UN CUORE E UNA PENNA: IL "QUARTO POTERE" DI CLAUDIA SARRITZU, GIOVANE EMERGENTE NEL GIORNALISMO

Claudia Sarritzu, 25enne nata a Cagliari

di Nicola Montisci

 

Collabora con Radio Press, scrive in un blog di cassintegrati, conduce un programma sul lavoro, fa volontariato.  Dulcis in fundo, due libri, di cui uno in attesa di pubblicazione. Qualcuno l’ha definita “onnipresente”. Corsi, conferenze stampa, collaborazioni. Piccole e grandi soddisfazioni di una ragazza che si è sempre data da fare. Lei è Claudia Sarritzu, classe ’86, ex dettorina (“Quel liceo ha allenato la mia pazienza”), una grande passione per il giornalismo. Dove, con tanti sacrifici e umiltà, scrive e dice sempre la sua, senza troppi peli sulla lingua.

Fermiamo un attimo il tempo e cerchiamo di raccontarti. Chi è Claudia Sarritzu? Raccontarmi così, dal nulla, senza spunti da cui partire, è difficile. Ma ho una buona dose di vanità, come dice una delle mie migliori amiche, quindi  posso farcela. Sono nata a Cagliari il 13 maggio del 1986. Figlia unica. La mia è la tipica famiglia che ti sta addosso sui compiti, i voti, l’impegno, sia scolastico che sportivo. Ho fatto 7 anni di danza classica. Poi gli anni del nuoto, che mi hanno insegnato la perseveranza. Non cambierei nulla di tutto quello che è stata la mia infanzia. Ho imparato a lavorare sodo e a essere severa prima di tutto con me stessa. Ho frequentato il Liceo Classico Dettori.

Come giudichi, a distanza di anni, quella scuola? Un’altra palestra. Non tanto per la preparazione che riesce a impartirti, in fondo contano i professori che ti capitano non il nome blasonato del Liceo, ma perché lì dentro mi sono allenata alla pazienza. È una scuola chiusa nella sua concezione “Alta e Maestosa” di se, frequentata da ragazzi provenienti da famiglie immobili a cui questo mondo va assolutamente bene così. Impari a osservare, capire, ascoltare una società che non ti piace che un giorno ti prometti di cambiare.

Il giornalismo è iniziato in quelle mura? Sì. Ho frequentato decine di corsi. Ero ovunque. “La Sarritzu è onnipresente” scherzavano i miei compagni. Ma quando incontrai Angelo Porru, il direttore all’epoca di Radio Press, volevo fare il medico. Poi la vita mi ha portata da un’altra parte. Ho scritto per Week Magazine e poi sono entrata, ironia della sorte, proprio a  Radio Press, da lì l’incontro con Giacomo Mameli, la collaborazione con Sardinews, poi Industria oggi, il bimensile della Confindustria Sardegna che mi ha permesso di fare quello che faccio oggi. Parlare di industria, lavoro, vertenze sindacali. Ho iniziato, lo so è buffo, dalla parte dei “padroni” ho imparato come funziona il sistema azienda e ho deciso qualche tempo dopo di occuparmi della forza lavoro, dei dipendenti. Studio giurisprudenza, perché mi piacciono le regole. Quelle che in Italia non sono più di moda. Ho studiato leadership, marketing per la comunicazione politica, lavoro da ghost writer in pratica. Che mi è valso l’epiteto di “esperta di propaganda” da parte del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che non apprezzando i miei articoli sul Blog L’Isola dei Cassintegrati, si è scagliato su di me, descrivendomi come una subdola manipolatrice di lettori. Una cosa molto ridicola che mi ha fatta sorridere. Come si dice? L’importante è che si parli di me, anche se male. Ho studiato dizione, conduco un programma sulle problematiche del lavoro, “Tutti Giù per Terra” con Andrea Matta su Radio Golfo degli Angeli. E poi collaboro con tanti altri mensili, per esempio per il gruppo GIA di Giorgio Ariu, ma non riesco a ricordarmele tutte.

-Una vita intensissima. E ora il blog “isola dei cassintegrati”: parafrasando il reality e allontanadosi dalle luci delle scena e dalle moine e le lagne dei concorrenti, qui si fa sul serio, si entra nel vivo dei problemi dell’occupazione in Sardegna, i drammi e le difficoltà di tanti… Seguivo quel blog per la radio, essendo spesso inviata in sit in, manifestazioni, occupazioni industriali. Trovavo tutte le informazioni sulle vertenze che mai avrei potuto leggere nei nostri giornali locali. Un giorno, questa estate, i fondatori del blog, Marco Nurra (che vive a Madrid) e Michele Azzu (a Londra), mi contattano. E mi chiedono se voglio collaborare con loro.  Volevano dare una svolta al blog, non più parlare solo della Vinyls ma anche delle altre crisi italiane. Ho detto subito sì. Perché io ho 24 anni e loro 26, perché non ci guadagniamo un soldo, perché credo che qualcuno si debba davvero occupare di queste persone. Perché come ho detto prima, il potere mediatico è così forte che può davvero cambiare le cose. Perché è un mestiere che un po’ come medicina, che alla fine ho abbandonato, richiede passione e missione. Penserete sia esaltata, ma io credo che quello che faccio, che non mi fa guadagnare un soldo, è comunque molto importante per questa isola. Per questi padri che stanno lottando sui tetti, nei binari, sui ponti. Portano avanti l’unica lotta degna di essere intrapresa. Quella per il Lavoro. Nel sito l’Isola del cassintegrati trovate tutto, chi siamo, la redazione, la nostra storia. In poche parole siamo riusciti a raggiungere quota 26 nella classifica dei blog italiani, vicini a Grillo, come un articolo del Fatto Quotidiano ha testimoniato un mese fa, perché parliamo del paese reale, attraverso foto, video, articoli, diari dai presidi. A noi del bunga bunga non interessa.

