LA GUERRA INFINITA DI UNA DONNA CONTRO POLIGONI E FILO SPINATO: MARIELLA CAO E IL MOVIMENTO "GETTIAMO LE BASI"

Mariella Cao

di Giorgio Pisano – Unione Sarda

Non ha l’anima scilipotesca. Da oltre quarant’anni va dritta per la sua strada: l’antimilitarismo. Mai un cedimento e nemmeno una tentazione. Verrebbe da dire una vita per la causa se la cosa non la facesse ridere. «Non sono una martire e tantomeno la santamariagoretti del pacifismo». In effetti Mariella Cao, leader del movimento Gettiamo le basi , ha un’altra grande, rarissima virtù: la coerenza. Un giorno ha deciso di occuparsi di una regione-lanciamissili e da quel momento non ha più smesso. Ignorando, ad esempio, due o tre tappe tradizionali dell’esistenza. «Non mi è mai interessato metter su famiglia e rimpiango di non essere sposata solo quando in casa c’è da cambiare una lampadina o spostare un mobile». Insegnante di francese nelle scuole medie, ha sempre detto (e fatto) qualcosa di sinistra. Con qualche inevitabile strascico. Ai suoi alunni ha proposto di studiare l’Internazionale «ma solo perché la versione francese ha un testo bellissimo». Vallo a spiegare ai presidi che l’accusavano di fare politica in classe, ai carabinieri che si affannavano a raccogliere informazioni sul suo conto. Oggi, da pensionata, non è affatto pentita di quel che ha fatto in cattedra. Anzi. Sessantasette anni, prima delle cinque figlie di un impiegato, ha imparato dal padre – reduce della guerra d’Etiopia – a odiare le armi. «Era tornato talmente scioccato da quell’esperienza da non riuscire nemmeno a sparare in aria durante le feste di paese». Quella testimonianza ha cresciuto un’infanzia che si è poi mossa su binario unico. «Babbo mi raccontava i miti al rovescio. Chessò, di Achille che si era vestito da donna per non partire soldato…». Naturale che una così entrasse dalla porta principale e senza incertezze nella nuova sinistra. Prima demoproletaria, poi sull’onda delle rivendicazioni femministe: da allora, mai mutato rotta. Adesso comunque rinuncia a distinzioni nette fra conservatori e progressisti: tra i suoi interlocutori, compresi quelli che l’accompagnerebbero volentieri in obitorio, c’è tutto l’arco costituzionale. E non solo. Militari compresi. Come quel portavoce dell’Unione nazionale arma dei carabinieri (Unac) che anni fa in un convegno tuonò contro la base americana di La Maddalena considerandola un atto di ostilità contro l’Italia e dunque passibile d’una risposta bellica . Peccato che La Maddalena non fosse stata conquistata dal Settimo Cavalleggeri ma regalata agli Usa dall’allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti. Nato ad Aviano nel ’97 durante una movimentata assemblea contro lo scalo militare, Gettiamo le basi è sopravvissuto soltanto in Sardegna. Nel resto del Paese è morto di indifferenza o finito in bocca ai grandi partiti. Rimbalzato più volte sulle pagine di quotidiani nazionali e internazionali, mostra la compattezza di un piccolo gruppo che resiste nel tempo e porta a casa qualche risultato. Il nome è volutamente ambiguo: Gettiamo le basi di un discorso possibile oppure Gettiamo le basi militari a mare. Mariella Cao non sceglie tra le due interpretazioni perché la questione sarda – dice – fa storia a sé.

Per quale motivo? «Il demanio militare, che è fatto di edifici di rappresentanza, caserme e poligoni, occupa in Italia quarantamila ettari. Ventiquattromila soltanto in Sardegna. Di questi, ventun mila adibiti a poligono, termine sfuggente».

Cosa, poligono? «Molto più chiara l’espressione inglese: bombing range areas . Oppure quella spagnola: campos de bombardero . A conti fatti, in Sardegna non ci sono basi militari ma poligoni, ossia luoghi dove si sperimentano nuove armi di distruzione di massa. Vado, bombardo e torno. È l’unico settore dove noi sardi possiamo vantare le stelline dell’eccellenza, tipo guida Michelin».

