SVELATO L'ULTIMO DUBBIO: LA LINGUA DEI NURAGICI VIVE NEL CANTO A TENORE

l'area archeologica di Tamuli a Macomer

di Andrea Deplano

La cultura di molti popoli è conservata nei canti. Suoni, parole e rime costruiscono melodia con cui affermare valori e concetti e operare trasmissione culturale e identità etnica. Il canto si pone come strumento di conoscenza diffusa fra ogni componente comunitaria. Non esclude fascia anagrafica. E’ facile detenerlo e conservarlo, basta sentirlo dentro e dargli sfogo nei diversi momenti della giornata per tutto l’arco dell’anno o in particolari occasioni. Così innumerevoli popolazioni antiche (vd p.e. gli aborigeni australiani), prima dell’invenzione della scrittura, tramandavano la propria cultura orale con i canti. L’antica popolazione della Sardegna non fa eccezione ma nello scorrere dei secoli l’oblìo ossida i suoni e copre il significato delle parole del canto. Si connota in un indistinto linguaggio sonoro-musicale arcano. Sopravvive nella dimensione del non-senso e si afferma solamente per la componente di “accompagnatore di testi poetici”. Un linguaggio predomina sull’altro e nella fantasia creativa degli interpreti l’alfabeto dei suoni dispone ad aperture, chiusure, superamenti, snaturamento. Come nel linguaggio quotidiano le vocali assumono diversa timbrica, le consonanti differente intensità sonora. La confezione originale del canto resiste immutata non nel singolo interprete ma nell’insieme corale che lo produca in modo omoritmico. Questa era la chiave di volta della ricerca: investigare sui canti in cui ancora si conservano brevi frasi i cui lemmi sono intonati simultaneamente dall’intero coro e, talvolta anche dal solista.

I suoni

La particolare fonazione affascina, distorce la qualità dei suoni del quotidiano. È imitazione. Trasfigura il paesaggio sonoro dell’isola in una probabile drammatizzazione. Si innalza verso il divino per lodare la magnificenza del creato e renderne merito e grazie. Sillabe che suonano ora con intensità esplosiva, ora con carezzevole liquidità, ora con rotante grazia, poi con dentale morbidezza o con cacuminale fermezza. Non tutte le vocali entrano nel ventaglio combinatorio delle sillabe. La vocale o non si riscontra in quei suoni. Il suo arrivo nel sistema vocalico isolano testimonia cambiamento storico. Bi, ba, be, bu non compaiono mai nella stessa composizione linguistico-musicale. Li, la e le si alternano a Ra e ri. An ed en, di e du si compongono con ru e tutti si accompagnano con il suono primordiale m.

Quale lingua?

Cosa possono mai dire queste sillabe? Le lingue flessive che da due millenni danno concreta traduzione alle nostre idee non concepiscono, salvo rari casi, che un singolo suono vocalico oppure una sola sillaba, esprima significazione. Questo rendeva impossibile intravedere un significato in quei suoni, singoli o combinati fra loro. L’incontro con prof. Raffaele Sardella mi aprì la conoscenza delle lingue preclassiche per eccellenza: il sumero e l’accadico a cui tutte le culture mediterranee sono debitrici, in particolare la greca e la latina. Lingue agglutinanti in cui poche sillabe contengono grande quantità di significato. La Bibbia scioglie i dubbi sull’idea che una lingua si diffonda e parli solo a seguito di contatto fra popoli. L’inizio dell’XI capitolo della Genesi è illuminante nel dire che “Tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole”. Il nostro riferimento è portato dunque ad una cenòsi linguistica comune risalente ad un’epoca di almeno quattro o tre mila anni prima della nostra èra, precedente la civiltà nuragica e coeva di questa.

Le parole

Elle du ba ?am ba è il testo musicale del coro nel ballo turturinu di Orosei. El(le) è il nome del Dio supremo a cui ci si invocava per la performance musicale du. Ba sum. ‘distribuire in dono’, ‘suddividere un regalo’; è tipico delle invocazioni sumeriche ripetere in finale il concetto più importante, in questo caso ba. Il termine ?am ha l’etimo nel sum. ?amun ‘armonia’. Il significato complessivo della frase del coro oroseino è: Dio supremo regalaci l’armonia nel suono. Assolutamente icastico anche il significato del nome di questo ballo risultato della seguente agglutinazione: tur (akk.) = nuovamente, di nuovo, tu (sum.) = battere, ri (sum) = gridare, nu (sum.) = far girare. Sempre nel canto polivocale profano di Orosei si ha la forma della Voche ‘e notte antica in cui basso, contra e mesu-voche a cui si aggiunge anche il solista, cantano i “hey!” (particella esortativa), gni (?i) “night”, a “forza”, “potenza”. Frase che significa: “Oh potenza della notte” (riferito al Dio o Dea Luna). Anche il ballo più caratteristico di Ollolai conserva una frase musicale espressa dal coro in modo

omoritmico: dullu(m) = “rituale religioso”, ru(m) = “perfetto”, “ideale”, du = “eseguire”, con significato complessivo: “Esecuzione perfetta del rituale religioso”.

Come si sono conservati.

Questi canti tradiscono un’origine religiosa della polivocalità detta profana per distinguerla dal canto dei Confratelli nato per diffondere i testi della dottrina religiosa. Dall’epoca nuragica passano indenni le epoche di due popoli di lingua semitica come i Fenici e i Punii. La romanizzazione dell’isola, costata tante vite, non è riuscita a cancellare la lingua e la cultura delle popolazioni dell’interno, ribelli che oppongono resistenza anche sotto la dominazione dei Vandali. Simmaco parte dall’isola pagano e diventerà papa (498-514 d. C.). I sardi dell’interno continueranno ad essere idolatri anche alcuni secoli dopo la conversione di Ospitone, capo dei barbaricini in epoca di Gregorio Magno. La presenza di tanti monaci africani, bizantini e italiani nel territorio isolano non riuscirà comunque a far dimenticare le tradizioni millenarie pur bersaglio di offensive agguerrite da parte di quei monaci. La strategia “diabolica” fu svuotare di significato le parole della tradizione religiosa: Elle (dio supremo) diventò ello/ellus, interiezione usata per introdurre frase interrogativa che i linguisti definiscono “onomatopea” o “fonosimbolica”. Tutto ciò che non è oggi facilmente rapportabile a lingue classiche note è definito fonosimbolico, insignificante. Il resto vive nel mito dell’approssimazione sotto cui si cela spesso la sintesi: la tesi sull’origine del canto a tenore come imitazione dei suoni della natura è teoria di qualche “studioso” (?) ormai ignoto e si ignora perfino la fonte della stessa teoria. Armas sono definite le tre voci del coro nei paesi del Montacuto. Non c’è relazione alcuna con ?rma (latino). È piuttosto il termine accadico armu che indica il muflone. Il verso di questo animale nelle articolazioni del maschio, della femmina e del cucciolo ha ispirato la sonorità del coro sardo capace di incantare ancora dopo millenni di storia.

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