IL RACCONTO DI UNA SARDEGNA SENZA TEMPO: INCANTATO DALL'ULTIMO LIBRO DI ALBERTO CAPITTA


di Sergio Portas

Capita di imbattersi nei libri, come nelle persone. E capita anche che sia uno degli innumerevoli premi letterari che si svolgono nel belpaese a farti un fischio, darti una traccia per districarti nel novero di produzioni librarie che soffocano gli scaffali delle librerie, senza neppure il tempo perché su di loro si posi un’ombra di polvere. Visto che debbono sloggiare dopo un paio di settimane, per lasciare spazio agli stampati che premono con le loro eterne novità. Dal “Brancati” di Zafferana Etnea 2013 il sassarese Alberto Capitta spunta come orchidea selvatica nei boschi di Montevecchio, col suo: “Alberi erranti e naufraghi”, edito da “Il Maestrale”. E’ il suo quarto romanzo ( giuro che mi procurerò gli altri tre) e già con “Creaturine” (sempre il Maestrale ed.) nel 2004 fu finalista allo”Strega” e due anni dopo ebbe il premio de “Lo Straniero”, la rivista di Goffredo Fofi che non si peritò , nelle motivazioni, di definirlo “uno dei più interessanti tra gli scrittori di una straordinaria fioritura sarda, il fenomeno più ragguardevole e il meno studiato nelle nostre lettere. Quello di Capitta è un nome su cui si è sicuri di poter contare”. Facile profeta Fofi visto che di letteratura si è pasciuto per una intera vita. La sfera di cristallo con cui divina è lente d’ingrandimento di una sterminata biblioteca di letture che farebbe invidia a quella mitica di un Borges non ancora privato del lume del giorno. Che “Alberi erranti e naufraghi” sia libro singolare si accorge sin “Repubblica” con Simonetta Fiori , il suo pezzo di venerdì 1 novembre titola “Sardegna magica ma senza folklore”. “Capitta racconta una Sardegna senza tempo, sicuramente riconoscibile ma spoglia del tratto folclorico e identitario che sembra marcare altre esperienze letterarie…e sopratutto evita di chiudersi nel sardocentrismo, elevando l’isola a metafora dei conflitti del mondo”. Dice bene, lo scrittore sassarese è capace di raccontare con voce originale rivolgendosi alla platea del mondo, il bosco in cui il suo protagonista si imbatte nei “Bambini” e sì situato nelle campagne intorno a Lanusei ma potrebbe essere ovunque, fin nelle selve amazzoniche di Vargas Llosa, fra le Ande di Arguedas o nel grande sertao di Guimaraes Rosa. Non a caso qualche recensore del suo libro si spinge a parlare di “realismo magico”. Rendendo reale una storia che si regge su presupposti di favola, su di un isola che “non c’è”, come quella di Peter Pan di cui solo i più fortunati viaggiatori hanno potuto calcare le spiagge, ma di cui tutti i bimbi del mondo conoscono le oniriche coordinate ( seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino, così cantava quel tale Bennato). Isola di pirati con un uncino al posto della mano destra, di coccodrilli golosi di assaggiare anche la sinistra, d’indiani  e di fate che volano a sfidare i colibrì. I bimbi che incontra Giuliano Arca nella sua ricerca del padre scomparso da casa dopo che una coppia di “cattivi” ha ammazzato i cento animali che vi ospitava, “sanno di latte, di sale, di gasolio, di carro ferroviario. Portano collane di ostriche al collo e occhi di bel taglio, alcuni tengono una sigaretta a dondolo tra le labbra e sono già dei ragazzetti” (pag.109). Non vi pare di sentire degli echi che rimandano a quei volti di bimbi che abbiamo imparato a conoscere nell’apertura dei nostri telegiornali. Da Lampedusa e dintorni. Che altro possono portare via nelle loro povere tasche se non “ …dadi da gioco, castagne, figurine, temperini, scarafaggi, biglie, turaccioli, fionde”. La ricchezza dei bimbi guspinesi del dopoguerra, ne posso dare testimonianza. “Venuti dalla sete, venuti dal dovunque, ora vi riconosco, voi, senza macchie di paradiso sul ventre, ma solo profondi solchi di disincanto” (Pag.112). Quando li incontra Giuliano Arca ha una sedia legata alla schiena, per potersi subito riposare quando il suo girovagare troppo lo stanca, un cappello di paglia perso da uno spaventapasseri che non ha saputo resistere alla tramontana, due