CONVEGNO SULLA DIPENDENZA ECONOMICA DELLA SARDEGNA NELL'OTTOCENTO, ORGANIZZATO DAL CIRCOLO "ELEONORA D'ARBOREA" DI BOLZANO

nella foto, l'autrice dell'articolo
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di Maria Antonietta Deroma

L’incontro tenutosi a Bolzano il 26 febbraio 2011, organizzato dal circolo “Eleonora d’Arborea”, è stato introdotto dal Presidente gen. Fabrizio Cicalò e successivamente dal dr. Costanzo Pazzona che  ha presentato il relatore prof. Federico Francioni  ed il tema dell’incontro “i mecccanismi  che hanno determinato la dipendenza economica della Sardegna nell’Ottocento”. Su richiesta del Presidente, Francioni si è soffermato in primo luogo sulla legge delle chiudende (editto del re Vittorio Emanuele I del 1820) che ha consentito a printzipales, avvocati ed ecclesiastici di recintare i terreni e di alzare gli affitti; ciò ha colpito soprattutto i pastori. Non c’è stato in Sardegna un ceto di proprietari in grado, una volta effettuate le recinzioni, di introdurre migliorie nei fondi, di investire nell’agricoltura e nella pastorizia e di utilizzare i profitti per investimenti nello stesso settore o in quello industriale. Francioni si è poi soffermato sull’abolizione del feudalesimo (dal 1835, durante il regno di Carlo Alberto), pagato da Comuni e da villaggi, costretti ad indebitarsi per un riscatto esorbitante dalle prestazioni baronali. Ha poi fatto riferimento al catasto, compilato in maniera da suscitare la vibrata protesta di Giovanni Battista Tuveri, parlamentare, giornalista, federalista, spirito democratico battagliero. Nell’imposta sul reddito imponibile la Sardegna fu gravata con un’aliquota pari a quello delle regioni più ricche d’Italia, come Torino e Lomellina. Nel quadro della devoluzione al demanio di terreni per debito d’imposta, la Sardegna figura al primo posto fra le regioni dello Stato italiano, è senza dubbio la terra più espropriata. Il relatore ha poi citato le stime – sul gettito fiscale imposto annualmente alla Sardegna – ricordando le cifre fornite dallo stesso Tuveri e da Giuseppe Todde. La spoliazione del manto boschivo e i profitti realizzati dai capitalisti piemontesi e stranieri, grazie all’intenso sfruttamento minerario, delineano un rapporto di tipo coloniale cui la Sardegna è stata sottoposta grazie al decisivo apporto di un ceto politico dirigente locale con vocazione alla subalternità. Francioni ha poi parlato del danno derivante alla Sardegna dalla guerra delle tariffe contro la Francia, condotta dal governo di Francesco Crispi, che priva l’isola di un decisivo sbocco per le esportazioni di prodotti caseari e di bestiame. Ciò avveniva dopo che l’isola aveva mandato importanti segnali che facevano intravvedere la volontà di liberarsi dalla dipendenza. Nell’isola c’è stata un’aurorale rivoluzione industriale – si pensi in particolare alle ricerche e ai volumi di Sandro Ruju – che però alla lunga, fra Ottocento e Novecento, viene stroncata dall’instaurarsi di nuovi meccanismi della dipendenza.  Il relatore ha infine affermato che il  tipo di rapporto instaurato dall’isola con Torino e con Roma appare per certi versi di carattere coloniale, facendo con ciò riferimento a un importante dibattito storiografico in cui sono stati protagonisti John Day – storico franco-americano che ha parlato dell’isola come “laboratorio di storia coloniale” – e Marco Tangheroni. Quest’ultimo è stato critico di Day, ma ha riconosciuto che alcuni aspetti dello “scambio ineguale impoverente” si può senz’altro riscontrare fin dalle relazioni economiche della Sardegna con Genova e Pisa. Francioni ha fatto inoltre riferimento agli studi di Gavino Fara, Giovanni Maria Lei-Spano, Girolamo Sotgiu e di altri.  Il successivo breve intervento di Pazzona ha in primo luogo sottolineato alcune differenze tra l’esperienza delle Chiudende in Sardegna e le precedenti “Enclosures” inglesi.  Nel caso inglese ( vedi Polanyi e Marx tra gli altri) le Enclosures hanno permesso con la chiusura  dei fondi la concentrazione della proprietà fondiaria, la specializzazione pastorale, la creazione del moderno proletariato ed il suo successivo utilizzo, tra l’altro, al servizio della nascente industria, in primis della lana. In Sardegna il mancato sviluppo economico sicuramente si spiega con le variabili richiamate da Francioni. Sarebbe tuttavia interessante disporre anche di una valutazione dell’ insufficiente formazione del capitale e del proletariato (e quindi di un adeguato esercito di riserva) e del persistere di  forme sociali premoderne  quali freni ad un pur timido sviluppo. Anche il drenaggio di risorse attraverso il catasto e l’imposizione fiscale  potrebbero essere letti, secondo lo schema di Gerschenkron, come un tipico spostamento di risorse dall’agricoltura all’industria, settore che ben presente nella penisola  purtroppo era allo stato  “aurorale” in Sardegna  (come l’ha definita Francioni) e quindi non in grado di avvantaggiarsi di tale processo. Prendere in considerazione anche tali aspetti potrebbe chiarire meglio la natura del rapporto (coloniale o di dipendenza?)  instaurato con i dominatori. Numerosissimi gli interventi del pubblico, interventi  che hanno riguardato con grande passione la nostra antica ma anche la più recente storia economica, il ruolo dell’imprenditorialità, i fenomeni di malcostume, gli usi civici. etc. Particolarmente apprezzato il frequente rimando alla realtà attuale, alle somiglianze, alle ricorrenze, all’attualità.. ecc.

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