PAOLO RICCARDI RACCONTA I SUOI VENT'ANNI IN COSTA SMERALDA: ALLA CORTE DELL'AGA KHAN, QUANDO IL TURISMO ERA ANCORA UN SOGNO

Porto Cervo, oggi
Porto Cervo, oggi

di Manlio Brigaglia *

Alla corte dell’Aga Khan, Paolo Riccardi è un sassarese alto due metri, classe 1928, allevatore di cavalli famosi, avvocato di fama e manager di grido. Lo conoscono tutti, in Sardegna. Soprattutto perché è stato per quasi vent’anni segretario generale della Costa Smeralda. Dal 1963 al 1983: vent’anni di fuoco, in cui un consorzio di finanzieri e ricchi signori, padrone di 55 chilometri di quella che si chiamava, allora, Monti di Mola, ci ha messo miliardi, architetti e impegno e li ha fatti diventare la Costa Smeralda. Un gruppo di capitalisti di mezza Europa, che avevano avuto l’accortezza di mettere a loro capofila un principe orientale: capo di una religione diffusa soprattutto in Pakistan ma presente in molte parti del mondo, giovane, bello, di cultura internazionale, con case a Parigi e Ginevra. In una parola, il principe Aga Khan, 49º Imam degli Ismailiti, un «cover boy» come meglio non se ne sarebbe potuta augurare quella che nel 1961, anno di costituzione del Consorzio «Costa Smeralda», si prefigurava come un’intrapresa inedita nella storia delle avventure del capitalismo in Sardegna e nella storia millenaria del paesaggio sardo. Questi venti anni Paolo Riccardi li racconta ora in un libro-intervista edito da Delfino (250 pagine, 25 euro). Il titolo, «Alla corte dell’Aga Khan», è meno sbrigativo di quanto non sembri: c’è lui, il Principe con la P maiuscola (così lo chiamavano in Costa), e c’è quell’idea di una «corte» che gira intorno a un sovrano assoluto. Di questa corte, i due primi personaggi, anche in ordine di tempo, sono l’avvocato André Ardoin, sin da giovanissimo gran consigliere del nonno Aga Khan, promosso subito mentore e guida del diciottenne erede della dinastia e il signor Felix Bigio braccio destro e uomo di grande fiducia del capo. Paolo Riccardi, quando c’entra, intorno al 1961, non è un semplice numero tre. E’ subito al vertice dello staff, alla pari con gli altri due. E dal 1963, quando diventa segretario generale, è l’uomo delle relazioni difficili da far diventare facili, l’interlocutore di bizzosi direttori generali nei ministeri romani, l’amico di ministri e di presidenti del Consiglio, il presidente di tutte (meno una, gli pare) le società del principe, che come cittadino straniero non può possedere che piccolissime quote azionarie delle sue grandi imprese, a cominciare dall’Alisarda. Riccardi è uomo di pazienza, di battaglia, di incredibile simpatia. La pazienza gli serve per non lasciarsi avvelenare dalle lunghe trappole della burocrazia: quando un direttore generale gli fissa un’udienza, lui si riempie la borsa di riviste di ippica, incastra nelle poltrone delle anticamere la sua mole di ex-cestista, legge per ore. Tra lui e il direttore generale non c’è una volta che non abbia vinto lui. E comunque depositando nelle pagine di queste memorie giudizi che somigliano a quei marchi a fuoco che si mettono ai cavalli. La battaglia gli serve per far vedere che, portatore d’un Verbo potente, non ha paura di nessuno. Nessuno ha mai vinto un braccio di ferro con lui alla scrivania d’un ministero. E quando non basta, sfodera la sua arma segreta: una simpatia spontanea, ben allenata attraverso i tempi e i contatti umani ma che è pur sempre quella di quando era uno dei «senatori» dell’associazione universitaria sassarese e seduceva con una risata rettori riottosi. (Una delle due-tre volte che sono stato sulla Costa, nel suo ufficio c’era Adolfo Sarti, gran ministro e grande amico di Riccardi e di Cossiga: grande anche di stazza, sicché i due si abbracciavano e si davano delle gran pacche saltellandosi tutt’intorno come due wrestlers). Questi venti anni Paolo Riccardi non li ha né dormiti né giocati. C’è nel libro il ricordo in un lungo lavoro, fatto di pochi sonni e di favolose incavolature, ma rievocato come il tempo di una ininterrotta partita d’azzardo, stressante e avvincente insieme. Ma il protagonista del libro, forse, non è lui, Riccardi. Il protagonista è l’Aga Khan, che Riccardi ha anche amato, non solo servito. Ma mai accettando parti che intaccassero la sua sicurezza di uomo, un modo orgoglioso, a volte persino prepotente, di impersonare il ruolo del manager. Così il principe è rievocato in ogni pagina «quando c’è perché c’è, quando non c’è perché è con lui che si faranno i conti», come un grande capo che ha grandi virtù ma anche grandi difetti: primo dei quali una sindrome da accerchiato, da cui si tira fuori imponendo le sue decisioni con la testardaggine del bambino che se non gli danno il rigore si porta via il pallone. Mescolato quasi ogni giorno agli operai dei suoi cantieri, ma restìo ad avere contatti personali con assessori regionali e perfino con i sindaci di quella Arzachena di cui è pure cittadino onorario (ma in uno dei cento momenti di dissenso Riccardi aveva già raccolto 530 firme per fare di Porto Cervo un comune autonomo). E’ quasi un miracolo che due personalità così forti abbiano convissuto, collaborato e combattuto per vent’anni, sino a quel 13 febbraio del 1982 a Saint Moritz, quando Paolo ha sbattuto la porta e, offeso, ha rifiutato di far pace anche davanti al regalo di un cavallo (la scuderia dell’Aga Khan è una delle più prestigiose del mondo). Ora Paolo Riccardi abita a Tenerife, con una moglie bella e intelligente. I figli sono rimasti in Italia, continuano le passioni del padre. Non tutto quello che ha raccontato piace alle controparti del suo racconto. Ma la storia della Costa Smeralda, se un giorno si farà, dovrà partire anche da qui.

* Nuova Sardegna

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