IN RICORDO DEL PROFESSOR MARZIANO BRIGNOLI PUBBLICHIAMO LA SUA RELAZIONE AL CONVEGNO DI PAVIA SU GIORGIO ASPRONI (7 GIUGNO 2008)

Prof. Marziano Brignoli al Tempio Sacrario della Cavalleria di Voghera

di Marziano Brignoli

Il  rapporto di  Giorgio Asproni con la Democrazia lombarda,  in particolare con Cesare Correnti e con Agostino Bertani

Tito Orrù ha illustrato da par suo i rapporti fra Giorgio Asproni e Benedetto Cairoli ed anche con Adelaide Cairoli in un corposo, ben documentato ed importante lavoro pubblicato sul “Bollettino Bibliografico della Sardegna” nel 1993.

Asproni, tuttavia, non ebbe rapporti soltanto con Benedetto Cairoli, ma ne intrattenne anche con altri e cospicui esponenti della Sinistra lombarda; con Agostino Bertani, per esempio, al quale il 29 giugno 1860 scriveva, tra l’altro:

 

«[…] Corre ognora più confermata voce che Garibaldi abbia piegato consentendo per la votazione popolare per l’annessione immediata.

Quanto eravamo in gioia per i sensi alti e liberi nella risposta sua al Municipio di Palermo, altrettanto oggi siamo trepidanti del suo mutato proposito. Non è tempo di plebisciti, annessioni e di convocare assemblee che in breve gli reciderebbe i nervi con benefizio del La Farina ma di dare il massimo impulso alla rivoluzione […]».

 

Questa lettera fu scritta in un momento politicamente difficilissimo. Liberata la Sicilia, si scontravano nell’Isola due tendenze opposte: l’annessione immediata al Regno di Sardegna oppure la “rivoluzione”, come scrive Asproni. Che cosa l’uomo politico sardo intendesse con questa espressione, non mi è ben chiaro. Una rivoluzione sociale? Impossibile. La proclamazione di una repubblica democratica? Altrettanto impossibile: avrebbe avuto contro tutto l’establishment moderato, non solo italiano. Sarebbe di molto diminuito il favore con cui la Gran Bretagna seguiva l’impresa garibaldina, non la avrebbe permessa Napoleone III, poco propenso ad aiutare i Borbone-Due Sicilie, ma ancor meno a tollerare una repubblica sulla porta di casa. Ostava poi ad ogni aspirazione rivoluzionaria quel programma che Garibaldi nella sua grande lealtà aveva emanato a Salemi il 14 maggio 1860, cioè di assumere la dittatura in nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia, così proclamando la fusione dell’idea unitaria con l’istituzione monarchica e tenere così tranquilla l’Europa che non tutta plaudiva alla rivoluzione nazionale italiana.

Dopo questa dichiarazione del Generale non era evidentemente possibile parlare di rivoluzione, a meno che non si volesse andare contro Garibaldi …

Conseguita l’Unità, Asproni sentiva che quella unità territoriale aveva necessità anche di un fondamento morale e culturale, oltre che di benessere materiale. Scriveva egli infatti nel 1867 a Cesare Correnti, allora Ministro della Pubblica Istruzione nel Gabinetto Ricasoli:

 

« […] Hai intelletto grandissimo, hai celebrità letteraria ed hai cuore. Pensa a rigenerare la gioventù. Rivolgi l’attenzione benigna alla afflitta Sardegna che dopo diciannove anni di regime costituzionale, con vergogna nostra e con danno inestimabile, figura nelle prime categorie della tabella di popolare ignoranza. C’è miseria, c’è fame; c’è desolazione, c’è sdegno ma la ignoranza è causa e corona [?] delle sue infermità.

Sai come fu trattata, com’è derelitta, come vi è pericolo che per ira e disperazione si abbandonino i Sardi a funeste risoluzioni. E la Sardegna è una delle più importanti cittadelle marittime della Patria nostra. Tu non hai odj antichi, né recenti; fa dunque il suo bene nella parte che da te dipende […]».

 

In questo brano di lettera, quando Asproni scrive «pensa a rigenerare la gioventù», toccava un tema caro alla Sinistra: l’istruzione popolare come momento di riscatto non solo materiale, come strumento per raggiungere una maturità politica ed una elevazione di moralità. È un quadro assai triste quello che l’Asproni dipinge della Sardegna ma attenzione: il deputato sardo non chiama alla sommossa, alla rivolta, a scomposti tumulti di plebi esaltate dal Masaniello di turno. Nulla di tutto questo; Asproni vuole, reclama istruzione; teme, anzi, pericolosi rivolgimenti qualora tardassero interventi a favore dell’Isola.

Asproni, a mio giudizio, si configura come un riformista: intransigente, risoluto, combattivo ma riformista.