scarponi in cui strati di fango sovrapposti hanno oramai cancellato il colore originario. Ma non dovete credere che il nostro ragazzo ceda solo alla fascinazione di una natura  onnipresente e parlante, di profumi e colori che mischiano timo e roverelle, cespugli rigogliosi di mirto all’ombra dei corbezzoli. Gira anche per paesi e città e incrocia destini d’altri personaggi, forse dalle vite apparentemente meno incasinate della sua, tra cui spicca Maddalena inopinatamente innamorata d’uno dei due che è causa dei suoi guai. Colonnello della Brigata Sassari e uomo tutto di un pezzo, a cui è stato insegnato, dal padre, il piacere di sparare agli animali. Che ha un fratello “diverso”, l’unico amico del nostro Giuliano, a cui tocca scontare amaramente la gentilezza d’animo che lo contraddistingue. Il padre padrone che regna in questa famiglia non può tollerare questa manifesta mancanza di “balentia”. Per non guastarvi la sorpresa vi tacerò che Maddalena manda a monte il matrimonio pochi giorni prima della fatidica data. Lei non può non essere “bellissima. I suoi capelli castagni emanano  un’oscurità da sottobosco, il suo sguardo annuvolato si dispiega in improvvisi annunci di mare aperto, la grazia le cola dalla fronte”(pag. 51).  Vive col padre notaio vedovo, ultima di tre figlie, le sorelle sono via maritate, addirittura in Europa, neppure in continente, in una grande casa con un  aranceto ancora più grande, e sono questi alberi che una sera ella vede che se ne   vanno erranti, trasfigurati dalle vampate della luna. Chi potrebbe fare del male a una ragazza che ha una tale potenza nello sguardo, una  sensibilità che la fa svegliare, alla fine dell’estate, stupita che non si oda nella notte né gatto né volo di calabrone, solo un vento, appena uno zefiro tra i rami degli aranci che partono? Eppure il padre, Edoardo Branca, teme che quel coglione del fidanzato la renderà infelice per la vita. E per come presenta l’autore questo Michelangelo Nonne anche noi non possiamo starcene sereni pagina dopo pagina. Se gli alberi dell’aranceto sono gli erranti del titolo, naufraghi siamo tutti noi insieme ai protagonisti del libro. Naufraghi su di un’isola fatata. Come il Lawrence Durrel dei “Riflessi di una Venere marina” (Giunti editore) anche noi sardi ci iscriviamo tra quegli affetti dalla particolare malattia a nome “isolomania”, gli innamorati delle isole, questi “isolomani” scriveva profeticamente nel ’53 “ sono i discendenti diretti degli abitanti di Atlantide, e il loro vivere da isolani altro non è che un inconscio anelare all’Atantide perduta…(pag.11). Il mare che circonda la Rodi di Durrel è il medesimo che bagna le coste di Sardegna. Che anche Giuliano non potrà non incontrare e se ne abbevererà. Gaspare Agnello, nel suo blog di critica letteraria, scrive che “questo libro ci ha turbato e ci ha indotto a riflettere sullo svolgersi della vita e su quello che sarà il mondo di domani”. Elsa Morante nel ’68 vinse la prima edizione del “Brancati” col suo “Il mondo salvato dai ragazzini” (Einaudi ed.) e sembra di capire che anche Capitta dia loro un’apertura di credito determinante. L’autore sassarese, classe ’54, lavora anche come regista di teatro, un paio d’anni fa ha tenuto un corso di scrittura creativa per i detenuti di Badu ‘e Carros, da cui è scaturita una raccolta “Evasioni d’inchiostro” edita da Voltalacarta. Francesca Mulas in “ Sardinia Post” gli chiede, tra le altre cose, se in questo nostro vivere stiamo perdendo il contatto con l’ambiente, gli animali. “Da sempre gli uomini sono coinvolti in questo grande gioco di acquazzoni, montagne, fiumi e alberi, il problema è che non sono in molti a saper cogliere il valore dell’incanto e preferiscono saccheggiare e distruggere piuttosto che contemplare e salvare. Uno dei grandi lutti del carcerato, per tornare un momento al carcere, è proprio la scomparsa dal loro tatto e dalla loro vista della natura. Un bene fondamentale, l’unico e
lemento capace di porci in relazione diretta e concreta col fascino e col mistero del vivere”.

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