IL MAR DI SARDEGNA NEL MIRINO DEI PETROLIERI: RICERCHE DALL’ASINARA A CAPO MANNU


di Piero Loi *

La più grande società di servizi petroliferi al mondo, la Schulemberger Oilfield Services, va a caccia di petrolio e metano nel mare di Sardegna. A 24 miglia da Capo Argentiera, 33 da Alghero e poi giù fino a Capo Mannu, nell’Oristanese. In tutto, 21mila chilometri quadrati tra il settore nord-ovest dell’isola e il Mar Balearico con 11 comuni coinvolti da Sassari a San Vero Milis, passando per Bosa e Tresnuraghes. La società ha depositato qualche giorno fa lo Studio d’impatto ambientale per le ricerche geofisiche, e ora il rischio che le trivelle entrino in azione si fa più concreto. Infatti, qualora la Valutazione d’impatto ambientale dovesse dare il via libera, la società potrebbe andare dritta alla richiesta di perforazione ed estrazione. Ma c’è tempo sino al 6 luglio per inviare al ministero dell’Ambiente osservazioni contrarie al progetto della Schulemberg, che pare tuttavia godere dell’appoggio del direttore generale per le risorse minerarie ed energetiche del ministero dello Sviluppo economico Franco Terlizzese. Il progetto, infatti, era stato presentato a Sassari non più di due mesi fa, in occasione di un convegno ad hoc organizzato dalla Fondazione Segni. Tra gli ospiti, c’era appunto Terlizzese, che si è lasciato sfuggire “Sarà una valutazione d’impatto ambientale con molte prescrizioni”. In altri termini, il governo ci sta facendo un pensiero. Dalla Regione, invece, non si leva voce alcuna. Eppure l’analogo permesso di ricerca per idrocarburi a mare dellaPuma Petroleum a largo del Sinis – ritirato il 30 aprile scorso – aveva infuocato il finale della campagna elettorale per le Regionali di tre mesi fa. Tra gli altri convitati di Mariotto Segni, alcuni rappresentanti del “No Eleonora”, il comitato sorto per contrastare le trivelle della Saras. Gli attivisti sono oggi pronti a fronteggiare anche la nuova minaccia off-shore. Sono comunque numerose le perplessità destate dallo Studio redatto da Valentina Nigri e Raffaele di Cuia e depositato pochi giorni fa. Un primo problema è che l’area perimetrata dista poche miglia dal Santuario dei cetacei, area protetta tra Sardegna, Corsica e Liguria, considerata di interesse internazionale. Ma risultano coinvolte da progetto anche le aree a protezione speciale dell’Isola dell’Asinara, di Capo Caccia e della Penisola del Sinis. I tecnici della Schulemberger affermano che è tutto sotto controllo, nonostante intendano svolgere le ricerche geofisiche l’airgun, una tecnica d’ispezione dei fondali marini che prevede spari di aria compressa con intensità variabile fra circa 240 e 260 decibel ogni quindici secondi per ventiquattro ore al giorno. Le onde riflesse causate dagli spari vengono poi utilizzate dai ricercatori per estrarre dati sul sottosuolo. All’airgun e allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi a mare si oppongono oggi movimenti in tutto il mondo: dalle Baleari all’East coast degli Stati Uniti. Come afferma la fisica e docente alla Californian State University Maria Rita d’Orsogna, “il rischio è che i cetacei e il pescato vengano lesionati”. Insomma, oltre ai pesci, a rimetterci saranno anche i pescatori. Ma cosa accadrà se la Schulemberg dovesse conquistare il mare di Sardegna? Secondo la compagnia petrolifera poco o niente. D’altra parte, lo Studio d’impatto lascia a intendere che la situazione economica della zona non è certo delle più rosee. “Il numero degli alberghi non è quello della costa occidentale dell’isola e il turismo è in calo”, si legge nel documento. Rimane poi da capire quali trasformazioni subirà la zona nel caso in cui il fondale marino a largo dell’isola dovesse nascondere gli idrocarburi. Al momento, vista la fase iniziale dell’iter avviato con l’istanza di permesso di prospezione attivata lo scorso venti gennaio, la società esclude “la costruzione di opere permanenti o lo stazionamento in mare di qualsiasi attrezzatura o mezzo che potrebbero causare una perturbazione dello stato originale dei luoghi”. Ma rimangono i dubbi: l’attività estrattiva necessiterebbe infatti di raffinerie e porti petroliferi. Quantomeno è ipotizzabile lo stazionamento nei 21.000 kmq di mare di un’unità galleggiante di produzione, stoccaggio e scarico, di una nave, cioè, attrezzata per una prima fase di trattamento del greggio o del metano estratto. E il rischio ambientale di incidenti e sversamenti potrebbe essere molto alto.

* Sardinia Post

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