NUMERI IN LIBERTA': QUELLO DEL LAVORO E' UN MONDO SOTTO CHOC


di Maria Letizia Pruna – Sardi News

Siamo l’unica regione d’Italia in cui sul lavoro si danno letteralmente i numeri. Da decenni, ormai, ogni volta che si discute di occupazione o di disoccupazione si scatena la gara a dare i numeri più positivi o più negativi, le cifre più alte o più basse, i dati più credibili o quelli più incredibili. Ognuno vorrebbe misurare i fenomeni del mercato del lavoro come meglio crede, secondo logiche e intuizioni del tutto personali, spesso cercando di piegare i numeri alle aspettative del momento o alle convinzioni della parte politica di riferimento. Un assessore del Lavoro, anni fa, mi disse che preferiva misurare l’occupazione “a braccia” ed è tuttora il metodo più singolare che abbia mai sentito, anche se non posso escludere che altri assessori abbiano immaginato metodi altrettanto stravaganti. Il risultato di questa inclinazione all’improvvisazione statistica è che si confondono le informazioni, nessuno capisce che cosa sta succedendo realmente e i governi regionali non dispongono mai di indicazioni attendibili per intervenire sui problemi del mercato del lavoro. Ma dietro questa resistente abitudine a sguainare i numeri come spade in una lotta che ci si attenderebbe aspra e che invece si riduce a poche schermaglie, c’è molto altro. In primo luogo, purtroppo, un ostinato disinteresse a conoscere e a capire, che spiega anche la resistenza a dotarsi di un serio sistema di monitoraggio e valutazione delle politiche, comprese quelle per il lavoro, di cui infatti si ignorano gli esiti e l’efficacia delle risorse investite. Dati generici sull’occupazione e sulla disoccupazione vengono utilizzati, per giunta maldestramente, come strumenti di offesa o di difesa da parte degli schieramenti al governo e all’opposizione, e sembra che i numeri abbiano davvero poco a che fare con la conoscenza del mercato del lavoro. Il dibattito politico sul lavoro, immancabilmente astratto e confuso, spesso si esaurisce nella diatriba attorno al numero “vero” degli occupati e dei disoccupati, che cela uno dei paradossi più sconfortanti e meno considerati: malgrado l’enfasi sui numeri, le risposte della politica non cambiano in relazione ad essi. Quali che siano i numeri del mercato del lavoro – ufficiali o ufficiosi, di fonte statistica o amministrativa – la risposta politica prescinde regolarmente sia dall’entità che dalle specifiche caratteristiche dei fenomeni misurati, a cui le politiche dovrebbero essere rivolte. Se il tasso di disoccupazione, comunque lo si voglia calcolare e interpretare, è al 9% o al 15%, e se è più alto per le donne che per gli uomini o per i giovani piuttosto che per gli adulti, di solito non cambia assolutamente nulla nelle scelte politiche adottate (a parte qualche buona eccezione). Quale che sia il tipo di problema che si fa più acuto, la politica (quasi tutta) attinge a caso dal catalogo scarno e un po’ usurato degli interventi per il lavoro orecchiati da qualche parte – magari in “Europa”: niente di più generico – e ci investe un po’ (o tante) risorse pubbliche, di cui non si conosceranno mai gli effetti sui problemi che dovevano affrontare. Se dunque a numeri diversi non corrispondono scelte politiche diverse (o magari lo sono casualmente e senza un nesso logico con i dati rilevati), che senso hanno le aspre controversie periodiche sui dati e l’accanimento sulla misurazione precisa dei fenomeni a cui la stampa offre un risalto molto ambiguo? È del tutto evidente che con una classe politica povera di conoscenze specifiche, come osservava con amarezza e lucidità Adriano Olivetti, la comprensione del mercato del lavoro – dei suoi meccanismi di funzionamento e dei cambiamenti incessanti che lo investono – non è materia che possa contribuire a definire alcuna politica pubblica. Se l’economia è una “scienza triste”, l’analisi socio-economica del mercato del lavoro è un esercizio quasi disperato e perfettamente inutile. Un altro paradosso, infatti, è che a fronte dei duelli politici a colpi di dati, alla politica (quasi tutta) i numeri