UOMINI CHE DIBATTONO DI DONNE: UNA FESTA ALTERNATIVA ALL'ASSOCIAZIONE DI NOALE "UN PONTE FRA SARDEGNA E VENETO" CON ALDO ALEDDA

da sinistra: Marco Pata, Carlo Borghesan, Elisa Sodde, Aldo Aledda

di Elisa Sodde

La festa della donna, l’8 marzo, è trascorsa in genere dagli uomini tra scetticismo, solitudine e indifferenza oppure assaporando un po’ di libertà con altri uomini od occupandosi dei figli lasciati in casa dalle mamme impegnate nella pizzata celebrativa. Difficilmente gli uomini si trovano coinvolti in una situazione come quella organizzata a Noale dall’associazione “Un ponte fra Sardegna e Veneto” per la festa della donna. Qui, infatti (in una location diversa dalla solita e convenzionale sala convegni), una platea con leggera prevalenza maschile, qualche donna scompagnata e altre tutte rigorosamente insieme ai rispettivi partner, si è ritrovata per discutere questioni come il femminismo, le lotte per la parità e l’emancipazione e quant’altro faccia parte del ricco patrimonio di conquiste femminili degli ultimi secoli.

Protagonista indiscusso di questa particolare serata è stato fortemente voluto lo scrittore sardo e illustre storico dello sport, Aldo Aledda che, basandosi su una delle sue ultime fatiche letterarie, Donne d’assalto, ha illustrato ai presenti il percorso compiuto dall’altra metà del cielo nelle arti maschili della scherma, soprattutto in duelli e corride, ma anche nei moti rivoluzionati del Sette/Ottocento principalmente fra Italia, Francia e Spagna. Presente anche l’Associazione padovana “Le Lame del Conte” rappresentata dal Presidente, l’avvocato Marco Pata e lo storico del gruppo, Luca Vettore, appassionatissimi di scherma antica, invitati a partecipare dalla Presidentessa Elisa Sodde, e attirati dal singolare lavoro di Aledda, peraltro assolutamente unico al mondo nel suo genere. Il dibattito venutosi così a creare ha appassionato il pubblico maschile non meno di quello femminile e sicuramente ha segnato l’inizio di una futura e proficua collaborazione tra le due associazioni (“Un ponte fra Sardegna e Veneto” e “Le Lame del Conte”) ed Aledda.

 

“È come se la donna, al fine di affermare più energicamente nei confronti dell’uomo la sua volontà di emancipazione, lo sfidasse nel campo da lui preferito, quello delle armi (la spada e la pistola), riuscendo a ribaltare la sua tradizionale inferiorità fisica” , spiega  Aledda.

 

“Vorrebbe dire che le donne riuscivano a sopraffare gli uomini nei duelli?”, gli chiedo.

“C’è una quantità notevole di esempi storici in cui provetti spadaccini soccombono davanti  a più abili schermitrici già dalla fine del Seicento, casistica che aumenta quando si diffonde l’uso della pistola che ancora più della spada annulla le differenze sessuali nello scontro”.

“E come si giunge alle lotte per l’emancipazione?”

 “Le donne che non hanno voce in capitolo nella vita pubblica, grazie al fatto che sanno usare le armi, riescono a partecipare direttamente agli scontri bellici o rivoluzionari fin dall’alto medioevo. A ridosso dei grandi moti rivoluzionari dell’era moderna innescano le rivolte per il pane e contro gli esattori. Nella rivoluzione francese, per esempio, guidano la marcia a Versailles per ricondurre il re a Parigi, mentre in precedenza in Inghilterra si erano distinte per aver presentato in massa petizioni al Parlamento rivolte a ottenere maggiori diritti. Appunto, in queste occasioni, spesso da sotto le gonne spuntavano armi e le donne più valorose, come all’epoca della Comune di Parigi del 1848, imbracciarono i fucili dietro le barricate”.

“Chi sono, dunque, queste donne così coraggiose?”

