LEZIONI DI STORIA CON GIOVANNI MURGIA NELLA GRANDE FESTA DEL CIRCOLO SARDO DI MAASTRICHT IN OLANDA

immagine di Maastricht

“Sa die de sa Sardigna” festeggiata a Maastricht, sede di uno dei più attivi Circoli dei sardi presenti in Europa. Il direttivo, al quale sono iscritti numerosi emigrati di prima e seconda generazione provenienti anche dai paesi confinanti del Belgio e della Germania, (presieduto da Gerardo Fadda e composto dal tesoriere Antonio Caddeo, dal segretario Pietro Matzeu, dai consiglieri Mario Marras, Domenico Pinna, Sebastiano Casula, Raimondo Orrù, e dai revisori dei conti Salvatore Soro e Hanie Busi) si è distinto per la promozione di numerose iniziative con l’obiettivo di tenere stretti i rapporti con la Sardegna. Come appunto la celebrazione di “Sa die de sa Sardigna” con una due giorni dedicata alla rilettura storiografica di quegli avvenimenti che tra il 1793 ed il 1796 caratterizzarono in maniera per certi versi esaltante la partecipazione popolare prima al respingimento dell’attacco francese, poi alla cacciata dei piemontesi e infine ai moti rivoluzionari guidati da Giovanni Maria Angioy. A parlare di questi avvenimenti è stato chiamato Giovanni Murgia, docente di Storia moderna all’Università di Cagliari. Alla presenza di una nutrita rappresentanza di emigrati sardi provenienti anche da altre sedi e di cittadini olandesi, il professore ha non solo affrontato i nodi storiografici legati a quegli avvenimenti, ma si è soffermato anche a spiegare i modi nei quali, sul piano politico complessivo, nel novembre del 1847 si arrivò alla proclamazione della fine del “Regnum Sardiniae”, passando ad analizzare, nel mezzo, i moti sociali delle campagne sarde nel cosiddetto “triennio rivoluzionario sardo” (1793-96), e le cause del loro fallimento. «Avvenimenti questi», ha detto Murgia, «indubbiamente esaltanti che per i sardi avrebbero potuto segnare una svolta decisiva sul piano politico-istituzionle, con il superamento di un modello di organizzazione della società ancora fortemente ancorato ad un sistema feudale anacronistico e cristallizzante sul piano delle dinamiche economiche e sociali». Il fallimento dei moti, «ascrivibile alla debolezza intrinseca degli stessi protagonisti e al fatto che non si era ancora formata una coscienza popolare diffusa per il superamento di tale modello politico-istituzionale ed economico», dovuto soprattutto alla «codardia dei ceti dirigenti, preoccupati di conservare i privilegi di classe fino ad allora goduti, significò per la Sardegna l’emarginazione ideale e culturale dal resto dell’Europa». A vincere «non furono soltanto i baroni feudali, ma in nome loro anche strati consistenti di borghesia cittadina: temevano che l’abolizione del feudalesimo e la proclamazione della repubblica potessero contemporaneamente distruggere le basi materiali della loro ricchezza e del loro prestigio. Per questo la sconfitta del movimento angioiano può, nella storia della Sardegna, considerarsi quasi uno spartiacque». L’incontro ha avuto anche momenti di struggenti emozioni, soprattutto quando i presenti hanno narrato le loro esperienze di vita di emigranti. La celebrazione si è conclusa con una manifestazione gastronomica a base di prodotti genuini e tipici della tradizione sarda, allietata dalle musiche del gruppo “Sonos e Cantos”, con Alessandro Melis all’organetto e Giuseppe Tatti alle launeddas.

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