SULCIS, PER 6MILA FAMIGLIE L'INCUBO POVERTA': UN TERRITORIO, CON L'ABBANDONO DELL'ALCOA, CHE SPROFONDA NELLA FAME


di Claudia Sarritzu

Coraggio e energia nella lotta per il lavoro degli operai Alcoa. Perché? Qual è il prezzo della chiusura di questo specifico stabilimento? L’Alcoa non è una delle tante multinazionali che chiudono e abbandonano la Sardegna. L’azienda, che il 3 settembre, salvo miracoli (ma qui la gente ai miracoli è abituata a non crederci), inizierà a spegnere gli impianti, darà l’ennesimo e mortale schiaffo e sancirà la fine del Sulcis facendolo sprofondare nella fame più nera. Il territorio di Iglesias-Carbonia conta 130 mila abitanti e secondo i dati ufficiali di Unioncamere un terzo degli abitanti è disoccupato o in cassa integrazione, un altro terzo in pensione, costretto con un reddito miserabile ad aiutare i propri figli e nipoti a sopravvivere in una regione che non concede più alternative. Alcoa, Ila e Eurallumina sono tre fabbriche situate a Portovesme, vicino a delle spiagge fra le più belle al mondo, ma ormai poco spendibili turisticamente per l’inquinamento industriale e le bonifiche non ancora del tutto compiute intorno alle vecchie miniere. È un luogo dove non cresce più nulla, non perché non piove, ma perché la terra battuta dove cammini è del colore del biossido di alluminio, rossa, zuppa di veleni. In alcune proprietà, purtroppo, la produzione del Carignano è solo un ricordo. Fino a prima della crisi iniziata nel 2008, lavoravano in questi tre impianti 6000 operai. La prima ondata di proteste dopo l’annuncio della chiusura è datata 2009, da allora si sono susseguiti solo rimandi e accordi di breve durata per prolungare un’agonia che in questi giorni a distanza di tre anni non ha spento la rabbia né la determinazione di questi operai. Sei mila posti di lavoro in meno significano circa 6000 famiglie, quasi sempre monoreddito, senza soldi per mangiare. E in una terra senza welfare dove la politica è vista come il nemico numero uno, migliaia di persone senza lavoro significano serrande abbassate e negozi chiusi per fallimento. La frase “non c’è lavoro” qui, non è uno stereotipo, una frase fatta, qui significa emigrazione, fuga dalla propria terra, bisogna infatti ricordare che l’età media dei lavoratori Alcoa e degli operai della filiera dell’alluminio è molto bassa, le classiche soluzioni di accompagnamento alla pensione in questo caso non possono essere prese in considerazione. L’effetto domino è una metastasi che non si può permettere il Sulcis, se si pensa che l’Eurallumina vende alla multinazionale americana il 30% della sua produzione capiamo che sono a rischio certo di cassa integrazione anche quei mille lavoratori.  Ma quanto costa allo Stato italiano, che oggi necessità di entrate fiscali certe per pagare gli interessi alti del suo debito, un impianto spento come quello di Eurallumina? A impianti funzionanti l’erario incassa 50 milioni di euro annui, e così capita per ogni azienda a regime in tutto il Paese, a impianti spenti allo Stato tocca versare gli ammortizzatori sociali. Di questo passo, con una crisi che si morde la coda, come intendono rilanciare l’economia i nostri governanti?

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