DAI RESIDUATI BELLICI ALLA LAVORAZIONE DEL LATTE: FERRUCCIO PODDA, PECORINO AMORE MIO


di Lucio Salis – Unione Sarda

A 14 anni è andato a vivere da solo, per protesta contro un padre troppo severo. E ha iniziato a lavorare. Non si è ancora fermato. Oggi, se gli chiedi un appuntamento, risponde: «Va bene, sono in stabilimento dalle quattro». Del pomeriggio? «No, del mattino». Ecco il biglietto da visita di Ferruccio Podda, 85 anni, “pirresu”, una vita fra latte e formaggi. Presente non stop, compresi Natale e Capodanno «perché le pecore fanno il latte tutti i giorni». Lo stabilimento, al chilometro 7 della vecchia Statale 131, lui lo chiama anche «la mia creazione. L’ho fatta io». Se non fosse già un buon cristiano «faccio la comunione due volte all’anno, a Pasqua e Natale» sarebbe la sua cattedrale, coi capannoni come navate e gli uffici (modesti) tipo sacristia. Un luogo di culto, circondato da pini, palme e ulivi. Questi ultimi, testimonianza del terreno agricolo acquistato nel 1965, «ancora oggi raccogliamo le olive e dividiamo l’olio coi dipendenti». Con loro ha un rapporto familiare. Ne becca uno al volo: «Oh, ricordati di tagliare l’erba intorno al depuratore». Sostiene di non aver mai avuto grane sindacali, «i problemi li risolviamo fra noi». Lento il turn over: tutti hanno almeno 10 anni di anzianità, «l’altro giorno ne abbiamo festeggiato uno andato in pensione dopo 47 anni. Sono come miei figli: mi vogliono un bene da morire». Camice e cappello bianchi di bucato, Ferruccio Podda svolazza letteralmente da un reparto all’altro nel mostrare, entusiasmo a mille, le meraviglie di un giocattolo costruito pezzo per pezzo, in un tripudio di sfavillante acciaio inossidabile, mai una macchia di ruggine, un segno di usura. Ecco i silos imponenti, “latte di mucca” “latte di vacca”, da qualche parte c’è anche quello di capra. Ecco il laboratorio di analisi, orgoglio dell’azienda «perché, prima di lavorarlo, bisogna essere sicuri che il prodotto sia sano. Qui vengono anche dall’università». Poi la macchina americana che inscatola il tetra pack, la “polivalente” che fa il formaggio, le gigantesche lavatrici per pulire gli stampi delle forme, l’apparato olandese per la salagione. Su tutto, fra vapori di ricotta fumante e profumi delicati, l’ossessione dell’igiene. Di rigore l’abito bianco; ovunque cartelli: “Siate puliti, siate sempre puliti, siate pulitissimi”. Ma il vero cuore del complesso sta nelle cantine: Ferruccio Podda fa da guida fra luci accese e porte aperte da cellule fotoelettriche, temperatura costante di 15 gradi «qui il formaggio stagiona per 6-7 mesi». Le forme stanno impilate sui ripiani degli scaffali o disposte in lunghe teorie. Lui le accarezza, come fossero creature: «Guardi che belle». Imponenti quelle di pecorino Romano, sotto accusa per la crisi della pastorizia. Complice la quotazione del dollaro, nel mercato Usa segna il passo, ma neppure i sardi lo apprezzano. Nei market isolani è pressoché introvabile «perché durante la guerra veniva dato come razione, insieme al pane nero. Ma allora era duro, gessoso, salatissimo. Immangiabile. Ora è più gentile». Un fiume di latte entra ogni giorno nello stabilimento di Sestu: 15 milioni di litri all’anno, trasformati in oltre 16.000 quintali di formaggi, suddivisi fra mozzarella, pecorino, vaccino, misto, caprino, fresina, fresetta, peretta, vasetto tenero. Nomi dolcissimi, da innamorato pazzo. C’è persino il “Pecora Smeralda”, e tanti altri compresi in un listino di una quarantina di voci da cui nasce un fatturato di oltre 15 milioni di euro. Frutto del lavoro di 48 dipendenti fissi più altrettanti padroncini. Organizzazione collaudata, che spiega il buon umore del signor Ferruccio: «Io non ho paura della crisi, vendiamo molto in Sardegna, ma anche all’estero: Germania, Francia, Usa. Sono fra i pochi a non avere problemi. Se lavoro con le banche? Certo, ma sono i direttori a venire a trovarmi. Ospiti graditi». Ottimista a oltranza. Lo è sempre stato e non lo nasconde. Forse anche per questo un sorriso costante gli illumina il viso, mentre altri imprenditori piangono. Unica ombra, mentre nell’ufficio pieno di cimeli ripercorre quasi un secolo di vita, il pensiero del figlio Riccardo «a lui questo lavoro non piaceva» e della moglie Gesuina «che non ci sono più». Oggi lo affianca l’altro figlio, Sandro, «più portato verso il settore amministrativo», mentre l’unica femmina, Loredana, ha una sua attività, “Cuore di Sardegna” artigianato e prodotti tipici, che ne fa un’ambasciatrice delle specialità isolane nel mondo. Col padre Gino, Ferruccio Podda ha avuto un rapporto difficile: «Gli rimproveravo di essere duro con mia madre». A 14 anni, quando i suoi scelgono di trasferirsi a Roma, decide di vivere da solo: «Ho preso la bicicletta e sono andato a lavorare alla Caproni, Elmas, dove riparavano gli aerei. Ci sono stato un anno: meccanico, lattoniere, tappezziere. Poi ho aperto una mia officina». Sempre lontano dal padre «anche se mi rendevo conto che soffriva per la mia assenza, perché lo ignoravo volutamente. Ci siamo ritrovati quando ero già grande, da allora l’ho portato con me dappertutto. Lui andava molto fiero del mio successo». Affetto ritrovato, per un padre che considerava geniale. «Durante la guerra, aveva dovuto abbandonare la sua officina, a Cagliari, in via Carloforte (una delle più grandi in Sardegna, avevamo perfino due ponti-sollevatori) ma non si era perso d’animo. Aveva creato un’altra attività a Pirri, in via Principe di Carignano, sfruttando le sue straordinarie capacità di inventore».  