ALBERTO CAPITTA, CON "ALBERI ERRANTI E NAUFRAGHI", IL LIBRO DELL'ANNO SCELTO DA "FAHRENHEIT", RACCONTA UN'UMANITA' DI RESISTENTI

Alberto Capitta

di Costantino Cossu

«Il più originale dei nostri scrittori». Così Goffredo Fofi ha definito Alberto Capitta nella sua recensione dell’ultimo romanzo dello scrittore sassarese, “Alberi erranti e naufraghi” (Il Maestrale), appena premiato come libro dell’anno dal programma di RadioRai3 “Fahrenheit” e vincitore del “Brancati” 2013. E davvero Capitta percorre una strada tutta sua, che va per percorsi differenti da quelli scelti dalla maggior parte sia dei narratori della sua generazione (Capitta è del 1954) sia di quelli della generazioni successive. Dove porta quella strada, Capitta lo spiega in questa intervista.

In tutti i suoi romanzi il rapporto degli uomini con la natura è presente come un tratto forte del tessuto narrativo. Perché? «Da sempre mi sono rivolto, come uomo prima ancora che come scrittore, alla natura. Rivolgersi alla natura credo sia quanto di più spontaneo nell’esistenza di un individuo; poter godere dell’incanto, avvicinarsi con gesti semplicissimi alla fonte di un miracolo. E’ quanto lascio fare ai miei personaggi, li libero e faccio in modo che dilaghi in loro la stessa febbre, che colgano la straordinaria continuità delle forme, il melo che continua nel cavallo, che continua nell’uomo, che prosegue nel cielo. Di questo siamo fatti, siamo impastati di natura, nei romanzi come nella vita. Ma per poterci calare nella piena consapevolezza di questa condizione, dobbiamo abbandonare lo spirito ordinario e consegnarci anima e corpo alla curiosità e forse pure allo sgomento. Non ci sono scorciatoie per imparare a farlo, né lezioni a cui assistere, dobbiamo studiare in proprio, affinare una nostra capacità di porre in relazione le cose e questo non può che giungerci da una nostra intima osservazione del mondo. Nell’ultimo mio romanzo un personaggio, un ragazzo, viaggia con una sedia legata alla schiena. Potrebbe essere la strada giusta, avere una sedia da portarsi dietro e di tanto in tanto posarla e sedersi a contemplare la vita; ecco, l’osservazione come luogo».

Oggi la spinta all’omologazione è molto forte. La scrittura cosa può fare per aprire invece varchi di libertà? «L’omologazione dà sicurezza, protezione, sensazione di essere, in un modo e nell’altro, nel giusto. E’ storia di sempre, storia antica. L’appartenenza al consenso diffuso è un rifugio caldo e accogliente. Ma niente dà più lustro alla vita di una salutare insofferenza al modello prestabilito, niente le dà più decoro del guardare con riserva alle regole, ai dogmi religiosi, persino alle leggi dello Stato; e non necessariamente per infrangerle, quelle leggi, ma per restare nel proposito di poterlo fare, come una possibilità concreta, la possibilità di vivere di una ribellione interiore. Al contrario, il rischio è di consumarsi in un’esistenza da persone prevedibili il cui percorso è pianificato e monitorato. Automi, esseri programmati nei gusti e nei pensieri; oggi più che mai. Pronti alla macina, a diventare pastetta comune. La scrittura può tentare di insinuarsi, può mettere la pulce nell’orecchio ad alcuni, svegliare dal letargo altri, ma quanti sono disposti oggi ad ascoltare le parole? E quanti sapranno sceglierle tra le tante altre? Ma forse sta proprio qui il fine vero dello scrivere. Rendersi riconoscibile, proclamare una propria appartenenza, la propria origine, la propria originalità, lottare per questo a costo di rimanere soli e dimenticati, ma andare avanti, non fermarsi, cercare nuovi approdi».

Come si risolve, in “Alberi erranti e naufraghi”, la tensione tra creatività e controllo sociale? «Alcuni dei personaggi del romanzo, penso a Piero, il padre di Giuliano, si confrontano in tutta solitudine con la pienezza dell’infinito. Sono dotati di uno sguardo originale e grazie alla purezza di quello sguardo sono in grado di leggere il mondo. Non sono consapevoli della propria visionarietà, un visionario non si definirebbe mai visionario, e tendono alla partecipazione più pura e totale con la natura e le cose del mondo. Per questo sono invisi alla società, perché una fratellanza come quella loro con le bestie, una confidenza non subordinata al codice comportamentale della comunità è fuori dalla comprensione della maggioranza. Così li si perseguita, li si offende, li si caccia. E’ quanto avviene nella realtà, quella di tutti i giorni; non sono i capi popolo che arringano le folle a dover temere la reazione più feroce ma chi osa spogliarsi di ogni remora per abbracciare un albero in pubblico, come Piero».

