"I SARDI IMPARINO A PARLARE CON UNA VOCE SOLA"! INTERVISTA A SERAFINA MASCIA, PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI SARDE IN ITALIA

Serafina Mascia, originaria di Carbonia, vive a Padova

di Giovanni Runchina *

Della Sardegna apprezza e ricorda con nostalgia «la qualità della vita invidiabile, gli spazi e i silenzi, il clima dolce e le relazioni sociali»; con altrettanta nettezza ne riconosce i limiti e i problemi, su tutti: l’assenza di lavoro. Una storia di quotidiana emergenza che si può superare, prima di tutto con un cambiamento culturale: «Noi sardi dobbiamo parlare con una voce sola e imparare a cooperare dentro e fuori dall’isola». Sessant’anni, di Carbonia, laurea in Scienze Politiche a Cagliari, Serafina Mascia è da un anno presidente della Fasi, la Federazione delle associazioni sarde in Italia. In Veneto dal 1975, vive e lavora a Padova. Sposata e madre di tre figli, nella vita di tutti i giorni si occupa di gestione e formazione del personale. Svestiti i panni della manager, invece, si dedica all’organismo che raggruppa 71 circoli, sparsi in quasi tutte le regioni con 18 mila iscritti. Un termometro dell’emigrazione anche al di fuori dei confini nazionali: in Europa ma non solo, dato che la rete è presente pure in luoghi lontani come l’Australia e l’Argentina. Una passione, la sua, nata nel tempo: Serafina Mascia lavora nei circoli dal 1991, sei anni dopo ha contribuito a fondare il “Movimento donne sarde in Europa” e per un decennio, dal 2000 al 2009, è stata al vertice del circolo sardo di Padova. Per il futuro sollecita un cambio deciso di rotta entrando a gamba tesa su uno tra i vizi più evidenti e duri a morire: l’attitudine spiccatamente sarda all’individualismo. Male che impoverisce il tessuto economico e sociale della nostra terra, matrigna coi talenti migliori, condannati all’emarginazione per l’assenza di cultura del lavoro e d’impresa. «Oggi – spiega – incontro giovani emigrati che hanno grandi competenze; purtroppo devono lasciare la Sardegna perché non trovano spazio».

Presidente, partiamo proprio da questo dato, l’emigrazione odierna; in che cosa differisce rispetto a quella di quaranta o di cinquanta anni fa?

La diversità più evidente riguarda il profilo culturale e lavorativo. Nel passato, chi emigrava era spesso privo di un titolo di studio e ricopriva mansioni umili; oggi i sardi che girano per l’Italia e per il mondo possiedono un diploma o una laurea che mettono a frutto solo fuori dalla nostra regione. I motivi sono tanti ma riconducibili, essenzialmente, all’applicazione molto parziale della nostra specialità. Lo Statuto è rimasto in larga parte lettera morta e ha portato alla creazione di un modello economico debole che va in cortocircuito ciclicamente. Io provengo dal Sulcis e già nei primi anni Settanta la parola crisi era tristemente familiare. Sin dall’asilo ho sentito dire che il carbone non era produttivo. La mia generazione, comunque, ha trovato sbocchi professionali nell’industria e nella pubblica amministrazione. La dieta dimagrante cui siamo sottoposti da anni, in Italia e nell’isola, ha impedito alle nuove leve di accedere a questi settori, costringendole a cercare fortuna altrove.

Dove vanno gli emigrati di oggi e quali esigenze manifestano?

Lo scenario attuale è ovviamente globale con una tendenza a spostamenti nei paesi europei, soprattutto l’Inghilterra e la Germania, ed extraeuropei. I nostri ragazzi e le nostre ragazze viaggiano sempre più sovente col computer e con una laurea in tasca: ingegneri, biologi, ricercatori universitari ma non solo. Nel comparto alberghiero, ad esempio, abbiamo figure di grande spessore che potrebbero aiutare l’industria dell’accoglienza regionale a organizzarsi meglio e a dotarsi di un profilo più internazionale e qualificato. Eppure, nonostante possibilità teoricamente abbondanti, operano nella Penisola o all’estero dove sono maggiormente valorizzati e considerati. Ciò che accomuna tutti quanti è la voglia di impegnare le energie per migliorare le condizioni della nostra terra, spesso dopo aver maturato all’estero competenze di primissimo livello. Sovente, però, manca un contesto culturale ed economico adeguato.

Vista dall’esterno che Sardegna emerge dai racconti delle persone e dalle notizie che si ascoltano?