All’epoca, i negozi erano vuoti, certi prodotti introvabili, così Gino Podda inventò dei succedanei, come i coloranti: «Si usavano per tingere i sacchi bianchi della farina americana e ricavarne tessuti per vestiti, camicie e coperte. Bisognava arrangiarsi». La geniale attività dell’ex meccanico produceva anche dentifricio, vasellina, rossetto, rimmel, lucido da scarpe, mentre dal carbone in polvere ricavava palline di combustibile. «Ricordo ancora quella specie di catena di montaggio fatta di bambini sui dieci anni: c’era chi riempiva i vasetti, chi ci scriveva il nome del prodotto, chi sistemava le scatole. Oggi può sembrare strano che io e altri ragazzini lavorassimo, ma c’era la guerra e all’epoca non esistevano tutele per il lavoro minorile. Un giorno mio padre dovette interrompere anche quell’attività: accadde quando si rovesciò addosso un recipiente colmo di additivi che presero fuoco. Rimase ustionato in tutto il corpo». Erano tempi durissimi, Cagliari devastata dai bombardamenti «a ogni allarme cercavamo riparo in una grotta di via Pola. Un giorno le bombe mi sorpresero in via Caprera. Lo spostamento d’aria provocato da uno scoppio, avvenuto forse in via Roma, mi sollevò come un fuscello e mi sbatté dall’altra parte della strada». Infanzia di guerra e di lavoro quella del piccolo Ferruccio. La scuola interrotta al secondo anno del Nautico, in compenso fioriva l’officina, «soprattutto quando finirono le ostilità. Le poche auto esistenti erano disastrate. Io compravo residuati bellici ad Abbasanta e tagliavo, modificavo, aggiungevo, toglievo, secondo le esigenze del momento. Facevo un sacco di soldi. E mio padre non si capacitava che non utilizzassi la grande officina di via Carloforte. Ma era requisita, e io gli ripetevo: is americanus funti is meris. La pacchia finì quando la Fiat riprese a produrre camioncini e i trabiccoli creati da Ferruccio Podda passarono di moda. «Pensai subito a un’attività alternativa: prima il pane poi, nel 1952, scelsi il latte. Lo compravo dai pastori e lo distribuivo nelle rivendite della città, dopo un filtraggio attraverso strati di ovatta. All’inizio fu dura, perché alcuni commercianti si spartivano il mercato per quartieri, ma alla fine li sbaragliai tutti. Il segreto? Semplicissimo, non aggiungevo acqua, come facevano loro. Così su latte e’ Podda diventò rinomato. Alla fine, erano i lattai a chiamarmi».
Ma non fu una passeggiata, la concorrenza reagì male. «Una volta, a Villaspeciosa, un noto grossista di Cagliari, un tipaccio da far paura, mi aggredì. Per fortuna, mi difesero i pastori, che pagavo regolarmente. Lui, invece, li fregava. Ricordo che un giorno, a Decimoputzu, un allevatore lo affrontò puntandogli il fucile. Lui glielo strappò dalle mani e ci pisciò sopra. Davanti a tutti, compresa la vedova Pistis, la possidente più ricca del paese». Dopo qualche anno, Podda è diventato padrone del mercato «ma i tempi cambiavano, bisognava migliorare. Così, con l’aiuto dei professori Cioglia e Spanedda, che mi hanno dato preziosi consigli, ho introdotto il latte pastorizzato in bottiglia. E qualche tempo dopo, quello in contenitori di cartone, che all’inizio furono un disastro». Nella centrale di via Tofane (di fronte al Consorzio agrario) si produceva anche formaggio. Lì nacque la grande intuizione: «Il misto, vaccino e pecorino. Lo facevo col latte che mi avanzava ogni giorno e aveva un grande successo. Ancora oggi è una mia specialità, che molti cercano di imitare. Ma il segreto sta nel dosaggio». Verso la fine degli anni Sessanta, chiude via Tofane e apre lo stabilimento di Sestu. Da allora, è espansione continua. Ferruccio Podda guarda ancora avanti, mentre il mondo agro-pastorale è scosso da grandi tensioni: «Bisogna avere pazienza, se il dollaro riprende quota torneremo a lavorare bene negli Stati Uniti. E a vendere il Romano oggi stoccato a Macomer. Ma non è vero, come qualcuno sostiene, che in Sardegna ci sono troppe pecore. Il latte è il nostro petrolio, dobbiamo continuare. C’è posto per gli industriali e le cooperative». Uomo di pace, Ferruccio Podda non ama le tensioni e rispetta la concorrenza: «Mi è dispiaciuto per la carognata fatta ai fratelli Pinna, di Thiesi. Quella storia del pecorino prodotto in Romania è un’inezia, una sciocchezza che non altera il mercato. Evitiamo, da sardi, di farci del male fra noi».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *