SE AVESSI PREVISTO TUTTO QUESTO … LA STORIA NON PERDONA: UN’ISOLA CHE DEVE ANDARE INCONTRO AL SUO DESTINO CON DIGNITA' E SENZA PIAGNISTEI


di Omar Onnis

Sta succedendo tutto secondo le previsioni. Problemi nei trasporti? No, tutto fila liscio. Questione energetica e industriale? Non pervenuta, adesso si parte con la chimica verde, siamo a posto. Corruzione e scandali politici? Tutto risolto. Il settore agroalimentare è allo sbando? Macché, non c’è nulla che non funzioni a dovere. Il mondo culturale è in declino? Ma no, abbiamo anche sistemato i Giganti, e l’università può contare su prestigiose collaborazioni con grandi aziende private: non c’è nulla di cui lamentarsi. Servitù militari? Mai esistite, così come non risulta alcun disastro ambientale e in fondo nessuno svantaggio per i sardi. Esistono centri di ricerca d’eccellenza che anzi sarà opportuno ampliare e tante opportunità di lavoro e di benessere per le popolazioni locali. Sono solo i soliti disfattisti o gli invidiosi (la Sardegna è la patria dell’invidia, è risaputo) a lamentarsi apertamente. Anche se, a dire il vero, le reazioni a quel che succede sono più variegate di quanto potrebbe far supporre questo splendido inizio di legislatura regionale. La pax renziana mostra delle lievi increspature. C’è chi improvvisamente ha perso la favella, dopo settimane e mesi di bullaggine via social media, e anche chi cade dal pero, scoprendo solo oggi le magagne che fino a due mesi fa negava senza mezzi termini. Chi è abile a saltare per tempo sul carro del vincitore, sa anche quando è il caso di scenderne. Naturalmente non mancano gli entusiasti dello status quo, per i quali siamo felicemente entrati nell’Era dell’Acquario e non possiamo che aspettarci prosperità e felicità. Fatto sta che ci troviamo in una situazione penosissima e chi dovrebbe affrontarla non solo non è attrezzato per farlo, ma non ne ha nemmeno alcuna intenzione. La giunta Pigliaru è al suo posto per fare esattamente quel che sta facendo: garantire la condizione di dipendenza e di povertà e la tendenza all’indebolimento demografico della Sardegna. Da che mondo è mondo, del resto, la classe dominante sarda non è mai esistita in funzione degli interessi diffusi, dei diritti e delle necessità strutturali dell’isola, ma sempre e solo in funzione dell’assetto di dominio che è chiamata a garantire. La continuità tra la giunta Pigliaru e la giunta Cappellacci è talmente evidente che quest’ultimo si sente in dovere di sottolinearla a ogni pie’ sospinto, caso mai se ne volessero oscurare i meriti. La tempra della maggioranza al timone della Regione si è già palesemente mostrata per quello che è: arrendevolezza verso i centri di interesse esterni, dipendentismo, subalternità culturale e politica, clientelismo e nepotismo sfacciati. Non si esclude naturalmente la più bieca corruzione, ma questa andrebbe provata e fatta valere in altre sedi e non è questo il caso. Insomma, grosso modo lo stesso identico cliché degli ultimi duecento anni. Chiunque stia da quella parte dello scenario politico ha fatto la sua scelta ed è una scelta di campo molto chiara, per quanti magheggi retorici si provi a fare. E non c’entra nulla la presunta obsolescenza dei concetti di destra e sinistra, che ben poca cittadinanza hanno in questa faccenda. Chissà se i mondiali di calcio, con la loro ostensione compulsiva di tricolori dai balconi sardi, o l’estate incipiente o chissà quale atroce caso di cronaca sapranno distrarre ancora per un po’ l’opinione pubblica. Nondimeno le magagne ci sono e a naso è prevedibile un loro peggioramento. L’incognita riguarda la capacità dei sardi a) di rendersi conto di quel che succede loro e b) di reagire in termini sensati. La storia non perdona. Non è che avremo una scappatoia garantita, quando le cose si saranno messe definitivamente male. O saremo in grado di badare a noi stessi, oppure saremo schiacciati da forze più grandi, o più organizzate di noi. L’unica cosa da auspicare è che sappiamo affrontare la nostra sorte con un minimo di dignità, senza i piagnistei che quotidianamente imperversano su ogni mezzo di comunicazione e in ogni sede possibile, come se noi non c’entrassimo niente. Provando davvero a capire, al di là del nostro ombelico, rendendoci conto delle conseguenze delle nostre stesse azioni. A cominciare da quel che abbiamo votato o non votato.

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