TORNARE IN SARDEGNA PER ANDARE A VOTARE: UN PRIVILEGIO PER POCHI?


di Valentina Usala

La conta dei componenti dell’ “Altra Sardegna” si aggira attorno alle 500.000 unità, sparse ovunque nel mondo, che hanno trovato un escamotage per restare compatte seppur lontane dall’Isola: le associazioni e i circoli, che oggi cercano di sopravvivere alla crisi economica. Le ondate migratorie più significative sono state due: la prima, tra fine Ottocento e metà Novecento; la seconda nel periodo compreso tra il 1953 e i primi anni Settanta. Si emigrava, e si emigra ancora oggi, principalmente per un solo, triste motivo: la mancanza di lavoro. In questo periodo di elezioni, un rimando alla tematica è inevitabile, e così pure un confronto. Rispetto ai periodi citati, è riscontrabile oggi una palese differenza nel modo di approcciarsi all’emigrazione. Un tempo, si andava via col pensiero che, comunque, a casa si sarebbe tornati, senza essere sfiorati dal pensiero di un cambio di residenza. Oggi, chi lascia l’Isola è già rassegnato all’idea che la parola “residente ” faccia rima con “sconto sulle traversate”. E  pazienza se le ali meccaniche le hanno tranciate, come si fa alle galline per impedir loro di volare. Tempi addietro, con uno stipendio di 190.000 lire al mese, permettersi il lusso di rientrare per esercitare il proprio diritto-dovere, era in ogni  caso impensabile. Residenza stava per voto, come emigrato stava per lavoratore. È cambiato qualcosa da quei tempi?  Lavoro, povertà e lontananza da casa sono ancora il nocciolo della questione, che resta immutata da tempo. Il sardo è il migratore per eccellenza, e non c’è niente di male nel definirlo così. Meglio un sardo che lavora nella terra in cui è nato e cresciuto, o un voto in più per convenienza? Tu che richiami alle urne, quando al di là delle onde chiamavano te, non hai sentito, vero? Tra voto, emigrazione e residenza, tutto resta un po’ come “ai tempi  del colera”.

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