C’è nei suoi libri una vicinanza ai livelli più immediati dell’esistenza, quelli anche più esposti, più deboli. Nel suo ultimo romanzo, penso ai bambini che si costruiscono una loro società nel folto di un bosco… «I bambini del bosco sono i figli del dovunque, come scrivo nel libro. Così li definisce Giuliano: Ora vi riconosco, venuti dalla sete, venuti dal dovunque, senza macchie di paradiso sul ventre, ma solo profondi solchi di disincanto. Il ventesimo secolo non è stato tenero con i bambini. Tristi destini li hanno trasformati in profughi, esiliati, naufraghi, e molti sono stati gettati dalle finestre, sequestrati, venduti, persi, scambiati, asfissiati nelle camere a gas. Così, i bambini scampati nel bosco fanno villaggio, lì ritrovano una dimensione più consona al loro rapporto col creato. Una repubblica di orfani, di resistenti, una popolazione di invisi alle società borghesi, che riesce a trovare il modo e la forza per organizzarsi in comunità libera. Un’utopia, certo, per i più piccoli come per gli adulti, l’idea di un luogo e di un tempo di salvezza, interdetto a chi dà la morte per sfizio, ai dominanti per professione, ai generali, ai poteri forti. Una comunità di irrequieti, di sovversivi per natura, una società che procede nonostante tutto, che si rialza nonostante tutto, che non si dà per vinta».

La sua attenzione per chi sta ai margini e ha meno difese si è concretizzata anche con il laboratorio di scrittura che lei ha curato per i detenuti di Badu ‘e Carros. Come è stata quell’esperienza? «A Badu ‘e Carros ho trascorso mesi ricchissimi, densi di significati umani. Gli alunni erano quasi tutti ergastolani in regime di Alta Sicurezza. Proponevano di tutto, fiabe, racconti, lettere, pagine di diario, poesie, romanzi. Lavoravamo in una cella attrezzata da vera e propria aula scolastica e il gioco della scuola era rispettato negli oggetti e nei colori. A volte le discussioni intorno alla lezione facevano scordare la galera. Ma bastava guardarsi intorno per ritrovarsi nel luogo dove si ha nostalgia di tutto, nostalgia di una piazza, nostalgia del traffico o per qualsiasi posto in cui si abbia la possibilità di vedere anonima gente entrare e uscire, un’officina, un supermercato. Ho imparato molto da loro, dalle loro chiacchiere, dalle loro tristezze ma pure dalla loro stupefacente allegria. Ogni tanto li penso, spesso li scordo, perché la vita mi porta altrove. Così dimentico i dimenticati, gli ultimi, i reietti. Tengo i loro scritti in un cassetto della scrivania, mi aiuta a ripensarli. Non so se il mio lavoro possa o meno essere servito a qualcosa. Mi rispondo come mi è già capitato di rispondere: in certi casi l’aria, più ancora della scrittura, è salvifica. Che scrivano o no, che abbiano conservato o no qualcosa dell’esperienza, speriamo almeno che respirino».

Ritorniamo al rapporto uomini natura. Che cosa ci dicono di questo rapporto l’alluvione che ha devastato la Sardegna ma anche le basi militari e le fabbriche che avvelenano e uccidono? «Morti d’acqua e morti di fuoco, roghi e diluvi, la Sardegna sembra divenuta la sede di una biblica resa dei conti, niente le viene risparmiato. Il santuario della natura di un tempo è diventato un gioco da tavolo dove tutti possono gettare bombe, erigere alberghi, spostare fiumi, prosciugare stagni, muovere carri armati. Con le teste mangiate dalla possibilità dei profitti non si è fatta resistenza a nulla e si è accettato di tutto. Ora il paesaggio sta cambiando ma molti non s’accorgono, perché la prima mutazione è già avvenuta ed è lo sguardo che si è abituato al peggio. Ci vorrebbe un bosco per ricominciare, un luogo vietato agli speculatori, ai trafficanti di appalti, ai militari sardi e non sardi. Un bosco per salvarsi. Bisognerà fare in modo che non brucino anche quello».

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