IL BELGIO, LA MIA SECONDA CASA: GIUSEPPE FLORIS, MEDICO CAGLIARITANO, HA MESSO SU FAMIGLIA E SI E' REALIZZATO PROFESSIONALMENTE

Giuseppe Floris

di Giovanni Runchina *

Definisce il suo lavoro quello di «un interprete che lavora dietro le scene». Giuseppe Floris, cagliaritano trentacinquenne, sposato e padre di una bambina di tre anni, è anatomo patologo all’ospedale universitario di Lovanio. Laureato in Medicina all’università di Cagliari, è arrivato in Belgio nel 2004 per sei mesi, spinto dalla voglia di misurarsi con un’altra realtà. Dal 2006, quella che doveva essere una tappa di passaggio si è trasformata nella sua nuova casa. «Ho sempre pensato che stare all’estero avrebbe arricchito le mie competenze e il mio bagaglio culturale così, durante la specializzazione e grazie all’aiuto del professor Faa, ho svolto uno stage in Belgio. Poi ho deciso di proseguire, in parte per il mio interesse nella ricerca, in parte per la mia situazione personale. Da specializzando, ho frequentato l’istituto di Anatomia Patologica, successivamente sono stato coinvolto in un progetto di ricerca e ho lavorato nel dipartimento di Genetica Umana. Da lì mi si è poi aperta la strada per iniziare il dottorato nel dipartimento di Oncologia Sperimentale. Alla fine sono tornato all’attività assistenziale. Da poco più di due anni lavoro come anatomo patologo all’ospedale universitario di Lovanio». Metà superconsulente, metà investigatore in camice bianco, Giuseppe Floris scandaglia i misteri del corpo umano col microscopio. L’osservazione meticolosa e l’attenzione per il particolare non sono caratteristiche che usa solamente in laboratorio, come testimoniato dalla sintesi sorprendentemente efficace che fa della sua attività. «Ciò che faccio è entusiasmante e coinvolgente, nonostante la mancanza di contatto col paziente. Il patologo è fondamentalmente un interprete che lavora dietro le scene. Attraverso il microscopio, fornisco la chiave di lettura di un determinato problema, consentendo di impostare al meglio la terapia più adatta. In particolare, mi occupo di patologia mammaria e di screening cervico-vaginale. Oltre all’attività clinica, svolgo ricerca e didattica». Ricerca e sanità, due tasti che in Italia sono spesso battuti nel momento in cui c’è da discutere di razionalizzazione, invenzione lessicale in tempi di “politicamente corretto” per oscurare il termine “tagli”. Sul versante dell’innovazione, nel nostro Paese e in Belgio, il medico cagliaritano offre un confronto chiaro: «In Sardegna e in Italia esistono eccellenze importanti e la nostra università è stata capace, sinora, di preparare persone pronte a raccogliere le sfide del mondo del lavoro. Lo dimostra il fatto che i nostri connazionali all’estero sono stimati per ciò che fanno, anche in ambienti competitivi. La ricerca è un ingrediente fondamentale per garantire questo equilibrio; tuttavia la politica italiana non sembra accorgersi di tale aspetto e, sovente, i fondi sono insufficienti. Senza un adeguato sostegno finanziario, non si avrà innovazione e, con essa, la possibilità sia di reclutare professionisti provenienti da altre nazioni, sia di trattenere o di far tornare i nostri concittadini. In Belgio il settore gode di grande attenzione e vi è uno stimolo continuo da parte dello Stato, dell’industria e dei privati. Gli scambi internazionali sono incentivati e si cerca di attrarre stranieri nel circuito locale. L’università a impronta internazionale offre maggiori opportunità ai propri studenti». Sul tema della sanità pubblica nei due Paesi la panoramica offerta è altrettanto esaustiva. «In Belgio è di ottimo livello, così come in Italia. La nostra, però, avrebbe bisogno di una sostanziale ristrutturazione a tutti i livelli, capace di tagliare gli sprechi reali e di valorizzare le eccellenze. Occorrerebbe poi una maggiore capillarizzazione della medicina di base sul territorio. Esistono modelli virtuosi che dovrebbero essere tutelati e possibilmente allargati». Per Giuseppe Floris, il Belgio non è solo un osservatorio privilegiato per valutare con maggiore oggettività l’Italia, ma una seconda casa: «Qui ho conosciuto mia moglie ed è nata mia figlia; sotto l’aspetto professionale mi è stata offerta la possibilità di operare in un’istituzione tra le migliori d’Europa, riconosciuta in campo internazionale».  La prima, ovviamente, resta la Sardegna: «Torno tre o quattro volte l’anno e, ogni volta, la permanenza è troppo breve. Non avere nostalgia per la propria terra è quasi impossibile ma io non ho rimpianti e sono sostenuto dai miei genitori nella scelta che ho fatto; questa consapevolezza mi aiuta nella vita di tutti i giorni. La sfida per il futuro –aggiunge- è di far innamorare mia figlia della nostra bellissima isola». Terra suggestiva ma zavorrata da una crisi profonda: «La Sardegna è paralizzata da troppo tempo eppure è ricca di potenzialità enormi: storiche e naturalistiche. Il turismo, non quello chiassoso che si ferma alle apparenze, potrebbe essere un primo punto per far ripartire l’economia. Servirebbe inoltre investire di più sull’università e sulla ricerca». Insomma un combinato di passato e di futuro, con un’attenzione al presente, affidata soprattutto ai giovani che devono investire su loro stessi. «Suggerisco agli studenti di apprendere le lingue straniere e di maturare almeno un’esperienza lavorativa al di fuori dei confini nazionali per poi, possibilmente, tornare. Curiosità, tenacia, impegno e sacrificio-conclude il medico cagliaritano- sono ingredienti indispensabili per realizzare le proprie aspirazioni».

* Sardinia Post

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