Ci sono tanti problemi ma altrettante risorse. Le criticità sono molte, a partire dalla questione dei trasporti. Il costo, soprattutto per chi vuole arrivare nell’isola, è molto alto. Nell’estate appena trascorsa ho avuto modo di ascoltare le lamentele di tanti pensionati o lavoratori emigrati che non sono tornati proprio a causa dei rincari. Sotto questo profilo è fondamentale avere prezzi costanti e ragionevoli. Occorrono certezze e, soprattutto, bisogna applicare le leggi esistenti a livello europeo. Nel 2007 la commissione Europea ci ha detto chiaramente che l’insularità permetteva di programmare un sistema di trasporto competitivo nei prezzi, alla luce proprio di questa condizione geografica. Non mancano i guai anche per le aziende; il credito è un grosso problema e il tessuto imprenditoriale è frammentato. Non si sta insieme e la diffidenza a livello locale la fa da padrona. Per quanto riguarda i settori su cui puntare, si deve partire da ciò che si ha: ambiente e agroalimentare di qualità, ad esempio. Però anche qui si deve fare sistema. Le eccellenze non conquistano i mercati da sole e vanno sostenute con politiche adeguate e organiche.

Quali suggerimenti danno gli emigrati alla politica e all’economia sarde?

Credo che si debba puntare a costruire un’asse tra i sardi residenti e quelli che vivono oltre i confini isolani. I circoli, da sempre punto di conoscenza e di incontro, possono diventare un tramite con il mercato globale. Gli emigrati sono attenti alla Sardegna di oggi e ai suoi problemi e continuano a manifestare una gran voglia di mettersi in gioco per aiutare la propria regione, non solo sotto il profilo economico. La politica e l’impresa devono scommettere su questo affinché si creino occasioni di scambio. Personalmente ritengo che l’organizzazione della Fasi e della rete dei circoli nel mondo sia un patrimonio enorme dal quale attingere, ovviamente aggiornando la struttura ai tempi attuali. Internet e le nuove tecnologie avvicinano i giovani. La rete può rafforzare il dialogo tra istituzioni locali ed emigrati. Sapere che ci sono imprenditori o professionisti di successo è uno stimolo enorme, oltreché fonte di spunti preziosi da importare e da far attecchire in Sardegna.

La crisi attuale sta creando i presupposti per cambiamenti strutturali sia nell’economia che nella società. Che cosa possono fare i sardi che stanno ancora in patria e quelli che invece sono sparsi per il mondo per migliorare le condizioni della loro regione?

Credo che la cooperazione sia l’unica strada percorribile. Percorso obbligato perché solo ragionando in termini collettivi, di Sardegna, si possono superare i problemi attuali. Ci sono battaglie comuni da non ridurre a disputa tra fazioni; il nodo dei trasporti o quello delle entrate fiscali, tanto per fare due esempi concreti, sono temi che riguardano tutti noi. Per quanto concerne gli emigrati, lo sforzo da fare è tradurre l’enorme voglia di fare in azioni incisive per il bene della Sardegna e dei sardi.

*Sardegna Post

5 risposte a “"I SARDI IMPARINO A PARLARE CON UNA VOCE SOLA"! INTERVISTA A SERAFINA MASCIA, PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI SARDE IN ITALIA”

  1. Condivido totalmente il pensiero di Serafina Mascia.
    Penso che mai come questa volta, i tempi siano maturi per iniziare a PARLARE CON UNA VOCE SOLA.
    Il cambiamento culturale è alla base di tutto: senza è difficile iniziare il confronto.
    NOI EMIGRATI SIAMO PRONTI: I RESIDENTI A CHE PUNTO SONO?

  2. Condivido quanto detto sa Serafina e mi congratulo. Ma!
    Non è soltanto questione di "voce sola".
    La situazione è sicuramente grave a livello globale, e l’Italia rientra in questo quadro ma la Sardegna soffre ancora di più.
    Però la colpa è anche di tanti sardi (che si lamentano e invece dovrebbero stare zitti), che non hanno avuto e non hanno iniziativa, ma anche poca voglia di lavorare.
    L’assistenzialismo statale, o sociale del passato e le pensioni dei nonni prima e dei genitori poi, nonchè quelle facili "pensioni di invalidità" fasulle a 25-30 anni, hanno fatto si che non sembrava loro opportuno o necessario cercarsi o crearsi un futuro col proprio lavoro, come abbiamo fatto noi che abbiamo lasciato la Sardegna molti anni fa. Noi, comunque, siamo riusciti, anche se con sacrifici, a crearci un avvenire. Questa nostra scelta, spesso, è oggetto di critica da parte dei nostri corregionali ( anche invidiosi !) che sono rimasti con la convinzione che si è importanti solo se si fanno vedere nei bar per giornate intere sfidandosi a chi beve più birra. Naturalmente con le dovute e larghe eccezioni, perchè non tutti i sardi rimasti nell’Isola si sono fossilizzati aspettando la manna da cielo.
    So di aver detto cose che molti non condivideranno ma, allora, invito questi amici ad un vero esame di coscienza.
    Virgilio Mazzei Genova.

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