LA FREDDA ACCOGLIENZA TRA ROMA E MILANO AI PASTORI SARDI: "DA OGGI, NON SIAMO PIU' ITALIANI!"

pastori sardi di fronte alla Borsa di Milano
pastori sardi di fronte alla Borsa di Milano

di Rossella Cabras

Una Piazza Affari ombrosa, spazzata da insolite raffiche di vento, è stata la destinazione scelta dal Movimento dei pastori sardi (MPA) per la sua nuova trasferta continentale. L’accoglienza apparentemente più civile, rispetto al vergognoso precedente di Civitavecchia, riservata ai nostri connazionali in terra milanese, ha avuto la sua smentita nel momento in cui, finita la manifestazione davanti al Palazzo della Borsa, si è deciso di  sciogliere le righe e di concludere la trasferta con una collettiva passeggiata per le vie della città, candidata a città internazionale e dell’accoglienza col prossimo Expo. 

E’ stato in quel momento che la faccia repressiva e discriminatoria dello stato italiano ha mostrato il suo vero volto. Infatti, nonostante MPA avesse previamente comunicato con la questura di Sassari e con quella di Milano per ottenere le necessarie autorizzazioni, già dall’arrivo a Genova si sono avute le prime avvisaglie del trattamento che gli sarebbe stato riservato nel resto della giornata.

Bloccati sulla nave per oltre un’ora dopo l’attracco, in modo da ritardarne l’arrivo a Milano previsto per le nove e mezzo; chiusura della Borsa alle undici per scongiurare il rischio di qualche incursione nel Palazzo da parte dei pastori sardi. Così l’arrivo festante, contrassegnato dallo strombazzare dei clacson dei pullman che hanno condotto i manifestanti fino all’interno di una Piazza Affari blindata, si è presto trasformato in uno scenario di tensione con le forze dell’ordine che, presenti nella piazza in maniera ingente, in numero pari o superiore a quello dei manifestanti, hanno impedito l’uscita del blocco dei pastori sardi dal perimetro della piazza, una volta conclusa la manifestazione. L’unica possibilità loro concessa è stata quella di riprendere la via del ritorno scortati dalla polizia, così come al loro arrivo. Nessuno poteva abbandonare l’insolito recinto, nemmeno per poter raggiungere i bagni dei bar. Quando alcuni dei manifestanti, esasperati e tesi per la situazione assurda che si era creata, hanno accennato a voler orinare sui poliziotti, solo allora sono stati scortati verso i bagni più vicini.

Questa è l’accoglienza che la città meneghina e il governo italiano hanno deciso di riservare ai nostri connazionali, contribuendo ad accrescere la sfiducia nelle istituzioni di uno stato troppo spesso assente o malevolo nei confronti dell’isola. “Scrivetelo che da oggi noi non siamo più italiani. Non ci riconosciamo in questo stato.”, urlava in lacrime una signora ai pochi giornalisti presenti. Tutto ciò sotto lo sguardo attonito e impotente dei pochi sardi disterraos presenti, fra cui il Presidente della FASI Tonino Mulas, il quale ha solo potuto costatare l’assoluta scorrettezza di un approccio improntato a logiche discriminatorie e lesive delle libertà individuali di un qualsiasi cittadino italiano. La provvisoria deportazione subita dai pastori sardi e dai loro simpatizzanti ieri a Milano ha provocato l’ira e l’indignazione dei leader della protesta ed un profondo sconforto per la evidente scarsissima attenzione che viene dedicata ai problemi di questa categoria di lavoratori,  che, per la rilevanza del proprio ruolo in Sardegna e la dignità dimostrata nelle proprie uscite pubbliche, non può essere trattata alla stregua di un gruppo di fanatici hooligans o di una categoria pericolosa per l’ordine pubblico.

Fingendo di non vedere che si tratta di uomini e donne di età diverse, giovani e meno giovani, la cui unica richiesta è quella di volere salvaguardato il diritto a lavorare e produrre nella propria terra, svolgendo un lavoro faticoso e poco remunerativo, unica alternativa, spesso, alla disoccupazione e alla emigrazione. 

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