospettiva era quella di migliorare e conquistare più spazio. Invece l’ala gallurese era sprofondata tra le ultime scelte della franchigia del Michigan, un inverno gelido con l’onta di 3 presenze nella D-League con la squadra satellite dei Pistons. Poi all’improvviso il cielo si è aperto e “Jesus” Datome si è ritrovato investito da una luce nuova, di un verde così brillante che fa quasi male agli occhi. Subito due partite con oltre 20 minuti di impiego, subito un’ottima risposta in termini di personalità e punti, con 4 gare in doppia cifra e il top in carriera (13 punti) eguagliato nel match in casa dei Miami Heat. La strada da percorrere, a questi livelli, resta durissima, ma se non altro oggi le prospettive sono diverse e Gigi ha di nuovo l’entusiasmo dei giorni migliori. Dai giorni cupi a Detroit alla primavera di Boston, dove ha ritrovato minuti, fiducia e probabilmente ulteriori stimoli per stare in America. Il campione olbiese racconta la sua nuova vita.

Quali sono state le sensazioni e le emozioni provate in questo passaggio? «Il cambiamento è avvenuto all’improvviso, a pochi minuti dalla deadline del mercato. Mi ha chiamato SVG (il coach Stan Van Gundy, ndr.) e mi ha detto “ti abbiamo scambiato, ora vai a Boston”. Ero sicuramente felice di andar via da Detroit, ma non avevo alcun tipo di aspettativa sui Celtics. Solo la speranza di una nuova opportunità e fortunatamente le cose sono andate meglio rispetto a prima».

A un certo punto in molti davano per imminente un suo rientro in Europa, magari in qualche big dell’Eurolega. Cosa è andato storto a Detroit e cosa l’ha spinta a stringere i denti? «A Detroit non ho mai avuto una reale possibilità di mostrare il mio valore. Il coach aveva scelto di mettere in campo altri giocatori e io da parte mia non potevo far altro che accettare quelle scelte, sperando che prima o poi arrivasse un cambiamento. In tanti pensavano ad un mio ritorno in Europa? Io non ho mai ascoltato le voci intorno a me. Specialmente della gente che non vive e conosce il mondo NBA, che è totalmente diverso rispetto all’Europa. Mi ero dato due anni di tempo, qui in America, e avrei fatto una scelta solo al termine dei due anni, nel bene e nel male».

L’impatto con la leggendaria franchigia del Massachussets è stato sorprendente. Già dopo poche settimane i tifosi dei Celtics cantavano cori per lei. Con la nazionale e con la Virtus Roma era la norma: quanto le è mancato ricevere manifestazioni di apprezzamento di questo tipo? «Sinceramente l’unica cosa che mi mancava  era giocare. Sono molto pretenzioso e onesto con  me stesso. Non sono i cori o gli articoli che mi gratificano ma quello che faccio in campo. Non avendo giocato per tanto tempo non ero giudicabile neanche da me stesso. È ovvio che quando poi giochi e arrivano i cori e gli apprezzamenti allora è tutto perfetto. E gli stessi apprezzamenti hanno un sapore diverso».

Che tipo di impatto c’è stato, a livello umano e tecnico, con il nuovo coach Brad Stevens? «C’è stato un impatto umano, altra cosa che mi mancava da tempo, e molto rispetto per l’impegno e per la mia professionalità. Dal punto di vista tecnico ci stiamo ancora conoscendo ma devo sicuramente ringraziarlo per l’opportunità che mi sta dando».

Ha scelto la maglia con il numero 70 in omaggio alla Santa Croce: Olbia e la Sardegna sempre nei pensieri di Datome. «Il numero 13 era già occupato. Ho voluto omaggiare  la società della mia città. Chi l’avrebbe mai detto ai tempi del canestro improvvisato in piazza Santa Croce che un olbiese sarebbe arrivato ai Celtics?».

Il campionato italiano non riesce a migliorare come livello, lo dimostrano anche i flop europei delle squadre principali. Cosa serve e cosa manca? E, soprattutto, quanto possono essere importanti i risultati della nazionale per il movimento? «Il momento è quello che è, mancano i soldi e le risorse. E chi non li ha non sempre riesce a sopperire alla mancanza di budget con idee o progetti. La Nazionale storicamente ha trainato sempre il movimento, specialmente per visibilità e sponsor. Lo ripeto da tempo: da anni abbiamo una doppia responsabilità in Nazionale, perché dovremmo essere proprio noi a dare il buon esempio, a far conoscere sempre di più il nostro stupendo sport. E solo con gli esempi positivi, e magari qualche successo, possiamo smuovere qualcosa».

La strada verso Rio de Janeiro, sede delle prossime Olimpiadi, è tutta in salita. Con gli italiani dell’Nba e un gruppo coeso si può sognare? «È giusto che Rio sia nella testa di tutti. Un sogno, una visione, aiutano a lavorare con i giusti propositi. Ma dobbiamo pensare anche ad un impegno alla volta e adesso il pensiero è arrivare in forma al raduno per lavorare nel migliore dei modi, cercando di essere al top per Euro2015. In questo momento è la priorità».

Ha parlato più volte di “progetto biennale” in Nba. Cosa c’è nel suo futuro? «Al mio futuro penserò soltanto a fine stagione. Ora ho una decina di partite in cui voglio far bene qua a Boston, e magari i playoff. L’obiettivo è rimanere in Nba, ma ovviamente valuterò con attenzione ogni proposta che riceverò».

Cosa pensa della vittoria bis della Dinamo in Coppa Italia contro Milano? «La Dinamo è ormai una forza e una grande realtà del campionato italiano. Sono felice che tanti sardi si siano appassionati al basket anche grazie a una squadra di riferimento in Sardegna».

L’Olimpia Milano ha già vinto lo scudetto oppure Sassari, Reggio Emilia o Venezia possono riservare qualche sorpresa nei playoff? «Odio i pronostici. Sulla carta non vedo nessuno in grado di battere Milano su 7 gare. Ma nella pallacanestro può succedere davvero di tutto, ci sono mille eventualità che possono dare speranze alle concorrenti. I playoff sono lunghi e sono tutti da giocare».

Per chiudere usciamo per un attimo dal campo da basket: dopo quasi due anni in America, quanto è lontana l’Italia a livello di qualità della vita, civiltà e modernità? «È un discorso molto profondo e rispondendo in poche righe è molto facile scadere nel banale. Io da italiano credo che la nostra qualità della vita in America sia raramente raggiungibile. So però che in Italia ora è un momento molto difficile per tante persone e tante famiglie, tra tasse, disoccupazione, pensioni, sanità, politica, ecc. L’America dà molte più opportunità a chi ha coraggio e la volontà di investire su se stesso».

* Nuova Sardegna

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