AL MODO D’ESSER DELLA POESIA: CONOSCERE SERGIO PORTAS, GIORNALISTA SCRITTORE E NOSTRO COLLABORATORE

l'autore dell'articolo, originario di Guspini, vive a Milano

di Sergio Portas

Assolata la Sardegna dell’infanzia coi meriggi che a dormire il sudore ti colava giù dal collo. Non appena mi scoprivo gambe leste e un po’ bugiardo, con le trottole a girare dietro fruste improvvisate, tiraelastico e cerchioni, strumpa e polvere a macchiare magliettine rattoppate, neanche il tempo di capire che anche a Guspini c’è il mare. Che fa il giro a capo Pecora per mischiarsi tra la sabbia del Poetto. Che a biancore di cristalli se la sogna Varadero. E’ già tempo di partire per lontani continenti, dove parlano una lingua quasi uguale all’italiano. La Tirrenia come mezzo, e perché la mamma piange se sbarchiamo quasi a Roma? Alla prima elementare faccio ridere la classe dei compagni di Verona. A finire elementari, medie e scuole superiori: coi carristi del mio babbo che fanno tappa in Lombardia. Dove ridono i compagni del grembiule a mezza coscia, che qui mettono le bimbe. A Milano ci son scuole che ti offrono di tutto, l’imbarazzo della scelta. Non son chimico provetto ma mi fermo a l’insegnare, nella sera le lezioni di politica sociale sono meglio dei programmi che t’impone la ti vu. Imperante Bernabei, un DC di quelli tosti che governano l’Italia da che il Duce ha terminato il ventennio di pazzia, in quel tal piazzal Loreto. Avanguardie d’operai, lotte sempre continuate, movimenti studenteschi, i giornali quotidiani fan sembrare l’Unità scartafaccio delle destre. Il Corriere serve solo come carta per i cessi che ho lasciato in quell’isola felice, dove nacqui con la guerra già finita, “baby boomer” incosciente. La mia tesi che mi valse centoquattro di punteggio (110 con la lode solo a quelli molto bravi) sul fiorire delle leghe sindacali, dopo che la grande guerra mai pagò quella cambiale della terra ai contadini che lasciarono la vita tra i reticoli del Carso. Affossarono quei sogni, e in Sardegna i sardismi di Bellieni, le camice nere e il Duce, coi Savoia in retrovia che lasciarono marciare i golpisti fino a Roma. Le cartucce mai sparate dai fucili dei soldati, che l’esercito è coi neri e il quartiere generale batte il cuore con le destre, foraggiate dai mezzadri brucian sedi socialiste. Comunisti già d’allora sono alieni, balbettanti paroloni che la borghesia imperante non vorrà nei dizionari che si usan nelle scuole. Gramsci intanto è in Parlamento mentre gli altri all’Aventino. Finirà i suoi di in galera benché fosse deputato, la presunta immunità non lo salva, è carta straccia, nuove regole le impone il regime che cancella sindacati e leghe rosse, dialettismi con bandiere croce-rossa in quattro mori.

