QUATTRO CHIACCHIERE A MILANO CON LA POETESSA MADDALENA FRAU CHE HA PRESENTATO IL LIBRO "TRAMAS DE SEDA"

in primo piano Maddalena Frau e Tonino Mulas

di Sergio Portas

Se il sindaco Pisapia si fosse fatto un giro al terzo salone della piccola e media editoria indipendente  gli sarebbe venuto un colpo…di caldo. Solo pochi giorni prima la giunta milanese aveva pubblicato una delibera che riguardava la temperatura massima degli ambienti urbani (polveri sottili alle stelle), non doveva superare i diciannove gradi, qui e non sto scherzando, ce ne saranno trentanove. I termostati andati clamorosamente in tilt alla faccia della meneghina efficienza tanto più declamata quanto oramai nostalgicamente ricordata. Anche a Maddalena Frau questo improvviso clima da deserto libico fa lo scherzo di rendere la voce a bisbiglio di pettirosso, lei che è poetessa e presenta l’ultimo dei suoi libri “Tramas de seda” ( ed. D. Zedda): me ne vorrebbe leggere almeno una delle sue poesie e ci prova anche,  ma conveniamo insieme che abbiamo a ritrovarci in quel di San Luri, dove è venuta sposa tanti anni fa dalla natia Ollolai e con Piero negli ultimi quarantaquattro anni ha messo su famiglia e quattro figli, grandi. Che lei è del ’45. Scuole tra Gavoi, Ghilarza (galeotta per l’incontro col marito Piero De Cortes) e il diploma magistrale a Oristano. Poi la fatal San Luri e in giro per i paesini del Campidano tutto a insegnare nelle scuole elementari ai futuri italiani, quelli che Cicitu Masala si ostinava a chiamare sardi, e magari anche loro pensavano di esserlo finchè una maestra come Maddalena non avesse iniziato a mettere nelle loro fervide menti una qualche punta di dubbio, pretendendo di parlargli  in una lingua che non era certo quella di casa, men che meno quella del mercato o della strada: era quella che si parlava nel mitico continente. Deve essere di allora il proposito maturato in seno a Maddalena che, a mio avviso, poetessa è nata e si è trattato per lei solo di mettere in scrittura la canzone che in cuore sentiva da sempre, di scriverla in sardo. Mi dice che sono trentotto anni da che scrive poesie e alcune le ha di già pubblicate in un libro a titolo “Lugore de Luna” del 2002, stampato in San Luri di cui mi fa munifico dono. Il libro è zeppo di versi che meritano di venire letti, magari ad alta voce, di esso scrive diffusamente Renzo Cau in “Scrittori sardi contemporanei”(MediaTre editrice , Guspini 2009): “Lontana da ogni accademismo e complicazione formale, la poesia della poetessa di Ollolai (Nu) spicca per la sua fruibilità e popolarità, intesa nel suo più nobile significato, che solo le si addice: poesia di un popolo, interprete delle sue tradizioni, della sua storia e, come tale, per nulla estranea alla sua cultura”. (pag.77)