sul lavoro non interessano, semplicemente perché non sa che farsene: numeri precisi e analisi dettagliate dei fenomeni imporrebbero provvedimenti particolareggiati e magari in direzioni del tutto diverse da quelle che si intende seguire per altri interessi. Per esempio, se la disoccupazione è soprattutto femminile ed è in aumento, non si può certo ridurla attraverso opere pubbliche e incentivi all’edilizia. Bisognerebbe investire in asili, scuole a tempo pieno, servizi alle famiglie, ma anche scommettere su attività innovative che tra le donne sarde troverebbero il capitale umano più preparato. Invece, per fronteggiare la disoccupazione che cresce o l’occupazione che cala, si presentano il “piano casa” e il “piano golf” come solida base (di cemento) per la ripresa dell’occupazione. Le ricette per creare lavoro, in sostanza, sono quasi sempre preconfezionate e corrispondono a ciò che la politica aveva già deciso di fare e avrebbe fatto comunque, con qualsiasi livello e qualsiasi tipo di occupazione e disoccupazione: maschile o femminile, giovane o adulta, istruita o meno. Qualche tempo fa, L’Unione Sarda ha dato con risalto la notizia che i dati Istat relativi al III trimestre del 2011 indicano per la Sardegna una variazione dell’occupazione molto positiva rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente: 22mila occupati in più. La stessa notizia si ritrova sull’ultimo bollettino congiunturale dell’Agenzia regionale per il Lavoro, da cui probabilmente è stata ricavata. Secondo l’assessore del Lavoro, questi dati sarebbero «la conferma di una piccola, ma significativa, inversione di tendenza che dimostra l’effetto positivo delle politiche attive per il lavoro finora attuate.» Due errori in una frase tanto breve dimostrano che a volte i numeri non aiutano a capire, semmai inducono a confondere. Il primo errore riguarda la lettura del dato: non c’è infatti alcuna traccia di inversione di tendenza, né piccola né tanto meno significativa, nell’andamento trimestrale dell’occupazione in Sardegna. Come si può osservare dal grafico 1, la crisi ha profondamente alterato il modello tradizionale della stagionalità, producendo picchi trimestrali di crescita e riduzione dell’occupazione che hanno raggiunto ampiezze mai viste prima, con punte di 50-60mila occupati in aumento o in diminuzione nell’arco di pochi mesi, a partire dal III trimestre del 2008 e fino all’ultimo dato disponibile, il III trimestre 2011. Vedremo come andrà in seguito, ma intanto continuano le ampie oscillazioni che indicano la persistenza di un vero e proprio shock della stagionalità del lavoro in Sardegna. La linea di tendenza che appare nel grafico conferma infatti che l’occupazione continua a ridursi e che quindi – purtroppo – non vi è alcuna inversione di tendenza. La gravità e la persistenza del fenomeno è ancora più evidente quando riguarda l’occupazione maschile: come si vede, l’impatto della crisi è ancora più profondo e la linea di tendenza individua un declino drammatico dell’occupazione maschile, che non accenna a interrompersi. Il secondo errore riguarda l’interpretazione del dato: un aumento dell’occupazione non può essere attribuito all’attuazione recente di politiche attive del lavoro, che peraltro in Sardegna non ci sono. Negli ultimi anni l’intervento pubblico si è concentrato sulle politiche “passive”, quelle a sostegno del reddito: ammortizzatori sociali e sussidi più o meno combinati con interventi di formazione, mentre le poche misure finalizzate alla creazione di lavoro sono del tutto marginali ed episodiche. Un ultimo paradosso è che in Sardegna c’è una pletora di organismi pubblici di varia origine e denominazione, con centinaia di addetti, preposti in vario modo all’attuazione di politiche per il lavoro e per l’impresa: un apparato costoso e ridondante a fronte di una strategia inesistente di intervento nel mercato del lavoro. Malgrado questo spiegamento di forze, la capacità della politica di govern
are i processi del lavoro resta molto debole, così come l’informazione e la conoscenza.

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