22 OTTOBRE 2008: LA TERRIBILE ALLUVIONE A CAPOTERRA. UN ATTIMO DI RIFLESSIONE CON IL RACCONTO "FANGO" DI ANTONIO FALDA

il racconto “ Fango” è tratto dal libro di Antonio Falda “novelle ovali – 35 piccole storie di rugby e di vita”
il racconto “ Fango” è tratto dal libro di Antonio Falda “novelle ovali – 35 piccole storie di rugby e di vita”

di Antonio Falda

il 22 ottobre del 2008, il territorio di Capoterra, paese dove attualmente abito, veniva colpito da un tragedia immensa. Un disastro. Persero la vita quattro concittadini, un alluvione terribile dove l’acqua ed il fango spazzarono via tutto. E con le auto e le case, venne travolto anche quel senso di sicurezza che fa pensare che a te, che qui da noi, quel tipo di sciagura non può mai accadere. Dopo due anni è ancora vivo il ricordo di quella strana giornata di ottobre,  il cielo scuro, nero, la pioggia insistente, i telefoni che non funzionano, la paura, la luce e l’acqua che mancano,  il fragore del mare che ingoia tutto. Vorrei insieme a te e ai nostri amici, noi, fermarci a riflettere leggendo  un racconto “ Fango” tratto dal mio libro “novelle ovali – 35 piccole storie di rugby e di vita”, così … per stare un attimo in silenzio … a pensare … Un caro abbraccio e un saluto a tutti gli amici sardi nel mondo.

Fango

Cosa devo fare per ripulirmi da tutto questo fango?

Sembra lo stesso di quando in inverno mentre gioco, inzacchera ad ogni passo la divisa.

Sì la terra è la stessa. È quella che da sempre conosco.

È quella che sin da piccolo ho calpestato, prima a piedi nudi e poi quando più grande con le scarpette dai tacchetti in acciaio, correvo e passavo la palla.

Ma è l’acqua che è diversa.

Non è la stessa che conosco e che quando piove e mi bagna il viso, mi spinge a guardare verso il cielo, mi fa scrutare tra le nubi, indovinando quanto tempo ancora occorre perché esca allo scoperto, il primo timido raggio di sole.

Quest’acqua è un’altra acqua.

E questo fango macchia.

Non solo gli abiti, non solo le pareti delle case, non solo le lunghe passeggiate lungo l’argine del fiume.

Macchia con il suo colore scuro, indelebile i ricordi.

Macchia dentro ognuno di noi, i giochi e le risate in quel cortile che adesso non c’è più.

Non cancella ma modifica quello che rammentavo di un colore e di una forma diversa.

E adesso ci infilo dentro le mani, alla cieca. Cercando, tastando, in questa melma marrone. Sperando di riconoscere al tatto qualcosa che poco prima sicuramente era lì.

Cosa devo fare per ritornare indietro, a qualche ora fa?

Prima che tutto venisse spazzato via.

Prima che l’argine ed il fiume diventassero solo fiume.

In cosa posso credere, se ancora qualcosa c’è in cui credere? Dopo quello che ho visto. E ho vissuto.

Da dove si inizia una seconda volta? Se ancora si può.

Parto svantaggiato rispetto alla prima. Consapevole di quanto basti poco per non avere più niente, dopo tanto.

Qual è il punto di partenza in questo confuso miscuglio di detriti e macerie?

Seduto per strada, sullo stesso divano che prima stava all’interno, dentro casa.

Gli stivali annegati all’altezza delle caviglie.

Osservo. Intorno gente e lampeggianti.

Il volto delle persone si confonde con il buio che sta calando. Il suono disordinato di pale meccaniche e di motopompe che aspirano l’acqua dalle case.

Nessuno parla. Nessuno ne ha voglia. In lontananza solo la voce di uno che all’incrocio devia il traffico.

Devo trovare la forza.

Frugando dentro me stesso. Ignorando la stanchezza.

Quella delle giornate migliori.

Della partita più intensa.

Quella che ad ogni mischia mi consentiva di riprovare come se fosse sempre la prima.

Quella forza che ad ogni meta subita comunque mi dava la carica per ricominciare subito da metà campo.

Quella che tra un istante mi servirà per alzarmi e rimettermi a spalare…

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