S’ARATZIA, SOGNI DI FANCIULLE


di Emanuela Katia Pilloni

 “Appena (la donna sarda) comincia ad entrare in età di giudizio il suo ideale è l’amore: il suo sogno, la sua ambizione è l’innamorato. E dacché ha raggiunto il suo ideale, realizzato il suo sogno, il mondo è suo.” Così Grazia Deledda stigmatizzava le aspirazioni dell’universo femminile sardo in un articolo pubblicato nel 1893: un mondo lontano, poesia di un tempo che non c’è più. Eppure quanti riti antichissimi del matrimonio sono sopravvissuti fino a noi, pedissequamente ripetuti in nome della superstizione o della tradizione? Tanti, tantissimi, molti più di quanto, probabilmente, una moderna ed evoluta società occidentale voglia o possa ammettere. Ed a spalancarci le porte nel panorama della valenza, del senso propiziatorio di tali pratiche è l’etimologia stessa del termine “rito” (ritus per i latini): la radice indoeuropea ri indica infatti il procedere, l’andare avanti, lo scorrere dell’acqua ma anche del tempo. Il rito dunque risponde ad una chiara funzione evolutiva: è segno di passaggio, di cambiamento di condizione. Dalla fanciullezza all’età adulta, dal peccato alla purificazione, dalla vita alla morte e viceversa. E’ naturale quindi che la cerimonia sponsale (essendo uno dei momenti più significativi della vita dell’individuo), mantenga, preservi dall’oblio moltissime consuetudini, perpetuando azioni dal sapore un po’anacronistico, ma che serbano intatta l’essenza misterica e benaugurale dei gesti. Atti ripetuti sempre secondo un successione definita, per nulla casuale, perché il caso non si sposa con il ritus, che da ordine prestabilito qual è, proprio l’imprevedibilità della sorte si propone di contrastare.

La tradizione sparadesa Nella nostra comunità era usanza che lo sposo si recasse a piedi, in corteo, a casa della sposa, il giorno delle nozze, accompagnato dalla madre, che gli stava affianco (retaggio di un’antica civiltà matriarcale?) e quindi seguito alle sue spalle, in ordine, dal padre, dai parenti e amici tutti. Giunti alla dimora della fanciulla, dopo aver bussato con forza all’uscio, era uso che il padre della sposa non aprisse subito ma fingendo stupore domandasse: “E chini esti sa genti?”. Al quale rispondeva un parente anziano del futuro marito, di norma uno zio, con la formula “Seu su tziu de su sposu e mi tzerriu..”. A questo punto dall’interno della dimora si incalzava: “E ita ciccaisi in domu mia?” in attesa della formulazione ufficiale della richiesta:“ Seusu beniusu andi piggai sa prenda!”. Unicamente in seguito a questa ennesima conferma delle buone intenzioni della spedizione, si apriva la porta de sa domu e lo sposo vedeva l’amata. Il corteo quindi si dipartiva verso la chiesa: era la sposa a guidarlo, condotta dal padre fino all’altare, dove veniva consegnata al promesso sposo accompagnato a sua volta dalla madre. Soltanto dopo la liturgia nuziale, all’uscita dalla chiesa, si consuma il rito de s’aratzia: una parente della sposa o dello sposo, in genere anziana, benediceva i coniugi, imponeva loro il segno della croce e rilasciava dalla mano destra il prezioso contenuto del piatto che reggeva con la mano sinistra. Grano (talvolta anche riso), segno di prosperità, sale, simbolo di saggezza e fiori vari (ma non dovevano mai mancare petali di rosa), augurio di felicità, adagiati con cura su un piatto di ceramica, destinato peraltro ad essere frantumato a terra dall’officiante del rito, in segno di buon auspicio. La pratica veniva di norma ripetuta, ad opera delle vicine, davanti alla casa dei novelli sposini, a guisa di benvenuto nel quartiere. Ma un ultimo rito incombeva prima che gli sposi potessero varcare la soglia di casa ufficialmente come marito e moglie. Le consuocere infatti si preoccupavano di far trovare, ins’innanti ‘e s’ena ‘e sa domu, un cuscino bianco, su cui far inginocchiare gli sposi e compiere l’ultimo gradus di questo iter sacro: ancora s’aratzia, questa volta però a quattro mani, a simboleggiare l’unione definitiva di due stirpi, rappresentate simbolicamente dalle due matres familias.

Esegesi del rito. Se elementi come grano e sale presentano una valenza simbolica fortissima e palesano di per se stessi la loro funzione, più difficile appare spiegare la necessità della rottura del piatto, che qualora non fosse avvenuto al primo tentativo poteva essere ripetuto solo per tre volte: una quarta non era prevista e sarebbe stato presagio funesto. E’ ancora una volta il premio Nobel a svelarci l’arcano. Nella Nuoro ottocentesca, ricorda G. Deledda, venivano infranti i piatti solo se riteneva la sposa ancora illibata: qualora si trattasse di una vedova o di una fanciulla “chiacchierata”, si evitava la rottura del piatto, per sottrarla a inevitabili risatine sarcastiche e di scherno. La frantumazione del piatto è infatti figura della perdita di verginità, di cui si attesta in tal modo l’esistenza fino al momento della liturgia sponsale. Come in origine l’abito bianco per la civiltà occidentale: certificazione di illibatezza. Ecco perché a celebrare questo rito profano sono solo le donne (la sfera della sessualità e della maternità era riservato al solo mondo femminile) e perché a San Sperate s’aratzia non viene mai gettata prima che sia stato portato a termine il sacramento nuziale: la perdita della verginità, per quanto rituale, non può avvenire prima della cerimonia, perché la nubenda deve essere condotta casta all’altare. Questa regola ammetteva una sola terribile deroga, ormai quasi caduta in disuso: se una fanciulla moriva vergine, in età da marito, era pia consuetudine farle s’aratzia quando la bara veniva condotta fuori di casa per il funerale. Casta per il mondo e degna sposa di Cristo, questo il senso ultimo di quel pietoso ufficio che è s’aratzia po i mottasa.

Con s’aratzia, dunque, per una volta “infrangere” è verbo che non si staglia malevolo contro i desideri, ma che accompagna e protegge i sogni delle fanciulle sarde ormai da secoli..

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