LA MOSTRA "PROCURARE E MODERARE" A MILANO DELL'OSCHIRESE VENCESLAO MASCIA, ORAFO E SCULTORE, ALLIEVO DI ARNALDO POMODORO

Arnaldo Pomodoro con Venceslao Mascia

di Sergio Portas

Uno che di cognome fa Mascia e nasce a Oschiri, due passi da Berchidda e il lago Coghinas, ma di nome è Venceslao non può, a mio avviso, che intraprendere la non agevole strada dell’arte. Come altrimenti sopravvivere in paese? Ve lo potete immaginare un pastore  sardo di nome Venceslao? A Oschiri sono stato a cantare col e nel coro di Pino Martini Obinu (per chi ancora non ne avesse memorizzato il nome: “Sa Oghe de su Coro”) e quindi parlando insieme a Venceslao, qui a Milano, un passo dal Naviglio, per la sua mostra “Procurade e moderare”, non posso non ricordare l’ospitalità con cui eravamo stati accolti, l’estrema eleganza con cui vestivano i coristi di Oschiri, la loro professionalità, la bravura che li aveva portati a cantare per mezzo mondo. Questo oschirese è stato allievo di Arnaldo Pomodoro che gli fa visita oggi e mi permette di rubargli qualche foto reiterata, visto che in genere ne sbaglio una su due e quindi mi tocca di esagerare sui soggetti. Di Pomodoro tocca solo accennare:  Wikipedia che oramai conta più della mitica Enciclopedia Britannica, inizia su di lui definendolo uno dei più grandi scultori contemporanei italiani, famoso sopratutto per le sue “sfere di bronzo” che si scompongono, si “rompono” e si aprono davanti allo spettatore, che è portato alla ricerca e alla scoperta del meccanismo interno, in contrasto tra la levigatezza perfetta della forma e la complessità nascosta nell’interno. Dal ’54 lavora a Milano, vicino la Darsena, e in via Vigevano una benemerita Fondazione ne cura l’esposizione di opere. Venceslao è orafo e scultore, qui sono esposti anche gioielli, in ordine sparso in una teca che ricorda il tesoro di San Gennaro, in piccolo. Ciondoli argentati e collane rosse e rosa di corallo, orecchini in filigrana d’oro e piccole maschere nere che, visto l’amore che  porta a questa pietra vetrosa, si intuiscono essere d’ossidiana. L’oro dei protosardi esportato per centinaia d’anni nel mondo conosciuto dell’età della pietra, prima che le frecce fuse col rame e lo stagno, rendessero le schegge nere  e verdi provenienti dal monte Arci, obsolete come la spada davanti alla polvere da sparo. E fu allora un’età che dal bronzo prese il nome, in attesa che i fuochi di legna riuscissero a raggiungere le temperature elevate che occorrono a fondere i minerali di ferro. L’ossidiana sarda, coi mezzi di oggi si può risalire fin anche al sito più particolare da cui proviene, è stata trovata nei Carpazi, in Scozia e in tutto il Medio Oriente. Chicchi d’ambra del Baltico e di Russia, in cambio, si ritrovano nelle tombe dei sardi “importanti” dell’età della pietra, quando si tiravano su dolmen e pietre fitte un po’ in tutta l’Europa. E i sardi già intravvedevano i nuraghi che sarebbero sorti più tardi. Le sculture in ossidiana di Venceslao Mascia, grossi blocchi variamente lavorati e levigati, si chiamano: “Donna con ventre a fianco”, in ossidiana  nera e rame, e anche “Donna che guarda la luna” e “Donna che guarda l’orizzonte”, in ossidiana e argento. Non c’è verso di fare dire all’artista quanto possa costare una di queste in esposizione, e sicuramente conterà anche il materiale con cui è composta, la donna con la collana ne esibisce una di corallo, altre sono in travertino e bronzo, travertino e argento, la “Macchina generatrice” in travertino e rame. Ma alla parete anche due “facce colate in bronzo” estremamente espressive, dal cui occhio forato, a mò di lente d’ingrandimento, ci si può affacciare in una ulteriore opera d’arte “mignon”. E a leggere “La Nuova Sardegna” del ’99 questa è un’altra caratteristica del nostro orafo-scultore perchè l’articolo dice  che il posadino Angelo Carboni,  realizzando un coltellino che chiuso misurava poco più di un centimetro si era illuso di stabilire un primato, ecco che il nostro Venceslao ne mette insieme uno che aperto misura solo sette millimetri, in acciaio e manico in rigoroso corno di montone sardo. Le opere qui esposte sono di ben altra caratura, una che unisce il marmo al “viso scolpito di rame”, due chicchi di corallo per seni, ha un chiodo sempre in rame posto per traverso alla pietra candida. “E’ un chiodo di Pomodoro”, mi dice Katia (con la Kappa), che ha cinque anni benissimo portati, calzoni e stivali alla cavallerizza, figliola di Venceslao e Maria Giovanna, che nasce in quel di Buddusò. Capelli lunghi colore miele amaro e occhiali azzurri su un viso di bambola, già sa d’arte e d’artisti prima di iniziare le scuole elementari. Per ora va alle scuole materne, a precisa domanda risponde non Olbia, dove abita coi suoi, ma “Mutta Maria”, il rione dove è situato il complesso scolastico, “da dove  si vede il mare”. Possibile che non lo conosca anche tu? In sardo sa dire solo i numeri e quando la nonna le parla in dialetto, lei non la capisce.

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