“Nel Settecento si trattò principalmente di cantanti, attrici e ballerine che, per esigenze di copione, si dovevano esercitare nella cosiddetta scherma di teatro. Per esempio, nell’opera lirica gran parte della produzione librettistica verteva sulle vicende eroiche dell’antichità e del medioevo, per cui quando passarono fuori moda i castrati, tutte le parti dei protagonisti – Giulio Cesare, Tancredi, ecc. – potevano essere sostenute solo da voci femminili. Da qui la necessità che le cantanti, davanti a un pubblico competente ed esigente nell’arte della scherma, fossero capaci nell’uso delle armi. Ma prima ancora, tutta storia registra una consistente presenza di figure femminili condottiere e abili nelle armi, nell’antichità e nel medioevo, di cui Matilde di Canossa e Giovanna d’Arco è solo la punta di un iceberg”
 
“E perché non se ne parla?” “Spiegano le storiche che si sono occupate della questione femminile che tutto ciò dipende dal fatto che la maggioranza dei colleghi di sesso maschile, quando s’imbatte in questi esempi, o si limita appena a citarli oppure sottace per un pregiudizio di genere”.
 
“Dopo le attrici e le cantanti quali altri gruppi di donne hanno coniugato l’impegno nelle armi con quello per le lotte femministe?” “Già nell’Ottocento, in cui la scherma era entrata a far parte dell’educazione fisica delle donne appartenenti alle classi superiori e alla borghesia – in coincidenza con l’abbandono dell’ideale di donna oziosa e debole – notiamo che giornaliste e, in qualche caso, anche dottoresse, oltre alle solite artiste del palcoscenico, non esitavano a trovare soddisfazione ai torti ricevuti al pari degli uomini, attraverso il duello, tra donne o anche contro gli appartenenti all’altro sesso. In breve tempo non solo aumentò il numero delle ragazze che si esercitavano nella spada e nel fioretto ma, in città come Parigi, sorsero i primi circoli  schermistici per sole donne che attiravano frotte di signore e signorine, nobili e borghesi (per inciso anche le popolane non esitavano a battersi, ma lo facevano prevalentemente con i coltelli che tiravano fuori dalle gomme)”.
 
“E il fenomeno delle torere, spesso giovanissime, che ha molto colpito gli ascoltatori e i lettori?” “Veramente stupefacente, soprattutto per una società considerata conservatrice come quella spagnola in cui il combattimento col toro era una tipica attività da macho (tuttavia, occorre ricordare che il fenomeno della corrida era diffuso anche nella Francia meridionale, in tutta l’America Latina e più marginalmente in altri Paesi). In realtà si trattava di un mondo, questo femminile, che gravitava intorno all’allevamento del toro, per cui, molto semplicemente, così come molte diventavano proprietarie altre ancora finivano per fare le torere”.
 
“Come veniva accolto questo fenomeno dalla società spagnola?” “Il pubblico non faceva differenza con i toreri maschi, entusiasmandosi quando le protagoniste erano brave, ma le istituzioni spagnole non prendevano molto bene queste esibizioni. Perciò i divieti o le limitazioni alla partecipazione femminile erano ricorrenti e davano molto filo da torcere alle donne che si cimentavano in queste attività. Si è però  osservato che i periodi in cui la società spagnola si mostrava più liberale e meno oppressiva nei confronti della donna, le limitazioni a scendere nell’arena si attenuavano; mentre si rafforzavano in concomitanza con la crescita dei tratti autoritari della società e delle istituzioni”. Quindi, si può dire che le imprese di queste donne coraggiose abbiano aperto la strada al più ampio dibattito sui diritti, andando così ad incarnare quasi un emblema per tutte le altre donne.
 
“ E le donne sarde? … Sono sicura che non erano da meno alle francesi e alle spagnole!” “Pur essendo la mia ricerca basata su documenti, trattati di scherma e di duelli dal Quattrocento all’Ottocento, non ho potuto fare a meno di dare uno sguardo anche dalle mie parti, scoprendo che qualche “banditessa”, abile non meno degli uomini nell’uso delle armi da fuoco, in realtà era coinvolta nei moti politici e rivoluzionari del suo tempo”. 

 

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