Ci sono dei libri che hanno particolarmente influenzato la tua professione e vita? Tutti quelli che ho letto, mi hanno in qualche modo influenzata. Ma di certo più di tutti: “Il manuale del giornalista quasi perfetto” di David Randall, “Sul giornalismo” di Joseph Pulitzer e “La scoperta della notizia” di Michael Shudson. Poi un film mi ha segnata. Avevo 16 anni la prima volta ho visto “Quarto potere” di Orson Wells. Lì ho capito che per cambiare le cose non devi impegnarti in politica ma nell’informazione che ha  il  potere di modificare la mentalità e la testa delle persone. Aimè, abbiamo visto anche in modo pericoloso, negli ultimi tempi.

Editoria e giovani: quanto sta diventando difficile entrare in un circuito giornalistico e nelle redazioni senza una “segnalazione”? Il giornalismo è fuori dalle logiche del concorso, anche in Rai ormai sono tutti cooptati. È un mestiere che devi saper fare quindi essere raccomandati o segnalati, se è  esclusivamente perché hai talento e sei bravo, non è una cosa malvagia. Perché in fondo un giornale è un impresa , e decide lui chi avere nel suo staff. Il problema è un altro. Le chiamate sono: per fare un favore a un amico, sistemare una cognata, piazzare il figlio del figlio di chi, poi farà un favore per sdebitarsi.  Le redazioni che nascono da queste  scelte, sono la causa di questi giornali scadenti, quasi imbarazzanti, che sbagliano i titoli, con orrori ortografici, che intervistano il padre del ragazzo appena morto perché la morbosità fa vendere. Lo squallore e la mala informazione nascono da queste scelte editoriali. Circondarsi di ragazzi mediocri. I brillanti con una propria idea del mondo, una visione etica del mestiere, sono visti come pericolosi, quindi tenuti fuori, e sottoposti a un durissimo mobbing. Le realtà locali, vogliono obbedienza non talento. È un fatto. Basterebbe che si ribellassero i più anziani delle redazioni per dare una svolta, uno scossone a questo paese. Ma la generazione dei miei genitori purtroppo è complice di questa schiavitù e prostituzione intellettuale diffusa.

Torniamo indietro alla tua prima “casa”, l’emittente Radio Press. Come è nata la collaborazione, come hai vissuto questi anni in via Barone Rossi? Non è facile, ho visto decine e decine di giovani mollare dopo poche settimane. È un mestiere di carattere e la radio non è un posto che ammette insicurezze o dubbi. Devi voler fare questo lavoro più di qualsiasi cosa al mondo. E devi sapere che tutto quello che imparerai sarà grazie a te. Nessuno ti fa sconti o si siede accanto a insegnarti l’a b c di una professione che devi avere dentro. Determinazione, capacità di andare avanti nonostante gli schiaffi che prendi, un pizzico di presunzione quando ti vogliono fare fuori e tanta umiltà quando per fortuna e raramente incontri un maestro che intende arricchire la tua preparazione. Ho tutte queste caratteristiche e fino a ora, psicologicamente, reggo.
Molti non sanno che tu hai scritto un libro, “Il maestrale in testa”. Avevo 22 anni. Mi hanno spinta a pubblicarlo gli amici. Poi ho la fissa di rendere orgogliosi i miei genitori, volevo vedere la faccia di mio padre. Ho fatto a entrambi una bella sorpresa. Nasce da cinque racconti che ho deciso di unire in un unico libro che si intitola “Il maestrale in testa”, un altro modo per dire Cagliari, ed essere “di Cagliari”.  Racconto persone normali, storie normali ambientate nella mia città, che amo infinitamente. La grande novità è un’altra, a dicembre ho vinto il Premio letterario Città di Cagliari con il mio romanzo inedito “Tutta la vita”. Una grande soddisfazione, ora è al vaglia di alcune case editrici che si sono interessate a pubblicarlo. Parlo della mia generazione costretta a vivere in un’epoca molto difficile sotto tanti punti di vista. È stata una sfida che il Premio e la commissione hanno colto è apprezzato, nonostante sia uno schiaffo e una denuncia a questa città.

Oltre alla cronista, ti spendi anche nell’attività di volontariato… Mi piacciono i bambini. Vederli sorridere anche quando le condizioni non sono le migliori. Collaboro con l’Abos, Associazione bambini ospedalizzati Sardegna. Non c’è molto da dire. Ho poco tempo, questa è l’unica cosa tutta mia che mi concedo durante la settimana, quattro ore in chirurgia pediatrica per giocare, abbracciare, scherzare con i piccoli degenti. Ascoltare i genitori che spesso si sentono soli e hanno bisogno di qualcuno con cui parlare. Prendermi un po’ di quel dolore e far ridere chi non ne avrebbe assolutamente motivo. Animatrice, ecco posso definirmi così. Forse è la solita storia che anche se non ho fatto medicina mi è rimasta la voglia di indossare il camice.

C’è un sogno nel tuo cassetto? Troppi sogni, ma nessuno nel cassetto. Li tolgo sempre fuori a turno e mi gioco tutto per realizzarli, se va male pazienza, ce l’ho messa tutta e sarà un’altra occasione per essere orgogliosa di me.

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