I rinati comunisti fatti fessi da Bettino, con la CIA che foraggia elezioni e piduisti. E sornione il Vaticano che sussurra: “vota a destra”! Allora milito coi “Verdi”, son “Garante regionale”.Giusto quando il malaffare n’esce fuori traboccante da partiti d’ogni sorta, scende in campo un Cavaliere che nel tempo di Bettino ha firmato le cambiali per le televisioni tutte. E’ sull’orlo del collasso ma stravince le elezioni. Durerà anche lui vent’anni. Lo sfasciume è ancora lì, con un debito mostruoso e lo Stato una commedia di cui ride tutto il mondo. Basta dire “bunga bunga” e capiscono chi sei, conterraneo di Schettino, ministeri più importanti con i Bossi e  Calderoli, i la Russa e quel Tremonti col suo vice Milanese anche lui nelle galere.Il già ex Cavaliere se la scampa per l’età, i suoi soci in forza italia (il minuscolo è voluto) e Dell’Utri e Galan sono meno fortunati e conoscono le celle dove a folle i poveracci si contendono una branda, a scontare l’ignominia di spacciare marijuana. Incoscienti drogatori. La Sardegna in questo tempo ha ballato come un gozzo che galleggia nelle onde, mai padrona di soffiare per dei venti che sian suoi. Certo a Guspini le strade sono tutte lastricate, e c’è l’acqua che vien giù dai rubinetti. E la luce che si accende con un clic, ogni casa un gabinetto, senza odor di muntonasciu. Nelle strade più non senti il vociar del banditore. Non si vedono più filari alle fontanelle in piazza: marighedde colorate di colore verderame. L’isola ha pur provato a cambire direzione, e con Soru si era fatta una certa nuova cera nel Mediterraneo mare. Ma ha scambiato quel progetto dando fede a un Cappellacci che per vincere nel simbolo non osò neppure il nome, ma ci mise:”Cavaliere”, che capissero i votanti quali scelte andasser fatte per tenere tutto fermo, e cemento per le coste. Ora Pigliaru ci dice che rinascita sarà, ma i sardisti di Michela fatti fuori da una legge che neanche i giannizzeri in Turchia, son speme dei ragazzi che frattanto vanno a frotte con il Grillo di giornata. Ne vedremo delle belle quando i sardi capiranno che si può come in Iscozia e nel sol di Catalogna. Nel frattempo mi diletto da diecianni o giù di lì a buttar nella “Gazzetta” di quel Medio Campidano già provincia cancellata scritti intorno ai nuovi sardi che han lasciato nostalgie per mangiare piatti caldi, e domenica la carne. Son scultori e scrittori di poesie, giran film persino in sardo e si vincono dei premi. Non vi dico quanti libri hanno scritto in questi anni. Per intervistarli tutti ci vorrebbe un’altra vita. Ad intervistare un coro (è “sa Oghe de su Coro”) mi ci sono impegolato, pare ch’io abbia voce di tenore, e ho scoperto in cinque anni che coi canti di Sardegna, repertorio di millenni, si fa il giro della terra cinquecetomilavolte. Il Maestro è un Martini con un nonno che è un Obinu, casa a Seneghe e organizza “Cabudannu de Poetas”. Mette in musica canzoni che han per fondo Libertade, con la elle bella grande, e i  coristi la brandiscono a bandiera raccogliendo intorno a sé chi la pensa in questo modo, siano sardi o di Padania, di Salento o Bulgaria. Se vi dicon che ho rubato alla banca dei milioni, e l’ho fatto di mattina al giovedì non ci credete. Che ogni giovedì del mese me ne vado in quel del Besta, a giocare coi bambini che hanno guai neurologici o presunti. E ne vengon spesso e  molti  di Sicilia e di Sardegna. Già ho una targa che certifica i dieci anni che ci vado. E sessanta son passati da quel dì che di Sardegna qui seguimmo il reggimento dei carristi di papà. Con un’intervista a Gramsci ho cercato di colmare quel gran salto che il destino ha voluto che facessi. Come lui mi sono detto radicato nella terra ch’è bagnata da una lingua che è retaggio dei romani. Lingua delle ninne nanne. Di quel nonno Cherchi minatore a Montevecchio. Che veniva da Dualchi. Di quell’altro nonno Portas a cui misero un fucile fra le mani per scampare a Caporetto. Babbo mio, lui fu poeta, come spesso sono i sardi, ma le sue infinite rime sono tutte in italiano. Mentre mamma (Pinuccia) ci ha tirato su,due fratelli e una sorella, timorosi del buon Dio, ogni sera le preghiere per quell’angelo custode. La Fortuna ha decretato che nascessi in Campidano, alle spalle l’Arcuentu, Montevecchio e le miniere già scavate dai romani, e se scendi verso il mare tra i lentischi e gli oleandri e il frinir delle cicale, sbuchi in fronte a Funtanazza, dalla rena che è dorata, con lo sciabordar dell’onda che ti culla come cuna.

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