PENSANDO AI “DIMONIOS” E SOGNANDO UN’ISOLA MIGLIORE: LA BRIGATA SASSARI, PILASTRO PORTANTE DEL MITO IDENTITARIO DELLA SARDEGNA


di Sergio Portas


Dice bene Omar Onnis nel suo “Tutto quello che sai della Sardegna è falso” (arkadia ed.): “Toccare la Brigata Sassari è come insultare la mamma di qualcuno. Si sfida la sensibilità emotiva delle persone, la loro sfera affettiva. Si rischia il linciaggio politico e morale. La Brigata Sassari è uno dei pilastri portanti del nostro mito identitario” (pag.38). Anche nonno Pasqualino Portas fece la “Grande Guerra” sul Carso e per questo lo fecero “Cavaliere di Vittorio Veneto”, ordine abolito nel 2010 per lenta e inesorabile estinzione dei membri, che l’ultimo “cavaliere” era rimasto in vita sino all’ottobre 2008. Comunque non so se fosse inquadrato nella “Sassari” come quasi tutti i sardi che presero parte al conflitto, può darsi. Certo è che da quell’esperienza non ne dovette riportare gran desiderio di visitare terre aliene e continentali (Trento,Trieste e chi le ha mai sentite nominare?) visto che poi non si mosse più da Guspini dove si dedicò a trovar il mangiare quotidiano per una famiglia che mise su con nonna Antonicca Orrù: una decina di figlioli di cui babbo Livio era il primo nato. Mai capito bene come fosse riuscito nell’impresa. Come quasi tutti i ragazzi sardi del suo tempo e della sua condizione sociale era analfabeta. L’italiano inteso come lingua non lo parlava neanche negli anni ’50, né doveva averlo molto praticato negli anni di guerra. L’esercito del Regno d’Italia non inquadrava i suoi soldati in senso regionale (come i tedeschi e i francesi), temeva che di fronte a sussulti di ordine pubblico questi avrebbero esitato a sparare sulle folle, magari in sciopero per la fame (era successo a Milano nell’89 e il generale che dette l’ordine Bava Beccaris ebbe medaglia d’oro dal re Umberto, anche per questo l’anarchico Bresci l’accoppò a Monza due anni dopo). Pei sardi si fece un’eccezione e vennero inquadrati nel 152° e 153° reggimento. Mi è già capitato di scrivere che fu lì che  si stupirono e si scoprirono “nazione altra” da quella italiana, avevano una loro lingua, costumi di vita particolari, ridevano o si adontavano per le stesse cose. Combatterono per riportare a casa la pelle. Impresa che accomunava ogni fantaccino che avesse avuto la sventura di avere vent’anni nell’Europa di allora. I “sassarini” sono schierati per la prima volta della cosiddetta “seconda battaglia dell’Isonzo”, 20 luglio del ’15, con perdite fortissime: 2416 uomini in due settimane! Ma l’ordine del comando la III armata è per continuare “l’attacco metodico”, ad agosto i morti saranno 1191. La brigata deve essere ricostituita, torna in novembre sul san Michele e conquista di slancio importanti postazioni austriache, costo umano: 1732 perdite e 817 ammalati (M. Isnenghi, G. Rochat, La Grande Guerra, Sansoni ed.). Questi contadini, questi pastori, che avevano lasciato le loro donne ad accudire i campi e le greggi con esiti facilmente immaginabili, continueranno a farsi ammazzare per tutto il perdurare della guerra quasi a non sconfessare il loro motto:”Sa vida pro sa patria”. Ai Savoia, per riconoscenza, toccò dare il diritto di voto a tutti i maschi, analfabeti e non, per le femmine bisognerà scontare un’altra guerra mondiale, e allora i sardi votarono in massa un loro movimento: il “Partito sardo d’azione” e nel ’19 divenne il primo dell’isola per numero di voti e rappresentanti eletti. Ci vollero vent’anni di fascismo mussoliniano per affossarlo sul nascere. Ora, passato un secolo, qualche considerazione scevra da pathos retorico occorrerà pur farla. In quel periodo le classi dirigenti d’Europa riuscirono a convincere, nel nome del nazionalismo e dell’ ”amor di patria”, milioni di giovani a massacrarsi l’un l’altro a milioni. Com’è che questi non sparassero ai loro ufficiali e se ne tornassero tutti a coltivare i loro campi è a tutt’oggi un mistero (in verità l’esercito russo fece qualcosa del genere). Dire che l’Italia fosse la “vera”patria dei sardi pare quasi una barzelletta. Eppure anche la Brigata Sassari combatté compatta, uscendo dalle trincee al grido di “Savoia” (vedi Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano, Einaudi ed.), vero che ebbe momenti di protesta (spari in aria e giovani  ufficiali buttati nei fossi) che ad altre brigate costarono fucilazioni alla schiena, ma si portò così bene da meritarsi l’appellativo di regina delle fanterie. Anche Paolo Rumiz (La Repubblica 27 agosto 2013)  scrive dei sardi inquadrati in fila per quattro, fucile a bilancia, che passano marciando sugli ultimi ponti del Piave che, dopo Caporetto, non sono ancora stati fatti saltare in aria. Mentre il resto dell’armata è in rotta disordinata. Sempre Onnis nel suo libro: “Costruire una retorica di appartenenza su una tale tragedia ha di suo qualcosa di malato. I reduci del conflitto sapevano bene quale porcheria fosse stato il mattatoio della guerra” (pag.39). Gli è che la nazione, per sua costituzione ontologica, nasce con una logica di potenza, quindi con un esercito pronto alla difesa dei confini, sempre sacri naturalmente, e a cui vanno devoluti mezzi che lo rendano atto a fare guerre. Con missioni “di pace” ove la Costituzione dica diversamente. La Sardegna che sogno (è un periodo buono per “have a dream”) autonoma e indipendente nel Mediterraneo mare, farà come il Costa Rica, abolirà l’esercito, proprio in grazia della storia della Brigata Sassari, e utilizzerà quei fondi (che sono un mucchio di soldi nel bilancio di uno stato) per costruire scuole e ospedali e asili nido e quant’altro di bello venga in mente alla nuova classe politica che si sarà data. I politici che ancora pensano con schemi datati, intrisi di falsa retorica, e che si sono sin qui arricchiti con l’inossidabilità delle loro cariche, di loro sì si perderà memoria. Si riderà di quelli che, allora, votavano compatti in Parlamento, perché la nazione italiana prendesse atto che sì, Ruby Rubacuori, era davvero la nipote di Mubarak.

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