"A MALTA RIVEDO LA SARDEGNA CHE RACCONTAVA MIO NONNO". EFISIO LUIGI MARRAS E' AMBASCIATORE D'ITALIA A LA VALLETTA

Efisio Luigi Marras

di Antonio Mannu

«Sono nato a Domodossola, luogo atipico per un Efisio, nome sardo che mi fa piacere portare. Quando mi si chiede da dove vengo rispondo: da diverse parti. Perché un filone della mia famiglia è di Domodossola, un altro è emiliano, viene da Modena. Poi c’è la Sardegna». Efisio Luigi Marras, Ambasciatore d’Italia a Malta, racconta di se, del suo lavoro, dei legami con l’isola. «Il mio vincolo con la Sardegna viene da lontano. Fu mio nonno, Efisio Luigi, a lasciarla da bambino, alla fine dell’800. E’ un legame tenue e forte insieme, perché l’isola è sempre stata presente, attraverso i racconti del nonno, che mi ci portò, a visitare Cagliari, dove era nato». La storia. Efisio Luigi Marras, militare di carriera, fu Addetto militare a Berlino durante la seconda guerra mondiale. Dopo l’8 settembre 43 fu internato in Germania e consegnato ai fascisti di Salò, ma riuscì a fuggire in Svizzera. Fu quindi chiamato a ricoprire incarichi ai vertici di Esercito e Difesa. «E’ un po’ dalla sua storia che nasce la nostra vocazione familiare per l’estero e la diplomazia. Io, sin da bambino, ho girato il mondo seguendo i miei genitori: è stato per me quasi naturale scegliere questo mestiere, sulle orme di mio padre. Da un anno e mezzo sono qui a Malta come Ambasciatore». Malta e la Sardegna. Due isole geograficamente non distanti, entrambe mediterranee. «Chi vive in un’isola, specie se di piccole dimensioni, sa che non ha molte carte da giocare, e che non può sprecarle. Non so se questa considerazione vale allo stesso modo per sardi e maltesi. E’ comunque un’ottica che mi consente di “leggere” la realtà maltese più agevolmente. Uno stato d’animo, che va compreso, rispettato e che è anche un punto di forza. Ammiro i maltesi per come sono stati capaci di valorizzare i loro siti turistici e altre loro risorse e peculiarità». Pensa ci siano opportunità per una maggiore vicinanza tra le due isole? «Certamente, penso ci siano possibilità di collaborazione in molti settori. Malta è piccola, questo può indurre in errore: si può pensare non valga la pena attrezzarsi, investire per affrontare questo mercato, inteso come spazio per collaborazioni in ogni ambito, economiche, culturali, di ricerca. Le opportunità esistono e di Sardegna qui in fondo c’è bisogno, perché le due isole hanno affinità che non sono state valorizzate appieno. Se la nostra isola fosse più presente a Malta ne avrebbe sicuramente beneficio l’intero rapporto bilaterale fra i nostri due Paesi». Dove è stato prima di assumere il suo incarico a Malta? Qualche ricordo o considerazione in merito? «Sono stato a Washington, dove viene esercitato un potere che guarda al mondo intero, cercando di far fronte al meglio alle responsabilità connesse con l’esercizio di tale potere. In Israele sono stato a contatto con una realtà al tempo stesso meravigliosa e sofferente. I punti in comune fra israeliani e palestinesi sarebbero tanti, purtroppo prevale ancora una retorica che allontana i due popoli.«A Bruxelles si ha la sensazione, fondata, di lavorare per una costruzione, un progetto che accomuni i popoli europei. E’ un disegno nel quale noi italiani crediamo molto, forse più di altri, perché corrisponde a sentimenti e attitudini radicate in noi. «Un ricordo intenso, e un insegnamento, viene dall’Iran. Credo che la forza di un paese, come del resto la forza di un individuo, stia anche nella consapevolezza di sé e di ciò che ci circonda». L’Iran. «Ricordo a Teheran, a metà degli Anni Ottanta, una conversazione con un amico iraniano, un giovane dell’alta borghesia che aveva preferito restare nel paese. In un certo senso un privilegiato e in un certo senso anche un prigioniero. Mi disse: “Voi e la vostra democrazia! Non capite che a noi non interessa”. Non era un oscurantista e sono parole sulle quali ho sempre riflettuto. Quando parliamo di democrazia, rischiamo di confondere l’obiettivo con lo strumento. Lo strumento, il nostro, è il metodo democratico. Ma quando usiamo la parola “democrazia” forse intendiamo sempre il risultato cui vorremmo si pervenisse tutti, cioè il rispetto di diritti individuali fondamentali in una convivenza armonica e solidale. Democrazia. «Il metodo democratico è un presupposto importante, ma non sempre sufficiente per la tutela dei diritti della persona. Credo che il mio interlocutore iraniano intendesse proprio questo». Torniamo in Sardegna. «La prima volta ci andai bambino e, come ricordavo, fu mio nonno a portarmici, insieme a mio padre. Mio padre era molto bravo a raccontare, creare atmosfere: eravamo nella metà degli Anni Sessanta, un periodo difficile in cui erano tanti i sequestri di persona. Per cui, influenzato da mio padre che, per divertirsi o intrattenermi, mistificava un po’ le cose, mi aspettavo, girando per Cagliari, di assistere a un sequestro oppure che ci potessero sequestrare. E però il ricordo – a parte il mancato sequestro! – è quello di una bellissima Cagliari, con degli splendidi tramonti e con la bella spiaggia del Poetto. Cagliari e Bosa. «Poi, più tardi, durante la mia adolescenza, andavo a Bosa in estate, ospite di una famiglia originaria di quella splendida cittadina: Prunas. C’era poca gente, si faceva caccia subacquea, i muggini c’erano, si scendeva da casa verso la spiaggia a dorso d’asino. La lezione dell’asino. «Ricordo un aneddoto istruttivo quanto la conversazione iraniana. L’asino che mi portava verso la spiaggia a un certo punto si fermò impuntandosi. Lo spronavo e lo incitavo. Avevo insistito così tanto che l’asino mi a veva disarcionato: sono finito dentro uno stagno, del quale non mi ero reso conto perché la vegetazione lo ricopriva. Ne sono uscito sporco di fango e inzuppato, fra le risa degli amici. Ho chiesto scusa all’asino, ringraziandolo per la lezione: ancora oggi non l’ho dimenticata!».

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