OZIERI RENDE OMAGGIO A GIUSEPPE ALTANA, L'ARTIGIANO DELLA PITTURA

"festa a Saccargia" - olio su cartone (1950) di Giuseppe Altana
"festa a Saccargia" - olio su cartone (1950) di Giuseppe Altana

di Giuliana Altea *

Perfino nella sua terra d’origine, la Sardegna, il nome del pittore Giuseppe Altana (nato a Torino nel 1886 e scomparso a Ozieri nel 1975) non dice molto al pubblico e forse neanche alla maggior parte degli storici dell’arte; a dispetto di una vita lunga e operosa, infatti, Altana era fino a ieri tra i rari artisti isolani del primo Novecento che non avessero ancora avuto diritto a una mostra antologica e a un catalogo volti a ricostruirne la vicenda. Fino a ieri, perché ora la rassegna dedicatagli dal comune della sua città natale, Ozieri, e dall’Istituzione Culturale San Michele (nell’ex Centrale Elettrica, via De Gasperi, fino al 30 gennaio) nonché la monografia che la accompagna, redatta da Michele Calaresu, hanno provveduto a colmare questa lacuna. Calaresu, architetto appassionato d’arte, ha rintracciato e schedato pazientemente circa seicento opere, delle quali un centinaio sono presenti in mostra: più che abbastanza per delineare il percorso dell’artista, la cui tendenza a mantenere immutati stile e temi gli faceva ripetere in vecchiaia: “sono in pittura come nel vestire: con la cravatta a farfalla del primo vero abito da uomo”. L’abito della pittura di Altana era stato cucito a Torino ai primi del secolo, dapprima nell’alunnato presso Andrea Tavernier, paesaggista tardoromantico che doveva lasciare una forte impronta sul suo lavoro, quindi negli studi all’Albertina, dove entrò nel 1910 già ventiquattrenne e dove fu esposto all’infuenza di Giacomo Grosso, acclamato rappresentante di un realismo borghese di piglio sapido e brillante se non proprio raffinatissimo. Rispetto alla maggioranza dei colleghi sardi della sua generazione, Altana aveva dunque potuto contare su un tirocinio accademico: ma questo si sarebbe rivelato tanto un vantaggio quanto uno svantaggio. Vantaggio, perché gli fornì rapidamente le indispensabili basi tecniche; svantaggio, perché nel delicato momento della formazione lo mise a contatto con un ambiente che prima della venuta a Torino dell’intellettualissimo Casorati tendeva a concepire l’arte più come attività manuale che come fatto di cultura e di idee. Il clima torinese, fattivo ma non molto aperto, avrebbe condizionato il suo atteggiamento (un aneddoto la dice lunga in proposito: Altana e il collega Mario Delitala, arruolati, si presentano al comando militare. Richiesti della loro occupazione da civili, Delitala si qualifica come “artista” e viene fatto accomodare in ufficio con deferenza; Altana si definisce “pittore” e viene indirizzato sbrigativamente verso un muro da imbiancare). Forse per il suo intendere l’arte anzitutto come mestiere, come alto artigianato, dopo il definitivo ritorno in Sardegna – al termine della prima guerra mondiale – Altana sarebbe rimasto sostanzialmente estraneo al dibattito regionalista e identitario che animava le cerchie artistiche locali. Sebbene coinvolto nei più importanti appuntamenti espositivi nei quali cominciava a definirsi la scena figurativa sarda tra le due guerre, e in qualche misura interessato alla tematica folkloristica che entusiasmava pittori come Giuseppe Biasi o Filippo Figari, l’artista finì per chiudersi in una posizione marginale, isolandosi rispetto ai suoi colleghi. A questa marginalità contribuì non poco la scelta di risiedere in permanenza a Ozieri, cittadina che, per quanto ai primi del secolo attiva e vivace economicamente, non poteva offrirgli gli scambi e i confronti professionali dei quali avrebbe avuto bisogno. Si spiega così come ad Altana sia mancata la considerazione toccata ad esempio a un Antonio Ballero, che, forse meno dotato di lui pittoricamente ma più recettivo e sensibile alle atmosfere culturali, ottenne in vita riconoscimenti e in morte un’attenzione critica che da sole le sue qualità artistiche non sarebbero bastate ad assicurargli. Educato a una pittura solida, concreta e tutta cose, Altana offre il meglio di sé quando può esercitare sul vero l’occhio e la mano, dando libero corso al proprio gusto per il dettaglio e a un senso della composizione incisiva e a volte un po’ teatrale. Queste qualità emergono soprattutto nel ritratto: tra i pezzi forti della mostra è la grande tela del 1913 che raffigura il padre dell’artista, seduto nel salotto buono e circondato da suppellettili ottocentesche tenda e tappeto, console e specchiera, vaso pseudo-greco e argenteria varia – che il pennello si è soffermato a inventariare una ad una. Ma anche un autoritratto del 1914, in cui l”autore non ancora trentenne appare di profilo, cappello in testa e baffetti da sparviero, o l’altro del 1920, più morbido e atmosferico nella stesura cromatica, e ancora un ritratto del poeta ozierese Vincenzo Soro, ormai del 1949, sono pezzi che rivelano solidità di costruzione e efficacia nel taglio dell’immagine. Convincono meno le prove paesaggistiche, fortemente segnate dall’eredità ottocentesca assimilata a Torino e un po’ stereotipe nell’impostazione e nella resa; e appaiono a tratti incerte quelle di figura, soprattutto nella fase finale dell’attività dell’artista, in cui, ormai vacillante in salute (e reduce tra l’altro da una grave malattia alla vista che sembrava dovesse condurlo alla cecità) e oppresso dalle necessità economiche, questi tendeva a produrre molto e in fretta.

* La Nuova Sardegna

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