“I RINTOCCHI DI GALUSÈ”, IL NUOVO ROMANZO DI ROBERTO BRUGHITTA

Roberto Brughitta

di CARMEN SALIS

Roberto Brughitta si propone con un nuovo romanzo ambientato a Tonara, in una Sardegna degli anni ottanta: I rintocchi di Galusè (Edizioni Amicolibro).

Un nuovo viaggio all’interno della bellissima terra che l’autore ama raccontare, lasciando che il lettore ne scopra tradizioni e bellezza.

Roberto, protagonista del tuo nuovo romanzo è Giacu, il sonnagiargiu, ovvero il creatore di campanacci. Giacu pur essendo un personaggio di fantasia mi ha dato del filo da torcere, in quanto ha un carattere particolare. Non è stato facile gestirlo, pareva dotato di vita propria. Durante la stesura del racconto, sembrava prendere decisioni senza consultarmi. Di professione fa il sonaggiargiu, ed è innamorato del suo lavoro. Ama la natura, rispettoso dell’ambiente che lo circonda, si ostina a vivere nell’unica casa ancora in piedi del villaggio abbandonato di Ilalà, uno dei tanti che esisteva prima di essere tutti inglobati nel paese di Tonara. Giacu è irascibile, testardo, cocciuto e molto geloso dell’unica sorella. Tutto questo, in tempi solo apparentemente molto lontani, ha creato una frattura tra i due, ma si sa, il sangue non è acqua, soprattutto per gli abitanti di quella zona di Sardegna.

La storia di una famiglia che si vedrà, in qualche modo, riunita. Una storia come ce ne sono tante, fatta di litigi incomprensioni ma alla fine anche di tanto amore. Una vedova (tzia Filomena), ormai avanti negli anni, che lei stessa afferma essere arrivata in quel periodo in cui la vita smette di dare e comincia a prendere. I figli sono ormai dall’altra parte del mare a parte uno: Giacu. L’unico figlio rimasto in paese che la va trovare spesso per tenerla d’occhio e l’accompagna nelle frequenti visite mediche in quanto l’anziana ha seri problemi di diabete. L’unica figlia femmina, Atalaia, vive in Lombardia ma piomba inaspettatamente a Tonara con forti possibili intenzioni di restarci, e questo stravolgerà il quieto vivere della famiglia, perché Giacu e Atalaia, un tempo uniti oltre che dal legame di sangue anche da una vera e propria complicità, si erano separati tanti anni prima in modo brusco a causa di un fatto accaduto. La vita del sonaggiargiu è sconvolta soprattutto perché la ragazza arriverà in paese con un bagaglio inaspettato di situazioni nuove e rivelazioni inaspettate.

La magia del suono, che sai raccontare, di un mestiere antico e forse sconosciuto. Che il mestiere del sonaggiargiu sia antico non c’è alcun dubbio. Per logica è comunque sicuramente successivo a quello del pastore. Non dobbiamo dimenticare, però dove viviamo. Nella nostra terra i campanacci non fanno solo parte del mondo degli allevatori, ma anche e sopratutto delle tradizioni carnevalesche che risalgono a periodi lontani dove i riti arcaici e propiziatori derivano comunque sempre dal mondo agropastorale. Nel paese di Tonara ci sono vari laboratori artigianali e in tutti si creano bellissimi campanacci, io ho avuto la fortuna di entrare in uno di questi luoghi sacri e essere accolto da una famiglia che da generazioni si tramanda l’antica arte dei sonaggiargius: i Floris. Ho potuto seguire i vari passaggi della lavorazione e osservare come da un semplice pezzo di latta possa scaturire un vero e proprio strumento musicale. Non voglio descrivere le varie fasi perché le troverete all’interno del romanzo, ma sappiate che l’odore dell’officina di un sanaggiargiu, la vista dei vari macchinari e le centinaia di campanacci appesi alle pareti o deposti nelle grandi ceste in ordine di grandezza e forma, vi avvolgeranno per non lasciarvi più. Il mio consiglio è, infatti, quello di approfittare delle varie manifestazioni per recarvi di persona sul posto ad ammirare tutto ciò che di bello offre Tonara. Fatevi indicare dai suoi ospitali abitanti, le numerose fontane sparse un po’ ovunque, senza tralasciare naturalmente la più importante, Galusè. E mi raccomando, non dimenticate che siete anche nel paese del Torrone. In assoluto il migliore del mondo.

