GIOVANI UNIVERSITARI SARDI CON LA VALIGIA: PIU' DI 10 MILA STUDIANO FUORI DALL'ISOLA

giovani sardi del circolo "Remundu Piras" di Carnate in Brianza
giovani sardi del circolo "Remundu Piras" di Carnate in Brianza

di Luca Orrù – Il Portico

Un dato c’è in cui dimostriamo di non essere isola: è quello dei giovani che vanno a studiare fuori per iscriversi nelle università della penisola, del Continente. La bellezza di 10.019 per essere esatti. Numero in crescita dal 2001, quando erano 8.045, +24,5%. Il controcanto vuole che gli iscritti nelle due università della Sardegna siano calati nello stesso periodo del 15% circa a Cagliari e dell’11 a Sassari. Questi alcune dei dati emersi dall’analisi fatta dalla Confcommercio di Nuoro sui dati del Ministero dell’Università. A scorrere i dati si scoprono una serie di curiosità interessanti, come la percentuale di giovani di età tra i 19 ed i 25 anni delle nostre otto provincie che si iscrivono negli atenei sardi e nazionali. Primeggia la provincia di Nuoro con il 52% e quella dell’Ogliastra con il 51%. Sono loro che danno il maggior numero di iscritti agli atenei del Continente con il 16% per Nuoro e 14% per l’Ogliastra, sempre nella fascia di età dedicata agli studi. La Confcommercio ha fatto questo lavoro per completare quello condotto alla fine dello scorso anno sulle imprese che non assumono i giovani sardi. Le imprese non assumono per tante ragioni: per la crisi, perché troppo piccole, perché non esiste un vero sistema di “placement”, perché un laureato costa troppo, perché le aspettative del laureato sono troppo alte e in una piccola impresa non si realizzano. Ma uno degli elementi che colpisce di questa indagine, per nulla apparsa sulla stampa, è che gli imprenditori intervistati, soprattutto quelli del settore turismo, mai avevano visto in faccia un “venditore” dell’università che gli raccontasse di come si può usufruire dei giovani laureati o ospitare stageur. Nel dibattito su questi  numeri, un economista sassarese ha dichiarato che i giovani vanno via per colpa delle raccomandazioni. Onestamente bisognerebbe ricordare che questo principio vale per gran parte del Bel Paese. La lettura dei dati ci spinge a qualche riflessione meritevole di approfondimento. La prima è che i due atenei isolani sono fortemente polarizzati sui territori ad essi contigui. Quindi l’Università di Cagliari ha iscritti in prevalenza delle province vicine e così quella di Sassari: basso interscambio territoriale. Il numero degli “emigrati universitari” è importante ed in crescita: le facoltà più gettonate sono Ingegneria con 1616 (presente solo a Cagliari), Lettere e Filosofia 1275, Economia 1153 e Giurisprudenza 855, a seguire le altre. Con quello che oggi costa mandare un giovane oltre Tirreno non stiamo correndo il rischio di avere una università sarda destinata solo a coloro che non si possono permettere di emigrare? Queste difficoltà delle università sarde non sono altro che lo specchio del sistema economico e sociale dell’Isola in questo periodo. Sono più evidenti a causa delle crisi perdurante. Gli atenei sardi, anziché diventare un fattore critico di successo, come in altre parti d’Italia (poche a dire il vero), d’Europa e soprattutto di alcune zone degli USA, stanno diventando un peso che anziché aiutare il sistema a risollevarsi ne seguono le sorti. I dati, esposti in maniera asettica da Confcommercio Nuoro, è bene utilizzarli non per piangersi addosso. Lo sappiamo tutti della grande schifezza, mangia soldi, che è l’università diffusa o tipo il corsettino di giurisprudenza che si sta per inaugurare a Nuoro (costerà 11 milioni di euro di soldi pubblici in sedici anni). Bisogna decidere cosa deve essere l’Università in Sardegna e forse è bene che a fare questo sia un commissione del Consiglio regionale, visti il valore del tema ed i soldi che la Regione eroga agli atenei sardi.

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