LA GIORNATA DELLE MEMORIE – LA DISCRIMINAZIONE DI GENERE: SE NON ORA QUANDO? ADESSO!

l'autrice dell'articolo

di Claudia Sarritzu

Intervento sulla discriminazione di genere di Claudia Sarritzu durante l’iniziativa “La Giornata delle memorie” organizzata dall’assessorato alle Politiche Giovanili della Provincia di Cagliari.

“Nei campi di concentramento tedeschi la donna subiva un trattamento che aveva come fine ultimo quello di privarla della sua femminilità, la nudità schernita davanti agli ufficiali del campo, la privazione dei capelli, il preparato della minestra che ha strappato a tutte le sopravvissute la speranza di poter procreare negli anni successivi. La disumana decisione di scegliere chi salvare fra due figli. Tutte torture riservate alle donne. Perché tutto era fatto per annientarci non solo come esseri umani ma appunto, come donne”. Sono le parole di Liliana Segre, italiana sopravvissuta ad Auschwitz.

Se penso alla discriminazione di genere penso al corpo della donna, perché tutte le violenze fisiche, psicologiche, familiari, lavorative, pubblicitarie che subiamo sono tutte ricollegate alla nostra fisicità. Al fatto che siamo “diverse” che abbiamo il seno e una vagina, che abbiamo una muscolatura più debole di quella di un uomo. Ed è proprio la nostra debolezza fisica il motivo per cui ancora oggi in tutto il pianeta, con i giusti distinguo da fare, subiamo la prepotenza e la predominanza dell’uomo, per la paura che quest’ultimo possa imporre la sua fisicità più forte su di noi. In Italia nel 2011 sono morte ammazzate per mano di un uomo che era un padre, un fratello, più spesso un marito, un fidanzato, un’ex : ben 92 donne.

In una società complessa ed eterogenea come la nostra le cause che condannano ognuna di noi a una vita con meno libertà sono riferibili a più aspetti, il primo è che le stesse giovani di oggi spesso scelgono la via semplice del successo facile nel mondo dello spettacolo dove viene richiesta una bellezza esteriore a cui moltissime si prestano vendendo sessualmente il proprio corpo, cambiandolo attraverso diete pericolose o interventi chirurgici. E questo accade perché studiare costa fatica in Italia più che in qualsiasi altro paese, il merito è solo uno slogan che non ti darà da mangiare ma ti condannerà in tanti casi alla frustrazione. Il messaggio che passa attraverso i mezzi di comunicazione, la famiglia e la scuola, è che se sei carina ma non sei figlia di “nessuno” è inutile che investi sull’istruzione tanto in questo Paese il merito non esiste e chi ce la fa è il raccomandato, il segnalato, il figlio, la figlia di.

I quei rari casi in cui riesci ad emergere, succede che devi scontare ugualmente l’essere di sesso femminile perché troverai la fila delle donne invidiose che sospetteranno di te e stigmatizzeranno il tuo obiettivo raggiunto con un comportamento immorale che senza alcuna prova ti verrà attribuito. Si chiama guerra fra poveri, e fra le donne la competizione per una vita dignitosa e giusta è ancora più spietata in tempi di crisi.

In una società dove a governare sono i poteri forti, i deboli della piramide sono i più esposti ai ricatti. La donna è uno di questi anelli fragili della catena sociale. È per questo che penso e ribadisco ancora una volta che l’emancipazione femminile, il diritto della donna di scegliersi la vita che preferisce non è una questione da trattare isolatamente senza una parallela sfida più ampia ai diritti politici e civili, alla costruzione di una società dove il welfare renda sostanziale un’uguaglianza che esiste solo nella carta. Alla battaglia contro la disoccupazione che colpisce in maniera smisurate la donna, soprattutto quella del Sud. E poi dobbiamo ricordarci delle immigrate che ci passeggiano affianco nelle nostre città. Dobbiamo smettere di guardare il marciapiede, i nostri passi soli e inutili, e iniziare a tendere la mano a chi ci sfiora tutti i giorni in silenzio senza disturbare nascondendo dentro le mura domestiche una vita che per alcune di loro è un inferno.