C’è un altro passo di questa lettera asproniana meritevole di commento, quando scrive: «è la Sardegna una delle più importanti cittadelle…». Sembrerebbe viva nell’Asproni una propensione a considerare ed a valorizzare la posizione militare marittima della Sardegna. Può forse apparire strana questa sensibilità mediterranea, questa attenzione per una presenza militare marittima dell’Italia nel Mediterraneo. Occorrerà esplorare attentamente il pensiero asproniano, studiare questa sensibilità dell’Asproni per il Mediterraneo, quale ruolo il deputato sardo pensava l’Italia potesse avere sul mare: una presenza vigile o una espansione.

È noto come la Sinistra parlamentare non fosse insensibile a presenze italiane oltremare: in Eritrea con Depretis nel 1885, in Etiopia con Crispi nel 1886, nel 1911 con Giolitti e fu la sventurata e non mai abbastanza deprecata guerra contro la Turchia, giustamente considerata fra le cause scatenanti della Prima Guerra Mondiale, ma bisognava pure dare un’offa ai nazionalisti per tenerli tranquilli e varare senza proteste la riforma elettorale.

Degni uomini il Depretis, il Crispi e mettiamoci pure il Giolitti (Gaetano Salvemini mi perdonerà!), ma, come si dice, nessuno è perfetto.

Torniamo à nos moutons. Pur impegnato in argomenti di interesse nazionale, l’Asproni non dimenticava Bitti, il luogo dov’era nato, e si rendeva interprete presso il Governo dei bisogni e dei desideri del paese che gli era caro. Scriveva a questo proposito, il 29 marzo 1867, al Correnti su una questione che può sembrare di poco conto ma che tale non era per il paese.

 

«Caro Correnti,

nel Comune di Bitti erano lieti sperando di avere il convento dei soppressi Cappuccini dove possono avere locale commodo [sic] per il Municipio che non ha casa, per il Pretore, per le Scuole e per agricoltura pratica nel giardino piuttosto ampio.

Ti prego di accelerare questi provvedimenti; farai un bene, un atto di giustizia ed a me cosa grata. Abbi cura particolare della Sardegna, tanto trascurata e tanto sofferente!

Oh, se tu ci potessi fare una corsa! Come torneresti sbalordito dallo spettacolo miserando di un popolo buono, svegliato e pieno di italiani affetti! ».

 

Il 20 settembre 1870  si realizzava, come è arcinoto, il gran fatto della liberazione di Roma che anche l’Asproni aveva ardentemente auspicato. E tuttavia anche in quel momento di esultanza patriottica l’Asproni appare un moderato, non schiavo di passioni o di risentimenti, ma uno che, anzi, sa e vuole discernere ed apprezzare uomini eminenti anche tra gli avversari. Scriveva egli, il 23 settembre 1870, al Correnti:

 

«Mio caro Correnti, o per amore o per forza, i Gesuiti andranno via da Roma. Se non vi provvederà il Governo in tempo, vi supplirà il popolo che li odia e che ha ragione di esecrarli. Ti dico io che sono finiti. Ma nel mondo non vi è male senza mistura di bene ed anche fra i Gesuiti vi sono le eccezioni delle quali il Governo deve tenere conto. Io segno a te il Padre Secchi, gloria ed ornamento della scienza astronomica e matematica in Italia. Abbiatevelo caro. So che ha stima grande di te e che gradisce ogni segno di pregio che si faccia di lui. Scrivigli, carezzalo, onoralo e conservalo alla cultura italiana. Se saprai onorarlo, lascerà andare la Compagnia e starà alla cattedra».

 

E siamo all’ultima lettera asproniana a Correnti nel carteggio di Cesare Correnti. È una lettera che potremmo dire del post-Risorgimento, una lettera che non riguarda grandi principi o grandi azioni. È del 22 febbraio 1870:

 

«Io ti scrissi da Roma raccomandandoti il P. Secchi e di conservarlo nell’Osservatorio romano per la scienza. Non ebbi risposta. Benissimo. Ma il Padre Secchi sta al suo posto. Benissimo.

Ora io ardisco di scriverti dell’Archeologia e delle Arti Belle di Roma e ti parlerò con la nostra consueta libertà. Leggo che vi mandasti un Luigi Pavan. Non lo conosco. Conghietturo che avrai scelto con cognizione di causa. Ma, mio buon Correnti, in Roma vi è l’esimio Luigi Roma, direttore sapientissimo degli scavi del Palatino ed antiquario di meritata fama europea. E non ti par egli una satira mandare a Roma, dove è il [Pietro] Rosa ed altri d’incontrastata superiorità, un Pavan per i Musei e per le Arti Belle? E tu pure come scrittore sei un artista esimio ed hai mente e cuore italiano. Perché mettete [?] a queste dure prove il patriottismo romano? […]».

 

Si tratta, come è evidente, di una questione di “posti”. Non meravigliamoci e non scandalizziamoci. Sono cose vecchie come il mondo, purché se ne usi in una maniera decente e possano convivere con grandi ideali e con azioni esimie, come fu nel caso di Asproni e di Correnti.

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