INTERVISTA PER "LA REPUBBLICA". L'AVVENTURA SPERICOLATA DI PAOLO FRESU: "PER I MIEI 50 ANNI INVADO LA SARDEGNA A SUON DI JAZZ"

Paolo Fresu il 10 febbraio compirà 50 anni
Paolo Fresu il 10 febbraio compirà 50 anni

di Giacomo Pelliciotti *

Più che un tour sarà un’avventura spericolata, una specie di ricerca dell’arca perduta nei paesi e villaggi della Sardegna in compagnia di vere e proprie celebrità del jazz internazionale, tutti amici-musicisti incontrati e conosciuti in trent’anni di carriera. È il grande regalo che si fa Paolo Fresu per il suo compleanno numero 50. Gli anni li compirà il 10 febbraio, ma il trombettista di Berchidda (Cagliari) ha deciso di festeggiarli la prossima estate con una vertiginosa impresa, “tra il folle e l’ambizioso”, come dice lui. Si chiamerà “50 50”: 50 come i suoi anni e 50 come i concerti programmati dal 12 giugno al 31 luglio ininterrottamente, una sera dopo l’altra in posti sempre diversi della Sardegna. Una lunga carovana musicale: si parte da Berchidda e si arriva a Cagliari. “È una follia, lo so, ma mi sono fatto prendere dall’idea della Sardegna che diventa centro del mondo, come a volte accade al festival “Time in Jazz” di Berchidda, il mio paese natale”, racconta Paolo Fresu, a bassa voce, come fa d’abitudine, ma con parole cariche di entusiasmo. Fresu, un compleanno sontuoso il suo. Cosa altro può essere se non una sfida progettare 50 concerti di fila l’uno diverso dall’altro in posti dove forse mai più ci sarà un altro concerto. “Niente a che vedere con i normali teatri: abbiamo chiesto ai comuni sardi di scegliere luoghi-simbolo, di interesse architettonico o sociale, anche se difficili da raggiungere. Sarà un viaggio musicale e artistico in giro per l’isola con una vera carovana di tecnici e specialisti del suono che monteranno e smonteranno ogni giorno uno spettacolo nuovo”. E chi la seguirà?
“Ci saranno tutti i musicisti con i quali ho collaborato fino ad oggi, provenienti da tutto il mondo. Da Carla Bley e Steve Swallow a Ornella Vanoni, da Uri Caine o Bojan Z al trio con Richard Galliano e Jan Lundgren, ma anche attori come Lella Costa. Ci esibiremo in scenari naturali e poco usuali, sui reperti di
un teatro romano o nel magnifico villaggio nuragico di Barumini. E poi in un luogo da sogno”. Quale?
“È un sogno che si avvera suonare sull’isoletta Forradada vicino Alghero, magari sulle barche perché non c’è altro posto per montare il palco. Ecco un’altra sfida da affrontare, il rispetto per l’ambiente, come abbiamo già iniziato a fare da tre anni a Berchidda. Stavolta preserveremo luoghi così incontaminati, producendo noi stessi l’energia elettrica con sistemi innovativi. Tutto sembra molto complesso, ma ci riusciremo. Ci saranno artisti che varcheranno l’oceano per suonare una sola sera, sapendo che non sarà alla Carnegie Hall. Ma proprio per questo avrà più senso. Alla fine del tour uscirà un libro e forse un film. Un libro a più mani, un diario di bordo scritto da tutti i partecipanti alla nostra movimentata avventura”. Tutto il progetto sembra un omaggio alla sua terra, la Sardegna? “Lo è. La Sardegna ha dato un contributo fondamentale alla cultura del nostro paese, esportando pensatori, artisti e politici di grande livello, sia di destra che di sinistra. Eppure continuano a trattarla come se fosse l’ultimo chilometro dell’impero. Sono figlio di pastori e so cosa vuol dire vivere la campagna realmente. Mio padre ha fatto grandi sacrifici per farmi studiare. Dopo essermi diplomato come perito elettrotecnico, fui convocato a Sassari per un colloquio di lavoro. Ero uno dei migliori e mi offrirono un impiego allettante che rifiutai, ma mio padre non fece drammi. “Fai quello che vuoi”, mi disse, “basta che non fai il pastore””. Perché? “Perché sapeva che fare il pastore oggi è un inferno. E quando li vedo che manifestano e vengono picchiati, mi viene da piangere. La Sardegna attraversa un momento difficilissimo, come tutta l’Italia. Ma pur con tutte le potenzialità turistiche, l’ambiente straordinario, le risorse e la cultura che offre, non mi pare che stia ottenendo dal governo un aiuto effettivo. Mi fa così tristezza. Ma io non mi rassegno e dedico spesso i miei concerti alle ragioni dei pastori sardi, come ho appena fatto a Orvieto a Umbria Jazz. L’anno scorso a Berchidda ho fatto salire sul palco una delegazione degli operai della Vinyls che protestavano all’Asinara, sollevando l’annoso problema mai risolto della petrolchimica nell’isola”. Tornando alla musica, le dà fastidio quando l’accusano di avere rubato il suono della tromba di Miles Davis, sordina compresa? “Nessun fastidio, d’altra parte ho sempre detto che Miles Davis è stato un mio grande maestro. Come lo è stato anche Chet Baker, con il suo lirismo sconfinato. Ma con il suo percorso sempre innovativo Miles Davis è uno che ha cambiato più volte il corso della musica. Un grande dello stesso livello di Fellini, Picasso e pochi altri”.

* La Repubblica

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