TAJABONE", VISIONE PER GLI EMIGRATI SARDI DOPO IL SUCCESSO ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: LA F.A.S.I. PRESENTA A MILANO IL FILM DI SALVATORE MEREU

Tonino Mulas e Pierangela Abis, membri dell'Esecutivo della Federazione delle Associazioni dei Sardi in Italia
Tonino Mulas e Pierangela Abis, membri dell'Esecutivo della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia

di Sergio Portas

Al centro culturale San Fedele in Milano la FASI di Tonino Mulas, lui presente, invitava i sardi qui residenti a vedersi gratis i film premiati nel concorso internazionale per la produzione di cortometraggi a titolo “L’emigrazione dei sardi”. Nonché alla proiezione dell’ultimo film del regista Salvatore Mereu, quello di Sonetaula e Ballo a tre passi, che per campare dignitosamente fa l’educatore all’immagine nelle scuole di Cagliari ( come noto sono tempi duri per chiunque si occupi di cultura in senso lato, nel nostro meraviglioso bel paese). Approfittando del contesto  in cui opera, Mereu ha messo insieme la sceneggiatura insieme ai ragazzini delle scuole medie in cui  giornalmente interagisce, quartieri di Cagliari non proprio di prima qualità, vincendo la scommessa che le storie di vita ordinaria, talvolta strappata con i denti, vissuta dai suoi alunni potesse assurgere a canone d’interesse cinematografico. Il risultato di 67 minuti di film, costati 10.000 euro, presentati alla 67° Mostra del Cinema di Venezia ( sezione Controcampo), hanno scatenato applausi di pubblico e di critica nonché il premio per il miglior film ottenuto con il più basso “budget”, che meno di così non si poteva davvero spendere. Titolo dell’opera: Tajabone. I continentali potrebbero pensare che ‘sto tajabone possa essere parente di un qualche mammuthone o roba del genere, si sa che quelli di Nuoro un poco barbari lo sono anche adesso e parlano “strano”, ma anche i sardi doc si debbono arrendere all’evidenza che il film, girato tra le vie del capoluogo isolano, si fregi di un titolo che viene dalla tradizione africana, senegalese per la precisione. In realtà se avrete la fortuna di vederlo questo lungometraggio non potrete sfuggire alla magia della canzone che figlio e madre di colore cantano alla fine della storia che li contraddistingue, lieto fine questa volta, che Kadim, adolescente sovrappeso, riesce a trovare lavoro in una pizzeria e si potrà così continuare a pagare l’affitto di casa. Che il babbo non c’è, anche se i suoi precetti di vita vengono obbediti fino all’eccesso: in casa non debbono mai entrare estranei, anche se vengono a proporti il lavoro che ti salva dall’indigenza. La canzone, portata al successo da Ismael Lo, il Bob Dylan africano, i patiti di cinema l’hanno già potuta orecchiare in “Tutto su mia madre” dello spagnolo Almodovar, tratta di angeli che se ne vengono alla fine del Ramadan a domandare ai fedeli dei loro peccati e digiuni. E agli angeli dell’Islam da un po’ di tempo tocca fare gli straordinari e debbono venirsene anche in Sardegna che non è più quell’isola incontaminata di qualche decennio fa. Ora le storie dei ragazzini cagliaritani si intrecciano con quelle dei loro coetanei rumeni, filippini, senegalesi e ai sardi, cito Mereu: è giocoforza rendersi conto che è crollato uno dei concetti attorno a cui hanno costruito la loro identità, quello di considerarsi periferici, di arroccarsi nell’isolamento, costruendoci sopra un’estetica artistica e letteraria. Insomma è ora di prendere atto che ci sono periferie del mondo ben più misere della Sardegna che,per molti di questi migranti ad una nuova vita, assurge a meta agognata da raggiungere, abitare, vivere. E inevitabilmente meta privilegiata è la grande città, Cagliari nel nostro caso, che ai più disperati non può che offrire i suoi quartieri più sgarrupati, mettendo forzosamente a vivere a stretto contatto i suoi abitanti più poveri e i nuovi arrivati al banchetto dell’internazionalismo, della famosa globalizzazione. E la scuola italiana, bistrattata dalle Gelmini e dalle