Cosa ti ha portato nei luoghi che ci hai raccontato in questo romanzo? Come molti dei miei lettori sapranno, io sono nato e cresciuto fino alla maggiore età a Cagliari in quello che era definito il sobborgo di Sant’Avendrace. Per chi non lo sapesse, è quel quartiere che al suo interno ha incastonata la necropoli fenicio/punica più grande del mediterraneo: Tuvixeddu. Io la attraversavo a piedi quasi tutti i giorni per recarmi alle scuole medie, oltre che per andare con i miei amici a esplorarne le tombe. Ebbene, pur essendo in città, all’interno di quell’enorme colle ci pascolava un gregge di almeno una trentina di capi. Ricordo che m’incantavo per decine di minuti a osservarle e che questo mi dava un grande senso di tranquillità. Da adulto scoprii che quella bella sensazione non arrivava solo dall’osservare le pecore ma dal quel suono che trasportavano. Il tintinnio dei campanacci, vera e propria melodia ancestrale. Se parliamo di Culurgiones pensiamo all’Ogliastra, se nominiamo le arance, il Sarrabus, se invece vediamo Torrone o Campanacci la mente non può che andare a Tonara. Ed è per questo motivo che in uno di quei periodi liberi tra un lockdown e l’altro mi recai nel paese barbaricino per immergermi nel magico mondo dei sonaggiargius. Il romanzo non è altro che una conseguenza di quei magnifici giorni passati insieme a persone meravigliose che dal primo giorno hanno accolto questo sconosciuto come uno di famiglia.  

L’immagine di copertina racchiude la forza della storia. La foto è mia, come anche quella di quarta di copertina, scattate entrambe nell’officina della famiglia Floris e autorizzato prima di poterle pubblicare. Poco fa ho detto che per realizzare un campanaccio ci vogliono una moltitudine di fasi di lavorazione. L’ultima, che poi è anche quella finale, è l’accordatura. Il sonaggiargiu è seduto al centro di una stanza, le sue mani callose pregne di limatura di ferro impugnano il campanaccio e la martellina. Ci possono essere anche altre persone nella stanza, ma lui è solo, in quel preciso momento riesce a isolarsi dal mondo esterno e il suo orecchio percepisce solo quei piccoli ma decisi colpi secchi dovuti all’oscillazione del campanaccio rivestito d’ottone. L’uomo ripeterà l’operazione più volte, alternando il tintinnio con dei leggeri colpi di martellina al campanaccio infilato in una sorta di piccola incudine. Al termine dell’operazione, dal campanaccio scaturirà lo stesso, e non simile, timbro musicale degli altri facente parte dello stesso gruppo destinato a un unico gregge. Sì, credo che veramente la foto della copertina racchiuda tutta la forza della narrazione.

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8 commenti

  1. Grazie, bellissimo articolo. Come tutti gli altri d’altronde.

  2. Bello! Coinvolgente… sicuramente un libro da leggere. Mi piacerebbe molto presentarlo nel nostro circolo. Chissà!

  3. Certi personaggi, seppur di fantasia, danno del filo da torcere (semi cit. Roberto Brughitta
    )..
    Non vedo l’ora che mi arrivi!!

  4. Ma x averne uno come bisogna fare?

  5. Voglio leggerlo!Questo articolo mi ha fatto proprio incuriosire..bravo Roberto..dove si può acquistare?

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