UN PRESIDE SARDO DA BERCHIDDA A RHO (MI): IL NIPOTE DI BABBAI CASU CHIAMATO A DIRIGERE LE SCUOLE MILANESI

 

Giuseppe Soddu

 
di Sergio Portas

Mi telefonano da scuola: c’è un nuovo preside sardo che dice di conoscermi. Scuola per me è dire “il chimico”,  Cannizzaro di Rho. C’ero cascato dentro all’inizio degli anni ’60, dopo le scuole medie, semplicemente perché non volevo diventare ragioniere, col terrore di finire per lavorare in qualche banca! Santa ingenuità, cosa fosse la chimica davvero non avevo la minima idea. I periti chimici però, se non diventavano poi papi Franceschi, trovavano da lavorare appena diplomati. La scuola era d’elite, si facevano le fila coi numeri  per potersi iscrivere. Le saltammo perché un tecnico di laboratorio che lavorava lì era finito “ a fare il militare”nella caserma dove babbo era maresciallo maggiore carrista. Pietro Rostagno fece l’iscrizione per me e, nove  anni dopo , mi insegnò tutto del laboratorio di analisi tecniche, dove ebbi la buona sorte di insegnare per 34 anni. Uno e mezzo di militare e poi la pensione. E’ così che uno passa la vita: dal ’60 al 2003: casa mia è lì.  Non credete a chi vi dice che il più bel mestiere del mondo è fare il giornalista. Essere insegnante tecnico pratico è molto più appagante. Gli studenti non hanno soggezione di te, non c’è cattedra di mezzo, ti vedono come quello che insegna loro a utilizzare un gascromatografo, uno spettrofotometro. Quello che ti spiega come calcolare la percentuale di chinino nell’acqua brillante usando uno spettrofluorimetro. Che tipo  reazione colorimetrica per il ferro nel cioccolato, ne bastano pochi grammi e il resto ce lo mangiavamo alla grande. E poi analisi degli acciai, della birra. Caffeina nella Coca Cola. Li fai lavorare in gruppo, ti debbono portare una relazione coi risultati ottenuti. Che non è difficile da valutare. Nel mentre  si può trovare il tempo  per studiare e laurearsi magari in Scienze politiche.

Questo Giuseppe Soddu che viene a fare il preside nella “mia “ scuola l’ho incrociato sette anni fa al circolo culturale sardo di Milano. Presentava un libro su Babbai Casu, il famoso prete di Berchidda. Sua madre è figlia della sorella di Pietro Casu. Lo vado a trovare nella scuola elementare di Milano che gli tocca di gestire insieme ad altre due, al “Chimico” è reggente e ci va ogni giovedì che dio ci manda sulla terra. Come dire che non è “preside preside” e che la scuola, nel suo andamento didattico, non può non risentirne. Ma, come è notorio, i soldi per l’istruzione degli italiani sono rimasti tutti nelle pieghe dei bilanci che i governi dei riformatori berlusconiani ci hanno ammannito negli ultimi quindici anni. Un disastro culturale a cui forse si potrà fare fronte nei prossimi quindici.

Se i barbari non verranno resuscitati da qualche lavacro elettorale. Tocca avocarsi a san Beppe Grillo martire. Nel computer che troneggia la scrivania di Giuseppe Soddu scorre una scritta che gira a mò di réclame da caffè chantant : “Ad impossibilia nemo tenetur”.  Sono sollevato nel vedere che neanche  un preside è tenuto a fare cose impossibili, anche se rimane un mistero come si possa solo pensare che debba gestire il personale docente, e non,  di quattro diversi plessi scolastici. Per tacere del rapporto con gli alunni. Con provveditori e genitori. E le ditte che ti vendono attrezzature e prodotti. Dice Giuseppe che, per quanto riguarda i docenti, li divide oramai in due categorie: quelli che ti aiutano a superare i problemi e quelli che i problemi te li creano. Quando la seconda categoria prevale, sono guai per la scuola. Docente di Italiano e Storia per 16 anni a Olbia in un istituto tecnico commerciale e turistico. Dal 2001 preside in diverse scuole del nord Sardegna: Luras, Ozieri, Palau, Tonara, Thiesi e ancora Ozieri. A Milano dal 2010. Di Olbia mi dice essere città multietnica che a tutto pensa tranne che alle proprie radici.  Giuseppe segue un filo logico di vita che ha a fondamento l’aspetto linguistico, per farvi capire cosa intendo lui è venuto a Milano perchè si è messo in testa di pensare e sognare prima in italiano che in sardo, come ha sempre fatto da che è nato, anche lui in quel di Berchidda. E vorrebbe anche che qualche anima bella lo istruisse nel dialetto milanese, lo presenterò a Franco Loi, il più importante poeta in lingua meneghina nato a Genova da padre cagliaritano. A Olbia comunque mette su un “Dipartimento di lingua e letteratura della Sardegna”, con una biblioteca sontuosa. Dove convengono tanti intellettuali sardi tipo Giovanni Lilliu. Con la legge regionale 26 si fa finanziare “La lingua del mare”, un glossario della Gallura costiera costruito dalla ricerca sul campo degli studenti: nomi di pesci, di animali, di flora, trilingue: italiano, olbiese ( variante del logudorese) e gallurese. Lui insieme ai suoi colleghi di scienze e geografia. Mette su dei corsi di aggiornamento sulla lingua e grammatica logudorese. A Ozieri un concorso di letteratura rivolto a tutti gli studenti sardi titolato “Camineras on line” (ancora si può cliccare sul web), che giudicava opere in tutte le varietà della lingua sarda, poesie, prose, traduzioni e tradizioni. Giuria prestigiosa presieduta da Nicola Tanda. Con una giornata di premiazioni che vedeva l’arrivo di pullman di studenti da ogni capo della Sardegna. A documentare come i ragazzi delle scuole sarde conoscono e utilizzano la lingua d’origine. Anche se, dice Giuseppe, si può essere sardi anche non parlando sardo come prima lingua. Andato via lui, finito tutto. Mi regala un libro a cui ha lavorato intensamente, le “Cantones de Nadale” di Pietro Casu, con le melodie di Agostino Sanna. Un lavoro filologico di estremo rigore, con traduzione e note a piè di pagina che si spingono fin agli errori di battitura. Una ricca bibliografia, vecchie foto che dicono di Berchidda com’era a inizio novecento quando Babbai Casu vi era parroco. In appendice Angelo Rosso , direttore del coro dell’università cattolica di Milano, tratta delle forme musicali che  sottintendono alle canzoni. E’ il lavoro che andrebbe fatto per tutte le sue poesie, mi dice Giuseppe, ne sono state raccolte centinaia ma sono migliaia. Sparse fra parenti ed eredi. Delle prediche in sardo che ha fatto in tutta la Sardegna per ben 50 anni, con un prezzario altrettanto preciso, ne sono state pubblicate solo nove (Nicola Tanda, “Preigas”) ma sono un centinaio. Sono capolavori per aspetto letterario e religioso. Dell’epistolario ci sono gran parte delle lettere che lui spediva ai vari Lattes, Mondadori, Deledda, Gobetti, Taramelli, Montanaru, e decine di altri. Non abbiamo le risposte.  Per non dire di quelle cosiddette ecclesiastiche, che i suoi rapporti con la Chiesa in c maiuscolo non furono mai teneri. Del resto lui scriveva anche romanzi in italiano, magari un po’ scolastico, letterario,  che anche a lui veniva di pensare in sardo. In cui l’amore era grande protagonista. Spesso amore di donna (“Notte sarda” il più famoso). Amore che lui aveva incontrato quando già era in seminario e se ne voleva fuggire, troppo scandalo da sopportare per una famiglia in quei tempi! Fu sacerdote e grande. Traduttore della Commedia Divina e di Foscolo e Leopardi per i sardi (quasi tutti) che nulla sapevano di italiano. Autore di un vocabolario logudorese italiano, atto sempre a quello scopo. Andrebbe rivisto, integrato, rifatto questa volta per italiani sardi che stanno perdendo la lingua che fu dei loro padri. Un lavoro enorme, solo per catalogare quanto c’è di scritto autografo di Babbai Casu Giuseppe Soddu ha lavorato quattro anni, per una tesi di laurea con Nicola Tanda a relatore. Qualcuno dovrebbe rimettere mano in quegli scritti se non altro perché venga prodotta un’antologia critica. Del vocabolario che vi dicevo lui ha già messo giù mille lemmi, mille parole, quelle di uso più comune. E continuamente lo aggiorna. Pensate che ora, mi dice scandalizzato, non c’è né maureddino come aggettivo, né trizile: smilzo o smunto! Dei suoi dieci romanzi, scritti con una lingua appresa dai libri, si può dire che è grande solo quando fa parlare la gente umile. Lui che traduceva anche dall’inglese e dal tedesco e dallo spagnolo. E , naturalmente, insegnava italiano e latino e greco. Parlava e predicava in tutti i dialetti della Sardegna. Delle sue prediche diceva a Dio: tu mi hai messo nelle labbra tutto quello che prima avevi messo nel cuore. Un uomo ricco, persino di quattrini. Innamorato della sua terra, che doveva elevarsi da un destino di male ad uno di bene. Mediatori l’Amore, la Donna, la Chiesa. Giuseppe Soddu ne ripercorre le orme, guidato dall’amore della lingua, l’ombrello che ci tiene tutti sotto e ci fa riconoscere buoni l’uno con l’altro. Non gli daresti cinquant’anni e ne ha quasi dieci di più. Si mantiene giovane facendo il Preside nelle scuole d’Italia e andando a correre al parco Lambro. Fa la mezza maratona in un’ora e 28, corre la Stramilano competitiva. Questi di Berchidda, viene da dirlo, hanno davvero una marcia in più.

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