LA PIOGGIA SCENDE FORTE, PARE SPACCHI I VETRI … ROSI (ROSARIA FLORIS) E MATTI (MATTEO PORRU), STORIA DI UN LEGAME

Rosaria Floris

di MATTEO PORRU

La pioggia scende forte, pare spacchi i vetri.

Inizia così l’intervista che Rosaria Floris fece al me sedicenne, qualche mese prima dell’uscita del mio primo romanzo. Le sarebbe servita per il suo nuovo libro, un sequel di Costruens: costruttori in punta di penna, che avrebbe dovuto raccogliere le storie delle personalità distinte della Cagliari moderna. Ma non lo sapevo, io, mentre chiacchieravo. Sapevo solo che voleva fare una chiacchierata con un microfono, per riascoltarla. Poi la vita le ha fatto una smorfia. Nelle ultime chiamate al telefono, la malattia le aveva reso la voce pastosa e stanca, ma non era riuscita a toccare la testa, e che testa, che aveva raccontato storie e persone per anni.

Se n’è andata esattamente due anni fa, mentre ero in volo fra Roma e New York per festeggiare i miei diciotto anni. E ho riascoltato quell’intervista per sentire la sua voce, quell’intervista che sarebbe rimasta nostra e che nessuno avrebbe ascoltato mai. E la riascolto spesso, quando sono solo, per ricordarmi di lei e dei due tè al bergamotto che ci eravamo presi in quella serata cagliaritana in cui la pioggia scendeva davvero forte e pareva davvero spaccasse i vetri. Se non l’avesse detto lei, immagino non me lo sarei ricordato nemmeno. E non me lo ricordo tuttora. Perché quando parlavi con Rosaria, il tempo si fermava. Dove si entrasse, non lo so. Ma era un posto caldo, tutto suo, stupendo. Dove ora, magari, è lei. E se è lì, mentre scrivo questo articolo, mi guarda e sorride.

E mi chiama Matti. Mi chiamò così anche la prima volta che la conobbi, alla libreria Cocco. Galeotto fu una serata dell’editore La Zattera, con il quale lei aveva pubblicato Costruens e con il quale io stavo per pubblicare The mission. Ricordo quell’incontro come fosse ieri, il soprabito rosso che indossava, gli orecchini punto luce, un viso rotondo ben truccato e un profumo inconfondibile che era il suo e gliel’avrei sempre sentito addosso. Ogni tanto mi capita di sentirne uno simile e il pensiero va sempre a lei.

Sapevo bene chi avevo davanti, Alessandro (l’editore in conune, n.d.r) me ne aveva parlato benissimo: Rosaria era nata a Villanova e si era dedicata alla scrittura da sempre, ma con più assiduità dal 2003, con un esordio autobiografico che univa riflessioni e ironie, prosa e poesia: “Per non morire in silenzio ascolto”, che lei poi mi avrebbe regalato con dedica.

Nel 2006 uscì “La voglia di sognare”, anche questa un’opera mista di stili, lingue e tematiche. C’è il sardo e l’italiano e tanta poesia: l’amore, il futuro, il tempo che perdiamo e quello che valorizziamo, la quotidianità cagliaritana che lei conosceva benissimo e che viveva fra circoli di letteratura e iniziative culturali. Era stata premiata tante volte per la sua attività di poetessa: nella nona edizione del premio “Città di Iglesias” era arrivata terza con “In s’aira profumu de vida”, la mia poesia preferita fra le sue (forse perchè me la tradusse lei in italiano perchè io, il sardo, non lo parlavo); e nel 2011, sempre a Iglesias, ottenne una menzione speciale. Nel 2010 Condaghes le pubblicò il suo terzo lavoro, che poi sarebbe stato l’inizio di un percorso che Rosaria aveva ben chiaro e lo definì bene già dal titolo: “Passeggiando… L’anima di Cagliari, la città vista attraverso una lente particolare, quella dell’anima dei personaggi che l’hanno animata”.

Rosaria aveva scritto tanto e di tutto. Ma la dote più grande di Rosaria, oltre alla scrittura, era l’ascolto, la premura, la vicinanza.

E quando le venne l’idea di unire le sue due inclinazioni migliori, trovò un equilibrio bellissimo, che le stava benissimo addosso e che avrebbe continuato insieme alla poesia che, oltre a comporre, conosceva perfettamente. Nel 2012 uscì la sua prima vera opera di narrativa “Il colore del perdono”, un romanzo di rara delicatezza ambientato a Orani che su uno sfondo di una storia di lontananze, contatti, segreti e rimpianti dei due protagonisti fratelli, Antonio e Gonaria, gioca sul colore delle emozioni, unendo arcaico e contemporaneo, silenzio e baccano. Trent’anni di distanza dall’infanzia comune, una voglia di ricominciare e di stringersi forte per non lasciarsi mai, per non restare lontani, per non andare perduti, ancora una volta. Più Costruens, che aveva pubblicato con La Zattera nel 2016, un’altra grande e meravigliosa antologia dei grandi nomi che avevano cambiato Cagliari negli anni, letteralmente, ricostruendola.

Davanti a questa donna, a un’autrice del genere, dissi solo quattro parole: è un’onore, signora.

Lei mi guardò dentro e mi disse “Rosi, Matte, da oggi sono Rosi”. Con Rosi, l’avrei sempre chiamata così, ho condiviso alcuni dei momenti più belli della mia vita. Con Rosi ho fatto la prima presentazione assoluta della mia vita, lei leggeva e le pagine di The mission, quella sera del primo giugno 2017, le lesse da Dio, come non aveva fatto nessuno e come non avrebbe mai fatto più nessuno. Con Rosi, a maggio, andai al Salone del Libro di Torino per la prima volta, e a Torino abbiamo riso, chiacchierato, mangiato insieme e fatto scherzi, passeggiato di notte e cantato Gino Paoli e ci siamo confidati tante cose che ci siamo promessi di portare dentro per sempre e così lei ha fatto e così io farò. Con Rosi, quell’estate, lessi alla Notte dei Poeti, uno spazio culturale che aveva curato anche lei, come sapeva fare solo lei, alla Marina di Cagliari.

Rosi, l’anno dopo, l’ho persa un po’ di vista. Non ho saputo da lei che si era ammalata ma ho saputo da lei che stava lottando. E ho saputo da lei che era serena ma che stava soffrendo. Mi ha chiamato qualche mese prima di andarsene e la voce non era più la sua. Le ultime parole che ci siamo scambiati mi fanno male ancora oggi: mi disse “Ciao, Matti caro, sentiamoci quando capita”. Non capitò più e mi fa male che non sia riuscito a farlo capitare.

Ciao, Rosi, non ci sei da due anni e mi manchi tanto. Ti ho ricordato sempre e in tante occasioni e lo faccio anche qui, oggi che non posso non pensarti. Guarda che ti vedo, che ridi. Non commuoverti, che sennò poi mi commuovo anche io. Niente, mi sono commosso, mi piove dentro, tanto.

La pioggia cade forte, pare spacchi i vetri.

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