SARDEGNA: CITTADINI E ISTITUZIONI DOPO L'ABOLIZIONE DELLE PROVINCE. UNA DISTANZA INCOLMABILE?


di Massimo Lavena

Lo scorso 6 e 7 maggio sono stati votati in Sardegna dieci referendum regionali, abrogativi e consultivi, proposti da comitati referendari, di differente estrazione politica e sociale, che potrebbero portare, a breve, a una trasformazione istituzionale e amministrativa. Cinque quesiti riguardavano le province: di questi 4 prevedevano l’abrogazione di tutte le leggi e deliberazioni istitutive le 4 province create con legge regionale n. 9 del 12 luglio 2001, cioè Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio; il quinto, consultivo, poneva il quesito sull’abrogazione delle 4 province storiche, Cagliari, Nuoro, Sassari e Oristano. Il sesto quesito riguardava future elezioni di un’Assemblea costitutiva ad hoc per la riscrittura dello Statuto speciale dell’autonomia sarda. Gli altri quesiti erano sull’elezione diretta del presidente della Regione, attraverso primarie normate per legge; revisione dei criteri di regolazione degli emolumenti dei consiglieri regionali; abolizione dei consigli d’amministrazione degli enti e agenzie regionali; riduzione a 50 del numero dei consiglieri regionali. Il risultato della votazione referendaria ha visto percentuali tutte oltre il 90% dei sì, con il quorum superato e, quindi, con il problema, ora, per l’Isola di dover dare seguito a queste trasformazioni che potrebbero incidere non poco sul futuro politico e sull’autonomia: la Giunta regionale, che ha appoggiato negli ultimi 6 mesi la consultazione, e il Consiglio regionale sono chiamati a dare risposte rapide al voto. Fare presto e bene. “Se facciamo un calcolo del rapporto costi-guadagni – commenta Luisanna Usai, delegata regionale del Meic – potremmo affermare che avremmo risparmiato le spese d’organizzazione dei referendum se i nostri rappresentanti in Regione avessero fatto il loro dovere, legiferando in materie che competono loro: la scelta di rinunciare all’election day con le comunali (le elezioni comunali in Sardegna saranno il 10/11 giugno, ndr) ha portato a raddoppiare i costi della consultazione. La partecipazione democratica è in sé un guadagno, specie quando si svolge nel silenzio della maggior parte dei media. Il referendum richiede il raggiungimento del quorum del 33,3%. È stato raggiunto il 35,50% e in quasi tutti i quesiti i sì hanno superato il 90%. Ora spetta alla politica decidere tempi e modi d’attuazione, alla società civile vigilare perché si faccia presto e bene”. Per la delegata del Meic, “la Regione sarda dispone di un’autonomia che usa poco e male. Adesso non si possono più rimandare decisioni importanti, come quella di ridisegnare l’assetto amministrativo dell’Isola nel segno dell’interesse per la vita economica e sociale dei sardi”. Per Usai “i cattolici non sono tutti nello stesso partito politico, ma l’orizzonte dovrebbe essere sempre quello del bene comune. Singoli politici di matrice cattolica si sono espressi mettendo sul tavolo anche proposte operative, come la scelta delle unioni di comuni obbligatorie”. Rifarsi alla Costituzione. Giuseppe Carboni, delegato regionale dell’Unione giuristi cattolici italiani, è critico “perché i referendum creano i presupposti per eliminare tutte le 8 province sarde, sia le costituzionali sia quelle del 2001. Se per queste ultime si tratta di una decisione definitiva, per quelle storiche s’impegnano le istituzioni a legiferare in materia, per giungere a una loro abolizione. Siamo in una fase di attesa per le decisioni che verranno prese dalla Giunta e dal Consiglio, ma non saranno tempi brevissimi”. Per il giurista, “la conferma dei risultati referendari pone la Regione autonoma della Sardegna nella condizione di dover legiferare a partire dal titolo V della Costituzione. La Sardegna, alla luce dei risultati, sarà la prima Regione italiana senza province”. Una domanda ci si dovrebbe porre, secondo Carboni: “Perché la società sarda ha votato questi referendum? I politici sardi si trovano ora davanti al termine per sciogliere le province previsto nelle prossime settimane, e il Consiglio regionale deve rispondere con urgenza su quale debba essere adesso il rapporto tra la politica e la comunità dei sardi. Le istituzioni rischiano di non aver più contatti con la società civile”.

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