Esempio? «A Teulada. Secondo gli americani è uno dei tre poligoni migliori a livello planetario».

Quando ha scoperto la vocazione antimilitarista? «Allo scoppio della prima invasione in Iraq, nel 1990. Ero un cittadino come tanti, mi sentivo protetta dall’articolo 11 della Costituzione, l’Italia ripudia la guerra eccetera eccetera. Pensavo che i poligoni fossero parcheggi di fine carriera per generali un po’ rintronati».

La verità è molto diversa. «Appunto. Da quel momento ho deciso di abbandonare la militanza politica generalista e dedicarmi esclusivamente alla questione militare. La mia prima sede da insegnante è stata Villaputzu: era, evidentemente, un segno del destino a chiamarmi in area-Quirra. Ci ho vissuto quindici anni».

Gettiamo le basi potrebbe essere un ottimo trampolino per fare carriera. «Qualcuno ci ha sicuramente pensato, alcuni partiti hanno cercato di metterci sotto l’ala».

Requisito comune, l’appartenenza alla sinistra. «In linea di massima sì. Ma l’ideologia non ci ha mai condizionato, tanto è vero che lavoriamo a stretto contatto coi militari. Ai genitori dei ragazzi morti di leucemia non chiediamo che idee politiche abbiano».

Qual è la tattica: denunce in Procura o solo manifestazioni? «Agli inizi ci siamo mossi sulla via degli esposti. Che però sono finiti, uno dopo l’altro, nel porto delle nebbie. Aperta e chiusa perfino un’inchiesta per la morte di un soldato sollecitata dal Procuratore militare. Conclusione: meglio la piazza e i volantini».
Pressioni? «Molte. Istituzionali e politiche. Durante il secondo referendum sulla Maddalena, ci hanno chiesto di fare un passo indietro perché, secondo loro, in quel momento avremmo disturbato la marcia elettorale di Renato Soru».

E voi? «Gettiamo le basi non è un’anticamera dei partiti».

Corteggiamenti? «Chiamiamole col loro nome: candidature. Dalle Comunali alle Europee: sono stata subissata di offerte. Dalla Margherita a tutta la sinistra passando per gli indipendentisti».

Solidarietà? «Ufficiale e ufficiosa. Quella ufficiale mi dà fastidio. Dico sempre: anziché farci i complimenti, sporcatevi le manine insieme a noi. Quanto al resto, c’è dello straordinario: per esempio il carabiniere che, arrivato per farci sgomberare dall’ingresso di una base, mi dice sottovoce bravi, fate bene».

Marcamenti stretti della polizia politica? «Se ci sono stati non me ne sono accorta. Ricordo tra l’altro un singolare comunicato degli agenti Digos: rifiutavano l’addestramento a Quirra e Teulada per via dell’uranio impoverito».
Minacce? «Sono diventata impermeabile, non raccolgo. Né mi spaventano segnali strani: certi rumori sul cellulare oppure squilli del telefono seguiti da lunghi silenzi. Ho una spiegazione su questo».

Cioè? «Mentre voi giornalisti siete accusati d’essere al servizio di quelli che chiamano “oscuri interessi”, noi pacifisti siamo considerati “utili idioti”, folclore. Quindi niente di seriamente pericoloso. Non c’è bisogno di maneggiarci con cura».

La Sardegna è ancora una polveriera? «Sempre più. Soprattutto da quando gli americani sono scappati dalla Maddalena».

Scappati? «Certo. E credo, scusate la presunzione, che un piccolo contributo ci sia stato anche da parte nostra. Se la sono squagliata per non pagare il conto della bonifica. Eppoi sono cambiate le strategie. Il nuovo nemico non è più il comunismo ma il terrorismo».

E con questo? «Sotto osservazione ci sono le aree del Vicino Oriente e del Nord Africa ovvero i dirimpettai della Sardegna».