Se non hai nulla, non hai nulla da perdere e sarai la prima a svenderti perché la dignità è un lusso che non tutte possono permettersi. Se i centri ascolto non diventano centri di accoglienza le donne madri disoccupate picchiate dai mariti non lasceranno mai i propri aguzzini perché la paura della morte o di perdere un figlio non ti rende libera. Dobbiamo smettere di sfornare leggi ma iniziare ad applicarle.

Poi ci sono quelle che possono scegliere, che sono meno ricattabili. C’è chi dice no è il titolo di un film del 2011 di Giambattista Avellino che si adatta perfettamente a quel tipo di donna che appunto Dice No, ai ricatti, agli scambi facili, a barattare i propri diritti per un tozzo di pane. E quelle sono le donne speciali a cui pensiamo quando ci immaginiamo una figlia, una sorella, la migliore amica, la moglie. Le donne modello, le donne angelo del 21esimo secolo. Ma in Italia per essere una donna speciale, una che ce l’ha fatta che riesce a fare carriera, a essere una mamma mai nervosa ma presente e divertente, una moglie che è cameriera, amica, amante, confidente dello stesso marito che non sa neppure prepararsi un piatto di spaghetti con il pomodoro, una che per dirla ironicamente sa correre con i tacchi a spilla, ci vuole un fegato così grande, una pazienza così sublime che anche se sono fra quelle che dicono No, a chi vorrebbe comprarmi, non pretendo che in questa società così ingiusta tutte siano così. Io non ce la faccio a giudicare le altre quelle che non ce la fanno a essere così grandiose. Quelle che restano a casa per crescersi i figli, quelle che invece rinunciano alla maternità per il proprio lavoro.

Non voglio più vivere in un paese, di troie e di sante, di uomini come il comandante Schettino e di eroi. Non voglio delle super mamme e mogli, vorrei un Paese normale, con donne normali pieni di difetti e con uomini che sanno dividere e condividere davvero la vita con la propria compagna. Anche la roba da stirare e da lavare. Perché amare una donna non è servirsi di lei ma camminare al suo fianco contenti del suo successo. Vorrei un Italia che la smetta di usare il nostro corpo per fare ascolti, che sia una modella, o una poveraccia morta ammazzata in un parco. La parità l’avremmo raggiunta quando una donna brutta e non troppo intelligente, figlia di un impiegato, scalerà i vertici di una multinazionale o del governo. Quando potrà permettersi di essere mediocre come tanti uomini in carriere già lo sono oggi.

Ho avuto la fortuna di conoscere delle persone speciali scrivendo per il blog “L’isola dei cassintegrati” di ascoltare le storie di donne a cui bisognerebbe fare l’inchino per come sono libere e forti e dignitose nonostante le difficoltà della loro esistenza sfruttata. Sono ragazze che sono state punite con un licenziamento perché hanno deciso di fare un figlio, che sono costrette a portarsi i bambini nei presidi di lotta perché non sanno a chi lasciarli, che nonostante gli schiaffi presi dalla società in cui viviamo crescono le loro bambine a loro immagine e somiglianza: libere. Se questo

Paese non si costruisce una normalità dentro cui allevare i cittadini di domani, uomini viscidi e malati torneranno a governare senza avere alcun rispetto delle donne. Se non torniamo a scandalizzarci delle cose brutte che accadono, non troveremo mai la forza di ribellarci a queste ingiustizie, le discriminazioni di genere non verranno mai risolte ne attenuate se le donne prima degli uomini non smetteranno di essere loro per prime maschiliste.

La pazienza che ci contraddistingue ed è un grande pregio deve essere un’occasione per lottare senza arrenderci, non una scusa per rimandare sempre a tempi futuri la sfida per una vita migliore.

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