L'ANNOSA TEMATICA DELL'EMIGRAZIONE: RESTARE IN SARDEGNA? NON E' UN ALIBI MA UN DIRITTO

nella foto l'autrice dell'articolo

di Claudia Sarritzu

Il mare è il confine naturale che ti dà un’identità. Nascere in un’isola è una cosa che non ti abbandona mai, che ti resta tatuata addosso per sempre, è un modo preciso di percepire gli spazi, il tempo e il destino. Ti dice che stai da una parte della riva, che calpesti quella terra e non un’altra. Il mare è quell’orizzonte che ti fa intendere da subito che hai la possibilità di andartene, così che diventi immigrato prima di fuggire, lo sei in potenza prima che in atto, nella testa prima che nella realtà. E allora resti tutta la vita a chiederti come saresti stato a “casa” se alla fine hai deciso di sbarcare in un altro porto, o come saresti stato nel “continente” se hai deciso di restare. Il sardo vivrà comunque con la nostalgia di una vita che ha deciso di non intraprendere.

Ci sono delle parole di Giuseppe Dessì che esprimono perfettamente cosa significa essere sardi “FIN DAI PRIMISSIMI ANNI, CIOE’ DA QUANDO, BAMBINO, SEGUIVO MIO PADRE – UFFICIALE DI FANTERIA – SU E GIU’ PER L’ITALIA DA UNA GUARNIGIONE ALL’ALTRA, SEMPRE HO SENTITO L’IMPORTANZA CHE AVEVA PER ME L’ESSERE SARDO. L’ESSERE NATO A CAGLIARI INVECE CHE IN QUALSIASI ALTRA CITTA’ ITALIANA, DI ESSERCI NATO E NON CASUALMENTE, MA PERCHE’ I MIEI PADRI
ERANO SARDI, RADICATI IN SARDEGNA DA SEMPRE”.

A voi che siete figli, nipoti, di chi in periodi storici, anche peggiori di questo, hanno avuto la forza di dare un futuro a se stessi e alla propria famiglia, che non si sono arresi a una vita di stenti e hanno lottato perché altrove potessero vivere con più dignità e che ancora oggi frequentate circoli e vogliono conoscere la cultura dei loro antenati, va tutti il mio affetto. Perché in un modo o in un altro, anche queste nuove generazioni pur vivendo altrove hanno deciso di restare, restare sardi.

Ad andarsene sono bravi tutti, per restare bisogna essere generosi. È naturale che questa frase provocatoria non parla di chi emigra per trovare un’occupazione. Mi rivolgo invece ai giovani che ben istruiti e con grandi capacità decidono di partire, quando la nostra terra avrebbe bisogno dei suoi migliori studenti e laureati, per risorgere. Vorrei condividere proprio con voi che dimostrate di amare le vostre origini, un pensiero diverso che vuole arrivare ai sardi che hanno scelto di restare, anche se (per esempio) fare il ricercatore in Italia significa fare la fame, non avere mai un vero contratto, anche se significa una vita rincorrendo il minimo che ti spetta, anche se a passarti davanti saranno sempre i “figli di”. Anche se tutta questa fatica vuole dire un’esistenza frustrante e con il solo scopo di lavorare per far funzionare qualcosa in un’isola e in un Paese, l’Italia, in cui non funziona nulla e che non ti merita.

Dire questo oggi, in tempi così duri, con un Governo d’emergenza impegnato a fare quelle riforme che la politica ha rimandato per 150 anni, non è assolutamente una passeggiata. Quando ti accorgi sin da studente che l’immobilismo nostrano, radicato nei secoli distruggerà le aspettative e la speranza di emancipazione anche dell’ultima generazione, non ti resta che partire, scappare il più lontano possibile da una terra massonica e corrotta.

Però a me questa rabbia mi ha portato a una conclusione diversa, restare perché qualcuno dovrà pur prendersi cura di queste coste, di queste montagne, dello spopolamento, della mia terra.

Non è certo facile mollare gli affetti e la propria casa per inseguire il pane come per inseguire il successo o un sogno. Conosco alla perfezione le vite di tanti miei coetanei, i loro volti segnati dalla solitudine, perché ti manca un amica, un fidanzato, la famiglia. In fondo chi te lo fa fare a rimanere in una terra che non ti apprezza, non ti istruisce adeguatamente, non ti sostiene, non ti premia, quando fuori c’è un mondo che non esita un istante a darti ciò che ti spetta. Possa essere un posto in fabbrica o uno di ricerca in un’università all’estero, sempre meglio che restare qui ad occupare una miniera nel Sulcis o un’isola come l’Asinara, o il tetto di un ateneo, per un pezzettino di dignità che ti hanno voluto strappare, per poi tornarsene a casa con una cassa integrazione in deroga come se nulla fosse accaduto, come se quei mesi di lotta non avessero alcun valore.

Chi potrebbe andarsene e non lo fa, a mio avviso va ricordato. Non è un vigliacco, non è un bamboccione. È l’immigrato mancato, quello che ha avuto la fortuna di poter scegliere e ha preferito perdere del successo sicuro altrove, per provare a donare le proprie capacità alla sua terra, alla sua gente. Restare in Sardegna se si può non è un alibi ma un diritto.

Per restare bisogna essere generosi e un po’ folli, per tornare coraggiosi. Non biasimo chi decide di partire ma sono fiera dei conterranei che con sacrificio decidono di rimanere da questa parte della riva, o che da lontano non smettono di informarsi riguardo la loro vecchia terra.

Claudia Sarritzu: Classe 1986, diplomata al Liceo Classico Dettori, Studia Giurisprudenza a Cagliari. Ha collaborato con tante realtà editoriali sarde, come Radio Press e Radio Golfo degli Angeli dove ha condotto un programma “Tutti giù per terra” sulla crisi industriale sarda. Ha scritto per Il Cagliaritano e per Sardinews. È redattrice del blog L’isola dei cassintegrati dove segue le più disperate vertenze sarde, come la Vinyls, la Rockwool, la Geas e tante altre, e dove cura la rubrica Speriamo che sia femmina, dove tratta la condizione femminile italiana nel mondo del lavoro. Ha collaborato con il quotidiano Sardegna 24 ed è editorialista di Tiscali e collabora con CagliariPad.Nel 2008 è uscita la sua raccolta di racconti “Il maestrale in testa” edito dal gruppo Espresso e insieme a tanti altri autori italiani ha realizzato il libro Volti Parole con l’associazione culturale PadPad Revolution. Nel 2010 ha vinto il Premio letterario città di Cagliari con un romanzo inedito “Tutta la vita” che è alla ricerca di una casa editrice che lo pubblichi. Segue per il network Pad Pad,  Ritratti di coraggio. Presenta eventi, soprattutto rassegne letterarie e saltuariamente svolge il lavoro di addetta stampa. Impegnata nel volontariato è animatrice nei reparti di chirurgia pediatrica di Cagliari con l’associazione Abos. 

 

9 risposte a “L'ANNOSA TEMATICA DELL'EMIGRAZIONE: RESTARE IN SARDEGNA? NON E' UN ALIBI MA UN DIRITTO”

  1. in gamba questa ragazza. e pure bella. sono i giovani della nostra sardegna che devono far uscire la nostra terra da tutti i problemi che ha

  2. Cara Claudia
    non sono un’autentica emigrata ma vedo le cose diversamente!
    l’Italia ha avuto due grossi flussi migratori all’estero dopo la prima e seconda guerra mondiale e tra questi tanti sardi.
    Loro non avevano nessuna scelta e nessun diritto, solo fame e miseria.
    Penso che oggi e sopratutto i giovani che abbandonano la Sardegna, non cerchino glorie o successo, si tratta ancora di una necessità economica che è quasi a livello degli anni 50. Coloro che restano, in maggior parte hanno ancora la possibilità di arrangiarsi, ed è per proprio per questo che molti partono, giustamente per non perdere la dignità.
    Tentare di allontanarsi dalla realtà colpevolizza ancora di più coloro che emigrano, mentre loro sanno bene che non esiste una vera scelta per restare. Oggi siamo di nuovo ben lontani da quel diritto di poter vivere nella propria terra, e chi non lo vorrebbe? Credo che l’alibi più grande lo diamo a questa Economia sarda, sempre malridotta nel passato e ancora nel presente, e che continuerà a sacrificare i suoi figli, sicuramente i più deboli.
    Un caro saluto da Parigi
    giusy Porru

  3. come si può rimanere in Sardegna con quel che sta succedendo? La disperazione ti porta ad uscire.
    Dovrebbe essere un diritto rimanere nella propria terra. Ma la realtà è molto diversa. Da sempre purtroppo.
    Un saluto a tutti i disterraus del mondo

  4. Con l’ultima frase si è risistemato un pensiero che all’inizio non condividevo.
    Cara Claudia… sii fiera di chi rimane ma che lotti per il futuro della Sardegna. E non sia passivo come tanti giovani lo sono.
    Noi che viviamo fuori seguiamo sempre la Sardegna e soffriamo, spesso in silenzio perchè la vediamo andare alla deriva.

  5. Se avessi avuto la possibilità di rimanere in Sardegna il giorno che sono partita per il Continente, sarei rimasta.
    Sono via da 50 anni… tanti in cui ho cercato una sicurezza economica che in Sardegna non potevo costruirmi.
    E per sicurezza economica intendo dire un lavoro semplice da collaboratrice domestica e una famiglia costruita pensando all’unico figlio che ho.
    Del resto, in Sardegna la mia famiglia non poteva nemmeno mantenermi a scuola. Cosa si doveva fare?
    Ed oggi le cose purtroppo non sono cambiate…
    Cosa devono fare i giovani? Rimanere? E che futuro li attende?
    Domande difficili. Risposte ancor più complicate. Non si può generalizzare ma nemmeno giudicare.

  6. Ciao,
    mi piace molto l’articolo di Claudia. Bella ragazza, bell’articolo. Complimenti!
    Io, essendo figlia di emigrati, certamente, non ho neanche il diritto di giudicare le persone (tra l’altro ovviamente, i un mio genitore è emigrato).
    Non conosco la realtà sarda oggigiornio, non ho mai vissuto in Sardegna, ma credo di poter giudicare chi sia la gente sarda che sta emigrando a Berlino.
    Il problema che tocca Claudia, lo capisco perfettamente e qulacuno, mi sa che era il vecchio assessore Manca, aveva detto che il problema pricipale è che 50 anni fa, emigravano le braccia, invece ora, sono i cervelli. E questo è veramente preoccupante, direi.
    Sono felice che noi, qui nel nostro circolo, abbiamo un bel gruppo di giovani sardi emigrati e quasi tutti giorni ne arrivano altri.
    D’altro lato, quasi tutti di loro possiedono un titolo di laurea universitaria e/o altre capacità, e secondo me potrebbero anche trovare un lavoro in Sardegna. La maggior parte non è emigrata per miseria, ma per amore, per avventura, per arricchire il bagaglio personale.
    Tra l’altro, proprio a Berlino, non c’è tanto lavoro e questi giovani fanno dei lavori precari e sotto le loro capacità e conoscenze (perché già non c’è lavoro per noi Berlinesi, ma anche per motivi linguistici). Vogliono rimanere qui, godersi la città, divertirsi, vivere in una metropoli etc.
    Mi sono spaventata molto quando ho sentito che più della metà dei ragazzi che fanno il "Master and Back", il "Back", non lo fanno. Per ciò, sono molto contenta che Claudia abbia preso questa decisione e che abbia quest’opnione.
    Cari saluti e continua così! Alexandra

  7. Tutto quello che scrivi è vero, purtroppo noi sardi appreziamo molto la nostra terra quando siamo fuori. qundo ci viviamo ci scordiamo tutto, non c’è ne frega niente della politica, si lascia fare sempre gli altri, e così si è visto dove siamo arrivati, disoccupazione, fabbriche che chiudono, politici che non sono capaci di cercare di investire i soldi che ci dà la Comunità Europea e tante piccole realtà comunali governate da incapaci che non sono degni di vivere nella nostra terra rovinata da loro stessi, fannulloni e ladri.

  8. Carissima Claudia,
    scusa il Tu confidenziale che mi permetto di darti ma a leggerti e vedere nelle Tue righe le frasi e le parole di tanti che sono partiti e di tanti che, non vigliacchi certo, hanno avuto l’opportunità’, oppure la "follia" di rimanere. Certo è che partire è come morire ma anche rimanere è come sperare in qualcosa che mai sarà. C’è chi parte per un tozzo di pane e c’è chi per sposare la solitudine anche di quei successi indescrivibili.
    Chi decidi di partire credo abbia lo stesso coraggio di chi decide di rimane. Vi è solo una sottile differenza a parer mio tra chi rimane e chi parte, entrambi soffrono in eguale misura ed entrambi vivono quell’inquietudine e quell’attesa della partenza che solo chi prova a partire o a veder partire qualcuno conosce.
    Il desiderio di partire come in chi parte, è mosso da un sentimento che solo ai nati in quella terra magica capita di vivere…
    Non so se tornerò più in Sardegna (tranne che per le visite canoniche…) ma sicuro è che dentro quella terra o fuori aldilà del mare, siamo destinati ad un esilio senza tempo e senza risposta.
    In attesa di un Tuo riscontro/confronto, Ti saluto cordialmente.

  9. Carissimi Tutti, grazie per i commenti, ognuno di voi con il suo contributo arricchisce il mio punto di vista sull’argomento. Tengo a ribadire che non mi sono mai riferita a persone che non avevano scelta, ma a chi con una solida famiglia alle spalle e delle opportunità di studio in importanti università italiane o estere non ha avuto il desiderio di tornare e contribuire con il proprio bagaglio di conoscenze alla crescita di questa isola. Non giudico neppure loro ma sono grata a quelli che sono tornati. 🙂 Vi ringrazio ancora. A disposizione per qualsiasi chiarimento. 😉
    Claudia Sarritzu

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