Vi risultano basi segrete? «Non ce n’è bisogno. I sommergibili nucleari vanno e vengono alla luce del sole. La Sesta Flotta, col suo bel corredo nucleare, si esercita a Teulada e a Quirra, poi va via, saluti e baci. Siamo un laboratorio bellico».

Chi vi contatta? «Gente qualunque, militari angosciati, contadini che hanno paura di coltivare l’orto, civili preoccupati, stampa nazionale e internazionale. Possediamo un dossier di informazioni davvero vasto».

Uranio: quanti anni avete atteso l’inchiesta su Quirra? «Fosse solo uranio. Dal 2004 abbiamo comunicazione ufficiale sull’uso del torio, che è un parente stretto e molto più pericoloso dell’uranio impoverito. A Quirra si sperimenta di tutto».

Che rapporti avete col procuratore di Lanusei, che ha in mano le indagini? «Gli stessi che abbiamo coi giornalisti: li bombardiamo di notizie. Quella aperta dal pm Fiordalisi è la prima vera inchiesta da dieci anni a questa parte. Il magistrato è entrato in azione sulla base dei dati forniti dai veterinari: bene, quei dati erano arcinoti da tempo ma non s’era mossa foglia».

E adesso? «Aspettiamo di vedere cosa accade, sperando che non si scateni una sindrome di Stoccolma e finisca tutto in gloria. Il merito di Fiordalisi è tuttavia essersi rivolto alla popolazione, aver lanciato un appello: chi sa, parli. Così, pian piano, sta emergendo tutta la verità».

Ha mai pensato a quanti stipendi dà un poligono? «Come no. Quirra occupa un’area di 130 chilometri quadrati e offre lavoro a 316 persone: due per chilometro quadrato. Se poi si considera anche il mare schiavizzato, visto che pure quello è teatro di esercitazioni, scendiamo a un posto di lavoro ogni 90 chilometri».

Coi vertici delle basi come va? «Rapporti formalmente eccellenti. Al contrario di quanto accade coi sindaci, mai ricevuto un insulto o un comportamento meno che cortese. Nei primi anni, hanno fatto il possibile per farsi accettare: i balli erano un’ottima occasione».

Per cosa? «Per favorire l’unione tra i soldati e le ragazze delle comunità locali. Matrimoni di questo tipo creano uno zoccolo duro di tolleranza che altrimenti non ci sarebbe».

Informazioni riservate? «Molte. Certe notizie di La Maddalena le abbiamo avute da un dipendente della base. Spesso si fanno vivi i malati e i familiari dei malati. Abbiamo un buon rapporto anche con l’Osservatorio militare, che è un’organizzazione di destra».

Una scoperta che l’ha spaventata? «Più che gli agnelli a due teste e orrori del genere (orrori che la gente sapeva da sempre) mi ha allarmato il racconto di un militare del poligono: sosteneva che a Quirra negli anni ’70 c’era un’area top secret dove avevano accesso pochissimi e solo protetti da tute speciali. Non abbiamo mai accertato se si tratti di verità o fantasia».

Cambia qualcosa se il governo nazionale è di destra o di sinistra? «Nessuna differenza. Qualche iniziativa importante la dobbiamo a singoli deputati e senatori, peraltro mai sardi».

Non ci andate d’accordo? «La questione è un’altra. La loro linea è non vedo non sento non parlo. Senza differenze di partito».

Beh, di sardo c’è anche un sottosegretario alla Difesa. «Ho incontrato Giuseppe Cossiga alcune volte. Porta avanti, come tutti gli altri del resto, iniziative adeguate a salvaguardare la sua carriera parlamentare. Tuttalpiù ci promettono un monitoraggio sanitario della popolazione, una commissione d’inchiesta. E qui si fermano. Le pressioni sono fortissime».

Pressioni di chi? «Non solo della lobby militare. C’è anche quella industriale che conta parecchio. E pesa».

Cosa le ha dato la sua scelta di vita? «Prima dico cosa mi ha tolto: non ci fosse Gettiamo le basi, probabilmente avrei realizzato il sogno di andare a vivere in Messico. Cosa ho ottenuto? La consapevolezza che quattro gatti possono creare problemi a un esercito di giganti».

 

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