MICHELA MURGIA E IL SUO "AVE MARY": UNA RAGAZZA MADRE DI NOME MARIA


di Maria Paola Masala – Unione Sarda

 

Perennemente divise tra Eva e Maria. Costrette tra la colpa e la redenzione, il peccato originale e la sua negazione, il sì della prima al serpente e il sì della seconda all’Angelo. Ma davvero Eva è la madre di tutti i mali? Davvero noi esuli suoi figli possiamo prendercela soltanto con lei se il Paradiso Terrestre ci è sfuggito? E ancora: l’assenso di Maria è l’accettazione di una imposizione, il certificato dell’obbedienza suprema, o non è piuttosto la più trasgressiva delle scelte? La più rivoluzionaria tra le assunzioni di responsabilità?
Se lo chiede Michela Murgia nel suo Ave Mary, edito da Einaudi-Stile Libero e presentato alla Fiera del Libro di Torino. “E la Chiesa inventò la donna” (parafrasi illuminante del “Et Dieu créa la femme” di Vadim) è il sottotitolo che sintetizza una tesi rincorsa lungo 160 pagine, riassunta in poche righe. «Questo non è un libro sulla Madonna. È un libro su di me, su mia madre, sulle mie amiche e le loro figlie, sulla mia panettiera, la mia maestra e la mia postina. Su tutte le donne che conosco o e riconosco. Dentro ci sono le storie di cui siamo figlie e di cui sono figli anche i nostri uomini: quelli che ci vorrebbero belle e silenti, ma soprattutto gli altri. Questo libro è anche per loro, e l’ho scritto con la consapevolezza che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme». Storia falsa, la chiama. Duro da dire, ma necessario, per una scrittrice credente, fornita di solide basi teologiche e impegno militante, fermamente convinta che il modo in cui la Chiesa ha contribuito a costruire l’immagine femminile abbia creato intorno alla donna una prigione. Offrendole modelli di comportamento intollerabili, relegandola a un ruolo secondario, attribuendole compiti mai decisionali. Facendo di lei, insomma, l’icona dell’obbedienza e della dedizione. A Maria, sbotta la Murgia, non è consentito neppure di morire in termini chiari e netti. «Questo è un libro di esperienza, non di sentenza», tiene a dire l’autrice sin dalle prime pagine. E in questa affermazione c’è la chiave di lettura del saggio. Scritto non per tranciare giudizi o asserire dogmi (bastano di già quelli che esistono) ma per aprire una discussione, stimolare un dibattito intorno alla vera essenza di quell’adolescente che duemila anni fa ebbe l’ardire di accettare l’inaccettabile. Del resto, il ruolo stesso che il piano di Dio le assegna è un ruolo primario. E se lei è trasgressiva, e non chiede consigli a nessuno, trasgressivo è anche l’arcangelo Gabriele che la contatta. Stavolta il messaggero di Dio si rivolge direttamente a lei non ai genitori, o all’ignaro Giuseppe che solo a cose fatte si assume la responsabilità di proteggerla (e non è poco neppure questo). Non fu così quando annunciarono a Zaccaria che Elisabetta sarebbe diventata madre di Giovanni Battista, o a Abramo che Sara avrebbe partorito Isacco. Qualcuno ha definito Ave Mary un saggio di teologia pop. E forse la sua forza sta proprio qui. Nel suo rivolgersi a un pubblico ampio, nel continuo scarto tra analisi teologiche ed esempi di vita vissuta, a volte divertenti, altre irriverenti, nel suo mostrarci come una certa Chiesa (quella trionfante di sicuro) sia riuscita a costruire intorno alla donna un immaginario dove sessualità e piacere sono stati sempre subordinati all’obbedienza; dove la sottomissione femminile, la sua capacità di donarsi, sono diventati punto di riferimento; dove la santità è stata spesso legata alla salvaguardia della propria verginità e non ad altri meriti. Nella sua analisi Michela Murgia non risparmia l’encliclica Mulieris Dignitatem di Karol Wojtyla, che definisce la donna un «essere dotato di una naturale vocazione sponsale», relegandola ancora una volta a un ruolo marginale. Un ruolo, sottolinea, che ha assunto questa visione asfittica dalla metà del XIX secolo, con i nuovi dogmi mariani, su tutti l’Assunzione. Prima, per secoli, l’immaginario collettivo si era nutrito, attraverso l’arte, di madonne più accoglienti che dolenti, più allattanti che contrite. Finché non ha prevalso la Mater Dolorosa che ancora oggi ci governa e ci dà l’esempio. Non è la ragazza madre che sa dire sì (e il suo sì è un no alle convenzioni e al quieto vivere). È una icona, suo malgrado, di quella subalternità femminile che attraverso la religione cattolica ha lasciato sulle donne, credenti o no, il suo stigma, silenzioso e trasversale.

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