Ci sono poesie scritte in campidanese anche, ma le più belle o mettiamola così quelle che più sono entrate in risonanza con il mio modo di intendere la lingua sarda, sono quelle che parlano in barbaricino, della sua fanciullezza nel paesino  ai piedi del Grande Monte: “S’iverru arrivabat puntuale/ prenu de arragòre e ghiddighìa,/ mescamènte in su mese de nadale/ zai nde ghettavat nive in bidda mia!/ Tottu biancu Monte Gennargentu!/ Deus sempre nivànde a amba manos./ Ite bellu, ite divertimentu/ in cussus friscus meos annos lontanos! …” Inutile tradurre, il suono dei versi trascende il loro significato ed essi risuonano compiutamente a canzone allegra solo in lingua sarda. E a proposito di allegria sentite come inizia questa intitolata “Sos Bumbones” (Le Maschere): “Sa troppa de Piliméddu/ essiat a si ballare/ a sono de tumbureddu/ a donni carrasegare./ Trunfas e pipiajòlos/ trùmbias e biolinos/  tumbarròs e sonajòlos,/ copertòres e batzìnos./ Tum!Tum!Tum!Tum!Tum!/ Trik!Trik!Trak!Trik!Trak!/ Zin!Zin!Zin!Bum!Bum!/ …”. Davvero grande poesia, che rievoca tutti i suoni di “quei carnevali di quella fanciullezza”. Nel 2006 un altro libro importante: “Sas meravillas de Don Bosco” , che non è una biografi in versi scritta in sardo ma un’opera originale che non fa che testimoniare della facilità con cui la poetessa di Ollolai usa la lingua per cantare  e tessere una stoffa a colori sgargianti di spiritualità. Ma vediamo com’è questo “Tramas de Seda”, ci sono dentro ben 96 poesie, 67 scritte in lingua logudorese  e 26 in campidanese, nella premessa l’autrice confessa il debito che deve alla mamma e alla nonna paterna delle storie e canzoni che le venivano da loro, insieme ai suoi cinque tra fratelli e sorelle, il babbo pastore, nonna Maddalena, rimasta vedova all’età di 37 anni che cantava in tono sommesso lei, che a quel tempo non era ammesso ad una vedova di poter cantare, neppure in famiglia, ai nipotini. Le poesie sono rivolte, in gran parte , ai bambini. Dice Francesco Casula nella prefazione: ”I componimenti di Tramas de Seda sono modellati in strutture giocose, scherzose, musicali, onomatopeiche, iterative e hanno  proprio le movenze del tipo della filastrocca, della ninna-nanna, della canzone, dell’indovinello, del nonsense di matrice popolare ma che Maddalena Frau sottopone a un trattamento ed a una rielaborazione  personale e originale” (pag.12). E poco più avanti Matteo Porru preferisce scrivere in sardo che: “ Sa poesia de Maddalena, in finis, comente sa cumèdia e sa sàtira de sa stòria eterna de sa cultura e de sa vida, castigat ridendo mores: arriendi e agiudendi sa genti a arriri de is vìtzius e de is difettus suus…” (pag.23).  E basta leggere i titoli di alcune di queste poesie per rendersi conto che si tratta di un lavoro di penna che usa le parole in modo affatto originale: da “Gratta gratta e bincis mai” a “Colisenti” ( Caal center), da “Uinforlai” (Win for life) a “S’Istresse” (Lo Stress), da “Su gioghittu cellulari” a “Su videogiogu” a “S’Aippoddu” (L’I-Pod). Quest’ultima le ha fatto vincere il primo premio per la poesia satirica a Ploaghe  quest’anno. Irresistibile questo Efisineddu  chi “…In sa busciacca de su cratzoneddu/  ci ficchit su lettori musicanti;/ de musica moderna, deliranti/ si ndi prenat su coru e su cerbeddu”.  Da buoni giocherelloni quelli di Ploaghe non le hanno comunicato da subito che aveva vinto il premio maggiore, l’ha saputo solo lì, alla fine di una estenuante cerimonia che scandiva i nomi dei premiati a partire dal settimo, tanto che quando ne mancava uno solo lei e il marito erano convinti di aver fatto un viaggio a vuoto e di essere stati presi in giro dagli organizzatori. Altra poesia del libro che non si scorda mai davvero una volta letta è quella che dice di Fransisca “Bebi Sitte” (Baby Sitter), una straniera  tra le tante  arrivate in Sardegna negli ultimi anni a prendersi cura di vecchi e bimbi in fasce: “Su pitzinnu nossente est a dolore ‘e brente… Fransisca, bebi sitte, no l’as donau cura a custa criatura?… Io no fatto niente, ci ho dato solamente la pappa con amore a pitzinu minore: un pentolino a raso di minestra con caso, e frutta con nutella e pane e mortadella e omogenizzato a foco callentato con latte a biberone. Pitzinu… è satzagone!…”. Date qualche anno  a Fransisca e parlerà sardo meglio di me; e se nel frattempo la nazione sarda non si sarà suicidata lasciando che la sua lingua si inabissi nel Mediterraneo mare perchè i suoi abitanti hanno scordato di parlarla,i figli di Fransisca saranno trilingui dalla nascita: che parleranno rumeno e italiano e sardo. E chissà quali poesie riusciranno a scrivere intrecciando le parole con l’inglese porcheddino che usa Maddalena Frau nelle sue. I figli di Maddalena, gratzias a deus, il sardo lo parlano ancora, per i due maschi la cosa è più semplice che lavorano a San Luri nell’ufficio del padre, delle femmine Elena è a Londra da quattordici anni e ha un “business” di aromoterapia e riflessologia, Monica è da tre anni a Parigi e insegna inglese, tutte e due, mi dice la mamma, il sardo natio non l’hanno scordato. Lei pure si difende piuttosto bene che scrive indifferentemente nella lingua di Ollolai e quella di San Luri. Altri tempi quelli in cui bastava percorrere a carretta cinque chilometri per arrivare sposa in Ollolai da Mamoiada, come la mamma di Maddalena, per sentirsi chiamare una vita a “istrangia”, sa Mamoiadina.  E che tenerezza in cuore nel ricordarlo in poesia: “Tue no mi connosches, terra amada,/ ma mi brillas in coro che fiamma./ Cantu t’istimu cantu Mamujada!/ ca se sa terra de sa mea mamma”.

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