Moratti, che l’hanno retta, si fa per dire, in nome di quel Tremonti che la usa a mò di bancomat , per comprare i cacciabombardieri di La Russa, almeno fino al livello medio è capace di trattare tutti gli alunni allo stesso modo. Facendo così un lavoro di preziosa integrazione, per cui i senegalesi che vanno alla Alagon di san Michele, inevitabilmente se ne usciranno con un accento che più “casteddaiu” non si può. E se anche non si potranno certo definire sardi, non saranno neanche più africani, o cinesi o pakistani. Saranno i nuovi cittadini del mondo. Le storie delle loro vite saranno sorelle di quelle che Mereu ci fa vedere nel suo film, qualcuno, eterno Romeo e Giulietta, che fugge per amore, neanche tanto contrastato in verità, i romeni che abitano quelle sgangherate roulotte della periferia continuano in maniera pervicace a far sposare le loro figlie appena compiuti i quattordici anni. E poco meno debbono averne i nostri eroi di Tajabone. Poi ci sono le ragazzine che a undici anni “si fidanzano”, si rubano l’innamorato l’un l’altra, talvolta formano bande che si lasciano trascinare a forme di bullismo inquietanti. Del resto Mereu ha dichiarato che quest’opera era propedeutica ad una di maggiore dignità culturale, lui vuole realizzare un film “vero” traendo spunto dal libro di Sergio Atzeni “Bellas mariposas”. Me lo sono andato a rileggere, che non mi era piaciuto granchè, ebbene mi ero sbagliato di grosso: il libro è bellissimo e le belle maripose di cui parla sono anche esse collocate in un quartiere popolare di Cagliari. Dodici anni l’una, alle spalle famiglie disastrate che hanno reso la loro pelle simile a corazza medievale. Mantenedo ovviamente l’ingenuità della fanciullezza e un candore che non viene scalfito dalle brutture quotidiane di chi è costretto in vite d’emarginazione e di privazione culturale e morale.  Caterina, una delle due, ha l’innamorato al quinto piano, tale Gigi, lui “non si è mai permesso di allungare le mani se provava glielo tagliavo . Se ti fai toccare l’albicocca da bambina finisci come mia sorella Mandarina pringia a tredici anni adesso ne ha venti e ha tre figli batte in casa privata… ”. Nell’appartamento sopra il suo abita signora Sias che canta canzoni di moda: ”Penso positivo di Iovannotti l’ha cantata almeno trenta notti di seguito babbo ha detto Se  non cambia canzone mi compro una mitraglia e una di queste notti faccio Rambo sfondo la porta e bocciu a issa e a cuddu calloni tontu ( signor Federico, il marito “babbasone” n.d.r.). L’altra mariposa si chiama Luna Cotzas, è altrettanto scafata, capace di rubare trentamila lire a un “pezzemmerda” ( in cambio di una prestazione orale non consumata davanti al palazzo di giustizia) solo per potersi permettere gelati a volontà, di panna zabaione e cioccolato. Due farfalle di una Cagliari assolata tanto “che il sole scaldava l’asfalto e bisognava  staccare i sandali coi denti”. Due farfalle che scorazzano sui mezzi pubblici, senza ovviamente pagare biglietti di sorta, e usano la città e la sua spiaggia come fosse un luna park d’altri tempi. Tenere, feroci e meravigliose. Come dice l’autista di quel pulman, uno giovane coi capelli color ‘e pistinaga. “bella barra po essi pippias”. Se Mereu riuscirà a mantenere il tocco magico con cui ha condito Tajabone e troverà nella periferia di Cagliari due mariposas all’altezza ne verrà fuori un capolavoro. Il guaio è che ci vorranno ben più di diecimila euro e le prime pagine dei nostri quotidiani sono inondate dalle polemiche riguardanti i tagli alla cultura di questo crepuscolare governo Berlusconi. Sparare ( metaforicamente) sull’attuale ministro che dovrebbe occuparsi dei beni culturali, e quindi anche di cinema, è come infierire sulla croce rossa. Si dovrebbe prendere esempio dai senegalesi, loro quando si trattò di scegliere il primo presidente della nuova Repubblica, dopo l’esperienza coloniale francese, si scelsero a primo cittadino Léopold Sédar Senghor, era un poeta.

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